Luisella Carretta
Viaggio come ricerca dell’
identità
L’Atelier Nomade è un progetto
che ho cominciato alcuni anni fa e che, tra un viaggio e l’altro,
sto portando avanti nel tema della creatività.
In relazione alla possibile riflessione su identità
e appartenenza, l’attività creativa in viaggio
è anche una ricerca di se stessi, quindi un modo per cercare
di capirsi. Non penso che il viaggiare sia una condizione unica
per arrivare ad un’attività creativa, perché
uno può viaggiare anche stando seduto nella sua stanza. Questa
è stata una mia esigenza, che ho portato avanti perché
mi piaceva e mi incuriosiva. Forse la voglia di continuare a viaggiare
è relativa al fatto che non ho ancora veramente capito a
quale luogo appartengo: quindi lo sto ancora cercando.
Il luogo, secondo me, può essere
anche trovato nella nostra lontana storia biologica e forse, un
giorno o l’altro, lo ritroverò.
1 ottobre 1996, Roma - Madrid - Buenos Aires
Si attraversano terre
velocemente
sembra di non poter
cogliere nulla
ma la memoria attenta
ripercorre strade perdute
e mai dimenticate
da: Atelier Nomade, Campanotto,
1998
Si sa che gruppi di uomini si sono distinti per
essere tendenzialmente nomadi o stanziali, quindi c’era chi
aveva voglia di muoversi e chi stava fermo. Pensando al viaggio
come qualcosa che riguarda non solo la ricerca del luogo,
ma anche la ricerca di se stessi, credo che ogni atto creativo sia
comunque un viaggio che si può fare all’interno di
una stanza, di una pagina o di qualcosa ancora più piccolo.
Il viaggio può essere anche una fuga: spesso è qualche
cosa che ti porta a fuggire dal tuo quotidiano per trovare altro.
Quando ho cominciato non solo a viaggiare, ma a
usare il viaggio a livello creativo, mi sono resa
conto che sentivo fortemente di poter cogliere cose molto importanti
ascoltando e guardando e cercando di ricevere energie dai luoghi
che frequentavo e dalle persone che incontravo. Attraverso quello
che io mi portavo dentro, potevo far uscire da me altre memorie,
anche più lontane. Durante l’attività creativa
in viaggio, accade infatti di riuscire a superare più facilmente
il cosiddetto limite, perché in viaggio si è
anche confusi, spaesati, si possono guardare le cose con un incanto
infantile e la barriera critica e autocritica, nel momento del lavoro
creativo, tende a diminuire, a disfarsi. Questo è positivo
perché c’è sempre il momento in cui, tornando
indietro, puoi riguardare quello che hai fatto.
Durante questi spostamenti molto spesso l’attività
creativa diventa quasi un’esigenza perché, essere lontani
dalla propria stanza, dal proprio luogo, dalle persone che si conoscono,
crea non solo piacere, ma anche paura e disagio. Qualche volta ci
possono essere momenti di esaltazione seguiti da crisi e cadute.
L’esercizio di scrittura che io ho portato avanti, da quando
facevo i primi viaggi, era scrivere diari che, per molti anni, sono
rimasti chiusi in un cassetto, perché non pensavo fosse utile
trascriverli. Più tardi ho scoperto invece che avevo scritte
cose interessanti e diverse.
La scrittura durante il viaggio è la cosa
che più facilmente si riesce a fare.
Immaginate su un aereo di voler fare degli acquerelli;
invece la cosa più facile, chiusi dentro la cabina di un
ereo, è quella di scrivere. Durante i viaggi lunghi, 10,
11 o 14 ore, scrivere serve anche per superare il tempo.
14 luglio 1998, Hallmundarhaun, Islanda
Il vento non si placa. La luce bianca trapela
dal tessuto della tenda. Una delle cose immaginate prima del viaggio
si realizza in questo luogo troppo aspro e freddo per darti piacere.
Sono chiusa in questo piccolo e fragile spazio che mi protegge e
così si conferma quello che avevo pensato: la scrittura come
possibilità creativa nelle situazioni limite, dove non ti
è permesso altro perché non hai spazio, né
forza per osare il disegno o la pittura con le mani gelate.
da: Dove le pietre volano, Campanotto
1999
Durante questi periodi molto spesso mi è
accaduto di poter guardare la mia vita e il mio quotidiano da lontano.
Così ho risolto dei problemi.
Si crea come una frizione, una lettura accelerata
della propria vita e si vedono le cose con maggior distacco. Questo
però apre altre porte e i dubbi ritornano come una catena
che non finisce mai.
A me piace molto guardare le carte geografiche
e un’immagine quasi infantile, che sovente mi viene in mente
in viaggio, è vedermi su una carta geografica come un punto
infinitesimale. È come vedermi perduta in uno spazio senza
sapere esattamente dove sono. Durante il viaggio inoltre lo sguardo
si riattiva, non è un aumento della capacità visiva,
ma si stimola la possibilità di memorizzare, di entrare anche
nei ritagli di quello che si vede perché ci si trova di fronte
a cose insolite, mai viste prima, come persone con certi abiti,
sguardi che sono diversi, luci, paesaggi, suoni. Tutto questo aumenta
l’attenzione altra. In questo cambiamento, forse
in una sorta di sperdimento, c’è una maggiore facilità
all’uscita dell’atto creativo e si crea un flusso quasi
automatico.
