arrFiles=new Array();arrFiles[0]=new Array("index.htm","Identit&agrave;/Appartenenza","Identit&agrave;/Appartenenza Sito realizzato dalle Arie del Tempo Associazione Culturale","null","null","");arrFiles[1]=new Array("search.html","Ricerca libera","Webmaster: Domingo Donato Identit&agrave;/Appartenenza in Tutto il testo Titolo Parole Chiave Descrizione usa Tutte le parole Una parola Frase esatta","null","null","");arrFiles[2]=new Array("identita.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Ferdinando Bonora : Quale Identit&agrave;? / Which Identity? Genova, Italia, storico dell&rsquo;architettura Viana Conti : Identit&agrave; e appartenenza dell&rsquo;opera d&rsquo;arte / Identity and belonging in the work of art Genova, Italia, critico d&rsquo;arte Marco Ercolani : L&rsquo;identit&agrave; plurale / Plural Identity Genova, Italia, scrittore, psichiatra Antida Gazzola : L&rsquo;identit&agrave; urbana / Urban identity Genova, Italia, scrittrice, docente di Sociologia Urbana, Facolt&agrave; di Architettura di Genova Piero Fumarola : Della danza delle identit&agrave; Lecce, Italia, docente di Sociologia delle Religioni, Universit&agrave; di Lecce Giuseppe Lanzi : Frontiere / Borders Italia, giornalista, Cooperazione Internazionale Daniela Marin : Carabi: un&rsquo;identit&agrave; mosaico / Caribbean a mosaic identity Genova, Italia, traduttrice Giuseppe Zuccarino : Jab&egrave;s: il deserto e la ricerca dell&rsquo;identit&agrave; / Jab&egrave;s: the desert and the search for identity Liguria, Italia - critico letterario, traduttore","null","null","");arrFiles[3]=new Array("ilviaggio.htm","Il viaggio come esperienza creativa","Identit&agrave;/Appartenenza Il viaggio come esperienza creativa - Travel as a creative experience Luisella Carretta: Viaggio come ricerca dell&rsquo; identit&agrave; / Travel as the search for identity Genova, Italia, artista(arti visive, performance, scrittura) Jeane Fabb : Ageless Conversations / Conversations sans age Laurentide, Qu&eacute;bec, Canada, artista (arti visive - performance) Monica Ferretti : Una migrazione creativa / A creative migration Genova, Italia,scrittrice Katharina Kreil : Voti / V&oelig;ux Gen&egrave;ve, Svizzera, artista (arti visive - performance)","null","null","");arrFiles[4]=new Array("incroci.htm","Incroci tra idiomi","Identit&agrave;/Appartenenza Incroci tra idiomi - Blends between languages Ivica Ajanovski : The Outsider / Nepoznatiot Macedonia, filmmaker, giornalista Yves Gonthier : Diario trasparente / Journal transparent Gasp&eacute;sie, Qu&eacute;bec, Canada, artista (arti visive - scultura) Maria Kesnerova : &ldquo;Kolik jazyk&#367; zn&aacute;&scaron;, tolikr&aacute;t jsi &#269;lov&#277;kem&rdquo;/ Quante lingue sai, tante volte sei uomo Cecoslovacchia &gt;Italia, bibliotecaria in Lingue Slave, Universit&agrave; Cattolica di Milano Pance Velkov : Et l&rsquo;autre langue, elle et o&uacute;? Skopje, Macedonia, ingegnere, fotografo","null","null","");arrFiles[5]=new Array("intorno.htm","Intorno alla propria appartenenza","Identit&agrave;/Appartenenza Intorno alla propria appartenenza - Around belonging Vincenzo Ampolo : Oltre il giardino. Una narrazione / Beyound the garden Salento, Italia, psicologo, psicoterapeuta, formatore, saggista Brunetto De Batt&eacute; : Identit&agrave; Genova, Italia, architetto, docente di Progettazione Architettonica, Facolt&agrave; di Architettura di Genova Eyvindur P. Eiriksson : Luna Nera / Myrkur Mani Reykjav&iacute;k, Islanda, scrittore Laurent Grisel : D&eacute;li&eacute;s Paris, France, scrittore Francisco Garcia Perez : Identidad + Pertenencia = Artista = Logotipo + Mercado Identity + Ownership = Artist = Logo + Market Durango, Messico, artista (arti visive - performance) Edmondo Rahme : Lettera / Letter Sudafrica, tenore lirico","null","null","");arrFiles[6]=new Array("luoghi.htm","Luoghi non luoghi","Identit&agrave;/Appartenenza Luoghi non luoghi- Luoghi/ Non luoghi Performance Silvia Ballerini, Luisella Carretta, Carolina Cuneo, Alessandra Russo Performance quasi invisibili, precarie, mutevoli, gesti organizzati/non organizzati in luoghi di confine, passaggio, sperdimento, attesa di un viaggio, ritorno, necessit&agrave; di spostamento. Quattro donne conpiccole valigie in mano, quasi sempre vestite di nero, arrivano in unporto, nell&rsquo;atrio o nella sala d&rsquo;attesa di una stazione marittima, terrestre o aerea. Si fermano, appoggiano le valigie, le aprono lentamente, prendono dei fogli e cominciano a leggere. Una voce inizia, un&rsquo;altra la segue e poi un&rsquo;altra ancora... Qualche volta le voci si sovrappongono, allora le parole diventano indistinguibili, si trasformano in suoni che si mescolano ad altri suoni: le sirene delle navi, l&rsquo;annuncio di un treno in arrivo, il cigolio dei carrelli con le valigie, altre voci, l&rsquo;atterraggio di un aereo, una musica di sottofondo... Loro proseguono le letture sui temi del viaggio: qualche volta brevissime, altre volte pi&ugrave; lunghe. Raccontano di luoghi lontani, di viaggi in una stanza, di incontri straordinari... Intorno, ogni volta, reazioni variabili e ripetitive. Sguardi attenti nella sorpresa o nella curiosit&agrave;, senso di fastidio, uomini e donne che si allontanano velocemente, oppure fanno gesti che ci danno la sensazione di essere invisibili e mute. &Egrave; sempre difficile la permanenza nel non luogo . Abbiamo fatto i nostri interventi dal 1&deg; gennaio al 31 dicembre 2004. Qualche volta solo in due o in tre e, quando &egrave; stato possibile, tutte insieme per un impatto pi&ugrave; visibile, ma abbiamo dovuto, per un certo periodo, durante il massimo allarme per gli atti di terrorismo, fare una lunga sosta per non creare involontarie tensioni. Ma l&rsquo;attenzione e la reazione non &egrave; mai stata proporzionale alla visibilit&agrave; del gesto. Ogni volta reazioni diverse anche quando, alla fine delle nostre brevi letture, consegnavamo una piccola valigia di cartoncino bianco che racchiudeva un rotolo di carta con uno dei testi appena letti. Accettazione e sorrisi, imbarazzi e rifiuti o gesti di fastidio. Dentro avevamo scelto di non mettere alcun riferimento. Chi ha ricevuto il dono non potr&agrave; mai sapere chi era l&rsquo;autore del gesto. &Egrave; stato quindi un piccolo e misterioso regalo. La scarsa e voluta visibilit&agrave; delle performance non negava in s&eacute; l&rsquo;idea di inviare comunque un messaggio: il luogo dell&rsquo;inizio del viaggio o del ritorno &egrave; un luogo di passaggio, di transito, di alterit&agrave; e sperdimento, ma anche luogo possibile per incontri straordinari e inafferrabili. Places / Non Places Performances Silvia Ballerini, Luisella Carretta, Carolina Cuneo, Alessandra Russo Performances that are precarious, changeable, almost invisible; organised/non-organised gestures performed in border areas, places of transition, places that make you feel disorientated, where you wait to start a journey, to come back, places that express the need to move. Four women holding small cases, almost always dressed in black, arrive somewhere: a port, a foyer or the waiting room in a railway station or in a sea or air terminal. They stop, put down their cases, open them slowly, take out some sheets of paper and start reading. One voice starts, another follows and then another. Sometimes the voices overlap, then the words become indistinguishable and are transformed into sounds that mix with other sounds: ship sirens, loudspeaker announcements of train arrivals, the squeaking of trolleys laden with cases, other voices, a plane landing, canned music. They carry on reading about the subject of travel: sometimes short passages, others