Per comporre i libri ho dovuto per forza rileggermi
e mi sono resa conto più volte che avevo scritto delle cose
che sembravano scritte da un’altra persona. Ho capito quindi
che uno veramente entra nella dimensione dell’altro luogo
quando riesce a tirar fuori da se qualche parte segreta, che c’era,
ma rimaneva dentro e che, se non ci fosse stato l’atto
creativo, probabilmente non sarebbe mai uscita. Quindi questa presa
di distanza o questa volontà di esilio, permette di aprire
porte che altrimenti, probabilmente, rimarrebbero chiuse.
19 settembre 1999, La Minerve, Québec,
Canada
La fuga nella foresta
sulle montagne
nei deserti
nel silenzio
non può più essere
Non è più il tempo
del compiacimento
e della contemplazione
...
La morte è vicina
si manifesta a noi nell’assenza
...
Allora parole come segni
violenti e dolci sono la via
da: Non volevo vedere l’orso,
Campanotto, 2002
Genova, maggio 2004
http://www.luisellacarretta.it/
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La garza
è l'energia, installazione, Laki, Islanda 1998
(foto dell'autore) |
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Il viaggio dello sguardo,
installazione, Rajasthan, India 1997 (foto dell'autore)
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Acqua, performance,
Riviere di Cascapédie, Gaspésie, Canada 2001
(foto di Y. Gonthier) |
Luisella Carretta
TRAVEL AS THE SEARCH FOR IDENTITY
The Atelier Nomade is
a project which I started some years ago and which, between one
journey and another, I have continued to pursue as part of the general
theme of creativity.
With regard to possible reflections
on identity and belonging, creative activity while travelling
is also a kind of personal quest, a way of trying to understand
oneself. I do not think that travelling is the only way to engage
in creative activity and indeed one can travel even sitting in one’s
own room. Travel has always been a need of mine, and I have sought
to satisfy it because it gives me pleasure and excites my curiosity.
Perhaps my desire to continue travelling reflects the fact that
I have not yet really understood which place I belong to, and so
I am still looking for it.
I think that this place can
also be found somewhere in our distant biological past and perhaps,
some day, I shall find it.
1 October 1996, Rome - Madrid
- Buenos Aires
We travel across lands
quickly
it seems we can
grasp nothing
but our attentive memory
moves along lost
and never forgotten paths
from: Atelier
Nomade, Campanotto, 1998
One way of dividing people up is
according to their tendency to be either nomadic or settled: there
have always been those who wanted to move and those who wanted to
stay still. As I see travel as something which is not only a question
of investigating place, but also oneself, I think that every creative
act is a journey, which is something one can do inside a room, on
a page or even in a much smaller space. Travel can also be flight
from one’s everyday life in search of something else.
When I started not only travelling
but also using travel creatively, I felt strongly that I could grasp
more important things by keeping my ears and eyes open and trying
to receive energies from places I visited and people I met. Using
what I carry inside me, I was able to bring out other, even distant,
memories. During creative activity while travelling, one can transcend
limits, because one is confused and disorientated; one can look
at things with a childlike enchantment,and, at the moment of creation,
the critical and self-critical barrier tends to diminish and collapse.
This is positive because there is always a moment when you can look
back again at what you have done.
Very often when we are on the move
creative activity becomes almost a personal need because being far
from our own room or place and from the people we know not only
excites pleasure but also fear and unease. Moments of exaltation
are followed by crises and failure. Since I started my first journeys
I have written diaries which for many years have remained shut up
in a desk because I didn’t think it was very useful to transcribe
them. Later I discovered that I had written interesting and different
things.
Writing while travelling is in
fact very easy.
Imagine trying to do water-colours
on a plane; the easiest way to shut yourself off when you are on
a plane is to write. On long journeys, say, 10, 11 or 14 hours,
writing is also a way of killing time.
14 July 1998, Hallmundarhaun,
Iceland
The wind refuses to die down. White
light filters though the fabric of the curtains. One of the things
you imagined before you started the journey has come true in this
place that is too harsh and cold to be pleasurable. I am enclosed
in this small, fragile space which protects me and this confirms
my idea of writing as a creative possibility in extreme situations,
where you have nothing else to do because you have neither the space
nor the strength to even dare to draw or paint with frozen hands.
from: Dove le
pietre volano, Campanotto 1999
During these periods very often
I have found myself being able to look at my life and my everyday
activities from afar. In this way I have resolved many problems.
A kind of friction is created,
an accelerated reading of one’s own life where one sees things
with greater distance. But this opens other doors and the doubts
come back like an unbroken chain.
I am very fond of looking at maps
and there is an almost childish image which often comes into my
mind when travelling: I see myself as an infinitely small point
on a map. It is like looking at myself lost in space without knowing
exactly where I am. While travelling our gaze too is revived; this
is not a question of an increase in visual capacity, but the faculty
of memory is stimulated. We enter into what we see because we are
faced with unusual, previously unseen things, like people wearing
particular clothes, different gazes, lights, landscapes, sounds.
All this heightens another kind of attention. In this change, perhaps
in a sort of disorientation, the creative act becomes easier and
an almost automatic flow is set up.
In order to be able to write my
books I have had to re-read myself, and in doing so I have often
felt that I had written things which seemed written by another person.
I thus understood that one really enters into the dimension of the
other place when one manages to draw out of oneself some secret
part which was there but remained inside and which, without the
creative act, would probably never have come out. So it is this
distancing or this will to exile that allows us to open doors which
otherwise would probably remain closed.
19 September 1999, La Minerve,
Québec, Canada
Flight to the forest
to the mountains
to the deserts
to the silence
can no longer be
It is no longer the time for
complacency
and contemplation
...
Death is near
it shows itself to us in absence
...
Then words like violent and
gentle
Signs are the way
from: Non volevo
vedere l’orso, Campanotto, 2002
Genoa, May 2004
http://www.luisellacarretta.it/
( trad. : I. Harvey)
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