longer. They tell about distant places, travel in a room, extraordinary encounters. The reactions around them can be either varied or repetitive. Attentive looks of surprise or curiosity, feelings of annoyance, men and women who move away quickly, or gestures which make us feel invisible and mute. It&rsquo;s always difficult staying in a non-place. We put on our performances between January 1st and 31 December 2004. Sometimes there were only two or three of us and sometimes, when possible, we were all together to get a more visible impact, but during the period of maximum terrorist alert we had to take a long break so as not to create involuntary tension. But the attention and the reaction were never proportional to the visibility of the gesture. Reactions were different each time, even when, at the end of our short readings, we handed over a small white cardboard case containing a roll of paper on which was written one of the texts we had just read. Acceptance and smiles, embarrassment or gestures of annoyance. No personal information was given in the case. Those who received the gift will never know who the person was who performed the gesture. It was a small, mysterious gift. The deliberately low visibility of the performances did not in itself preclude the idea of sending a message: the place where a journey begins, the place one returns to are places of transition, where you feel disorientated, but they are also possible settings for extraordinary and elusive meetings. Luoghi e date delle performance Places and dates of performances Genova, 1 gennaio, Porto Antico Genova, 25 gennaio, Stazione Marittima Genova, 12 febbraio, Stazione Principe Genova, 3 marzo, Aeroporto Cristoforo Colombo Genova, 28 giugno, Stazione Brignole Genova, 10 luglio, centro storico, piazza senza nome nella zona del vecchio ghetto Genova, 7 agosto, Porto Antico, Isola delle Chiatte Genova, 10 settembre, Stazione Principe Genova, 21 ottobre, Aeroporto Cristoforo Colombo Genova, 31 dicembre, Porto Antico Nelle performance ti senti molto diversa da te stessa soprattutto perch&eacute; sei osservata, forse anche guardata con sospetto per quel clima - post 11 settembre - che ha sottratto l&rsquo;atmosfera di curiosit&agrave; e di desiderio di avvicinarsi alla novit&agrave;, all&rsquo;ascolto, al confronto o perch&eacute; no al semplice capannello di gente. I terminal degli aeroporti, anche il piccolo aeroporto di Genova mostra ancora almeno in parte queste caratteristiche, oltre a mantenere un certo fascino, suscitando anche interesse dovuto all&rsquo;incontro occasionale tra diverse lingue, paesi, fedi, culture, colori, sono un esempio di arcobaleno della societ&agrave; anche se, purtroppo, la paura del terrorismo ha sottratto loro quell&rsquo;atmosfera di allegria e di energia creatrice frutto di questo &ldquo;vorticoso miscuglio&rdquo;. Silvia, Genova, 3 marzo, aeroporto Cristoforo Colombo Talvolta, quasi per magia, si creano spazi vuoti tra il groviglio degli stretti vicoli del centro storico, piccoli varchi senza nome destinati a vivere per un tempo limitato. In queste oasi di tempo e di spazio l&rsquo;atmosfera invita a compiere gesti che ne fermino il ricordo. Una lettura in gruppo tra sguardi a volte incuriositi e a volte indifferenti di passanti frettolosi o di abitanti infastiditi &egrave; un modo per fissare per un attimo la loro esistenza prima che vengano modificati o scompaiano per sempre. Carolina, Genova, 10 luglio, centro storico, piazza senza nome nella zona del vecchio ghetto All&rsquo;inizio le nostre voci suonano abbastanza limpide, seppure con qualche piccola venatura d&rsquo;incertezza; poi finiscono col sovrapporsi: i suoni le catturano, le frasi si frammentano, si mischiano, le parole si insinuano in improvvisi interstizi di silenzio, vagano tra indifferenza, diffidenza, pi&ugrave; raramente qualche lampo di curiosit&agrave; frettolosa. Si fa sempre pi&ugrave; viva la sensazione di sradicamento dal quotidiano, di sospensione, di assenza della temporalit&agrave;: come essere in un&rsquo;attesa indefinita, slegati dal passato e dal futuro. Siamo tutti in cerca di un luogo, forse del luogo cui si appartiene, noi che leggiamo come coloro che si muovono intorno affrettatamente. Le nostre parole non contengono richieste, se mai possono suonare semplicemente come un invito all&rsquo;ascolto. Anche nella transitoriet&agrave;, nella precariet&agrave;, nel provvisorio piccoli gesti effimeri possono richiamare a una possibilit&agrave; di apertura, di dialogo, di incontro, a una volont&agrave; di relazione con il nuovo, con l&rsquo;inatteso, con l&rsquo;altro. Alla fine quasi tutte le valigette di cartone con i frammenti dei testi letti sono state consegnate. L&rsquo;ultima decido di gettarla in mare, nelle acque del porto, come un&rsquo;offerta in un rito di passaggio . Alessandra, Genova, 7 agosto, Porto Antico, Isola delle Chiatte Ho fatto ormai molte esperienze di performance non organizzate . Mi attrae molto l&rsquo;imprevedibilit&agrave; delle reazioni degli altri, che interagiscono fortemente con i tuoi gesti. Durante le precedenti performance da sola o in gruppo, sul tema delle donne arabe velate, ho dovuto entrare in quella identit&agrave; altra ed essere nello stesso tempo ricettiva alle reazioni che si alternavano tra curiosit&agrave;/attrazione e totale rifiuto. Quindi &egrave; necessario porsi in una condizione particolare: isolamento e apertura nello stesso istante. Luisella, Genova, 10 gennaio 2005 Foto di: S. Boidi, F. Gastaldi, F. Ghiorzo, M. Olita VIAGGI DI PAROLE Per il ragazzo che ama scrutare carte e stampe, / l&rsquo;universo &egrave; a misura del suo sogno profondo./ Il mondo &egrave; sconfinato al lume delle lampade! // [...] / Un mattino i pensieri in fiamme, noi partiamo: / ci pungono rancori, e desideri amari. / Ma andiamo: persi nel ritmo dell&rsquo;onda, culliamo questo nostro infinito sul finito dei mari / [...]. Per non essere mutati in bestie, ecco l&rsquo;ebbrezza / di spazi e luci e cieli infocati di braci. / Il sole che li strugge, il gelo che li sferza / lentamente cancellano le ferite dei baci. // Ma i veri viaggiatori partono per partire: [...] // dicono sempre &ldquo;andiamo!&rdquo;, ed il perch&eacute; non sanno. Charles Baudelaire, Il viaggio , in I fiori del male , tr. it. Milano, Feltrinelli, 2003, pp 271-273. Tuttavia, so bene che la febbre del vagabondaggio mi riprender&agrave;, che me ne andr&ograve;, s&igrave;, so bene che sono ancora molto lontana dalla saggezza dei fachiri e degli anacoreti musulmani. Ma quello che parla in me, quello che mi rende inquieta, non &egrave; la voce pi&ugrave; saggia della coscienza, &egrave; quello spirito irrequieto per il quale la terra &egrave; troppo stretta e che non ha saputo trovare in s&eacute; il suo universo. Finire nella pace e nel silenzio di qualche dareh del sud, finire recitando preghiere estatiche, senza desideri n&eacute; rimpianti, di fronte ad orizzonti splendidi. In fondo, sarebbe questa la fine auspicabile quando verranno la stanchezza e il disincanto, pi&ugrave; tardi. Isabelle Eberhardt , Nel paese delle sabbie , Como-Pavia, Ibis,1998 p. 217 Nuovo del paese, sono ancora nella fase in cui tutto quello che vedo ha un valore proprio perch&eacute; non so quale valore dargli [...]. Quando tutto avr&agrave; trovato un ordine e un posto nella mia mente, comincer&ograve; a non trovare pi&ugrave; nulla degno di nota, a non vedere pi&ugrave; quello che vedo. Perch&eacute; vedere vuol dire percepire delle differenze, e appena le differenze si uniformano nel prevedibile quotidiano lo sguardo corre su una superficie liscia e senza appigli. Viaggiare non serve molto a capire (questo lo so da un pezzo; non ho avuto bisogno di arrivare in Estremo Oriente per convincermene) ma serve a riattivare per un momento l&rsquo;uso degli occhi, la lettura visiva del mondo. Italo Calvino, La vecchia signora in chimono viola , in Collezione di sabbia , Milano, Mondadori, 1995, p. 566. Giovanissima, ho sentito che la terra esisteva e ho voluto conoscerne i luoghi lontani. Non ero fatta per continuare a girare in tondo, con paraocchi di seta. Non mi sono creata un ideale: sono partita alla scoperta. So bene che questo modo di vivere &egrave; pericoloso, ma il momento del pericolo &egrave; anche quello della speranza. Del resto, era radicata in me quest&rsquo;idea, che non si pu&ograve; mai cadere pi&ugrave; in basso di s&eacute; stessi. Quando il mio cuore soffriva, cominciava a vivere. Molte volte, lungo le strade della mia vita errabonda, mi sono chiesta dove andassi e ho finito per capire, tra la gente del popolo e presso i nomadi, che risalivo alle fonti della vita, che compivo un viaggio nella profondit&agrave; dell&rsquo;uomo. Isabelle Eberhardt , Nel paese delle sabbie ,Como-Pavia, Ibis, 1998 p.170. Mettersi di quando in quando in viaggio, qualunque sia la meta, &egrave; come destarsi da un sonno. Giunti a destinazione, si vaga nei dintorni, per localit&agrave; campestri, per villaggi montani, e l&rsquo;occhio non fa che scoprire cose nuove. Kenk&otilde; (autore vissuto in Giappone tra il XII e il XIV secolo), Ore d&rsquo;ozio , tr. it. Milano, SE, 2002, p. 21. Non provare il torturante bisogno di sapere e di vedere quello che c&rsquo;&egrave; l&agrave;, al di l&agrave; della misteriosa muraglia blu dell&rsquo;orizzonte[&hellip;]. Non sentire la deprimente oppressione dei paesaggi che non cambiano mai [&hellip;]Guardare la strada che si perde tutta bianca verso lontananze sconosciute senza sentire il bisogno imperioso di abbandonarsi a lei, di seguirla docilmente, attraverso monti e valli&hellip; Isabelle Eberhardt , Nel paese delle sabbie , Como-Pavia, Ibis ,1998, p. 22. A questo punto non ho pi&ugrave; dubbi. Questo viaggio &egrave; un passo falso. Il viaggio non ti rende aperto, ma piuttosto mondano [...] e insaziabile di interessante per definizione e per eccellenza, [...]. Un&rsquo;aria intraprendente, non molto di pi&ugrave;. Si pu&ograve; trovare la propria verit&agrave; anche guardando per quarantotto ore una qualsiasi carta da parati. Henri Michaux, Equador , tr.it. Roma-Napoli, Theoria, 1987, p. 88. &hellip;mi &egrave; capitato di assistere ogni giorno, per dei mesi, allo spettacolo dell&rsquo;aurora, che infonde dolcezza e gioia, e alle apoteosi delle sere, mai uguali [&hellip;]. Ogni riflesso che ritornava tutte le sere su un certo pezzo di muro, ogni ombra che si allungava nello stesso posto e alla stessa ora, ogni cupola della citt&agrave; e ogni pietra dei cimiteri, tutti i pi&ugrave; modesti dettagli di questa patria di elezione, profondamente amata, mi sono diventati familiari e ora restano presenti nel mio ricordo nostalgico di esiliata. Ma mai pi&ugrave; l&rsquo;anima del Paese delle Sabbie mi si &egrave; rivelata cos&igrave; profondamente, cos&igrave; misteriosamente come quella sera gi&agrave; lontana nel tempo. Momenti simili, estasi simili, provate una volta, per un caso eccezionale, non si ripeteranno pi&ugrave;&hellip; Isabelle Eberhardt , Nel paese delle sabbie ,Como-Pavia,, Ibis,1998 p. 37. C&rsquo;&egrave; una persona che fa collezione di sabbia. Viaggia per il mondo, e quando arriva ad una spiaggia marina, alle rive d&rsquo;un fiume o d&rsquo;un lago, a un deserto, a una landa, raccoglie una manciata d&rsquo;arena e se la porta con s&eacute; [&hellip;]. Ecco che come ogni collezione anche questa &egrave; un diario: diario di viaggi, certo, ma pure diario di sentimenti, di stati d&rsquo;animo, di umori [&hellip;] cio&egrave; il bisogno di trasformare lo scorrere della propria esistenza in una serie di oggetti salvati dalla dispersione, o in una serie di righe scritte, cristallizzate fuori dal flusso continuo dei pensieri [&hellip;] forse proprio per allontanare da s&eacute; il frastuono delle sensazioni deformanti e aggressive, il vento confuso del vissuto, ed avere finalmente per s&eacute; la sostanza sabbiosa di tutte le cose, toccare la struttura silicea dell&rsquo;esistenza. Italo Calvino, Collezione di sabbia, Oscar Mondadori, 1994, p. 5,7,9 &hellip; Il sole si &egrave; spento del tutto all&rsquo;orizzonte e resta solo il bagliore rosso. Allora, con il suo orizzonte alto e netto, le sue ondulazioni di un blu profondo, il deserto diventa simile ad un mare aperto mosso, in un limpido crepuscolo. E, da quell&rsquo;ultima sera di primavera, non ho pi&ugrave; rivisto il Sahara splendido e triste. Isabelle Eberhardt , Nel paese delle sabbie ,Como-Pavia, Ibis,1998, p. 74. Tutto il cammino &egrave; essenza della vita umana, con i suoi meandri, i suoi ostacoli e le sue delizie, con il suo sangue e le sue lacrime. E questo pi&ugrave; di nessun altro, perch&eacute; il pi&ugrave; antico, &egrave; la via sacra pi&ugrave; solida della cultura occidentale. Dunque mi lanciai alla ricerca di quel mito, oltretutto a piedi, proprio come tanti antenati avevano fatto, con la scusa di incontrare persone e vedere paesaggi per un romanzo che avevo sognato di scrivere fin dall&rsquo;infanzia. Benevola scusa. Nel corso dei dieci secoli di viaggi cristiani a Compostela [&hellip;] milioni di individui andarono a piedi fino a quel luogo in cerca di qualcosa: fede, perdono, avventure, gloria, una giustificazione per la loro vita, se stessi&hellip; Jesus Torbado&hellip;.. Giorni e mesi sono viaggiatori dell&rsquo;eternit&agrave;. Cos&igrave; anche gli anni trascorrono. Coloro che conducono la barca attraverso il mare o sospingono un cavallo sulla terra finch&eacute; il peso degli anni non li abbatte, passano ogni momento delle loro vite in viaggio. Anche molti fra gli antichi sono morti per strada. E persino io sono stato per lungo tempo tentato dal vento che sospinge le nuvole, e come riempito di un grande desiderio di vagabondare. Basho [&hellip;] il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si &egrave; seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: &ldquo; non c&rsquo;&egrave; altro da vedere&rdquo;, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quello che non si &egrave; visto, vedere di nuovo quello che si &egrave; gi&agrave; visto, vedere in primavera quello che si era visto in estate, vedere di giorno quello che si &egrave; visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l&rsquo;ombra che non c&rsquo;era. Bisogna ritornare sui passi gi&agrave; fatti, per ripeterli e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito [&hellip;]. Jos&eacute; Samarago, Viaggio in Portogallo. Durante il cammino incontrai almeno una parte di me stesso. Senza averlo voluto e senza sospettare che esistesse. Sicuramente attraversai paesaggi bellissimi e molto solitari, scoprii gloriose cattedrali gotiche e piccoli templi romanici, mi fermai in villaggi vuoti, mangiai pietanze saporite e assaggiai vini pregiati, soffrii le furie del clima, condivisi l&rsquo;intimit&agrave; con decine di compagni di viaggio, indugiai sognando di antichi santi e insolite leggende, mi feci ricco impossessandomi, senza pagarne il prezzo, della tanta e tanto varia ricchezza che si offre durante tale miracoloso itinerario&hellip; Jesus Torbado&hellip;.. Ci sono momenti speciali, istanti misteriosamente privilegiati in cui certi paesi ci rivelano, per un&rsquo;intuizione folgorante, la loro anima , per cos&igrave; dire la loro essenza particolare, in cui noi ce ne forniamo un&rsquo;idea giusta, globale, che non potrebbe essere pi&ugrave; completata e nemmeno modificata da mesi di studio paziente. E&rsquo; tuttavia inevitabile che in questi fugaci istanti ci sfuggano i dettagli e che siamo in grado di scorgere solo le cose nel loro insieme&hellip; Isabelle Eberhardt , Nel paese delle sabbie , Como-Pavia, Ibis,1998, p. 32.","null","null","");arrFiles[7]=new Array("vivere.htm","Vivere in un luogo diverso dalla propria origine","Identit&agrave;/Appartenenza Vivere in un luogo diverso dalla propria origine - Living away from one&rsquo;s place of origin In&ecirc;s Amado : N&oacute;mada / Nomadic Portogallo &gt; Gran Bretagna, artista (arti visive - performance) Angela Biancofiore : Ligne de vie, Linea di vita / Ligne de vie Italia &gt; Francia, artista (arti visive &ndash; scrittura), docente di Lingua e Letteratura italiana, Universit&agrave; di Montpellier III Michael Blume : Immigrazione e necessit&agrave; di un&rsquo;integrazione ragionevole / Imegration und die notwendigkeit einer vernuenftigen integration Germania &gt; Italia, artista (arti visive) Peter Carravetta : Identit&agrave; plurale italiana e allegorie dello sradicamento necessario / Multiple Italian identities and allegories of necessary uprooting Italia &gt; USA, scrittore, docente di Letteratura Comparata alla City University di New York In&eacute;s Fontenla : Qual&rsquo;&egrave; la nostra identit&agrave;? / &iquest;Cu&aacute;l es nuestra identitad ? Argentina &gt; Italia, artista (arti visive) Rhim Fatima Zahra : Viaggio, emigrazione, identit&agrave; / Marocco &gt; Italia, mediatrice culturale","null","null","");arrFiles[8]=new Array("laricerca.htm","La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo","Identit&agrave;/Appartenenza La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo - The search for identity through the creative act Marta Ampolo : Dita in Piazza - Lune di sabbia Salento, Italia, frequenta il DAMS di Lecce (scrittura - arti visive - performance - cinema) Sabrina Boidi : L&rsquo;et&agrave; della dispersione / The age of dispersal Genova, Italia, artista (arti visive - performance) Carlo Marcello Conti : Identit&agrave; Udine, Italia, poeta, editore Daniel Poulin : L&rsquo;h&eacute;ritage du feu / The heritage of fire Laurentide, Qu&eacute;bec, Canada, artista (arti visive &ndash; scrittura) Regine Ramseier : Sradicare / D&eacute;raciner Canton Ticino, Svizzera, artista ( arti visive) Berco Wilsenach : Identity of Space - Space of Belonging / Die identiteit van ruimte - behorendheid tot ruimte Pretoria, Sudafrica, artista (arti visive)","null","null","");arrFiles[9]=new Array("elenco.htm","Identit&agrave;/Appartenenza","Webmaster: Domingo Donato Identit&agrave;/Appartenenza Ivica Ajanovski , Macedonia - filmaker, giornalista In&ecirc;s Amado ,Portogallo &gt; Gran Bretagna, artista (arti visive - performance) Vincenzo Ampolo , Salento, Italia, psicologo/psicoterapeuta, formatore, saggista Marta Ampolo , Salento, Italia, frequenta il DAMS di Lecce (scrittura - arti visive - performance - cinema) Angela Biancofiore , Italia &gt; Francia, artista (arti visive - scrittura), docente di Lingua e Letteratura italiana, Universit&agrave; di Montpellier III Ferdinando Bonora , Genova, Italia, storico dell&rsquo;architettura Sabrina Boidi , Genova, Italia, artista(arti visive - performance) Michael Blume , Germania &gt; Italia, artista(arti visive) Peter Carravetta , Italia&gt; USA, scrittore, docente di Letteratura Comparata alla City University di New York Luisella Carretta , Genova, Italia, artista(arti visive, performance, scrittura) Carlo Marcello Conti , Udine, Italia, poeta, editore Viana Conti , Genova, Italia, critico d&rsquo;arte Brunetto De Batt&eacute; , Genova, Italia, architetto, docente di Progettazione Architettonica, Facolt&agrave; di Architettura di Genova Eyvindur P. Eiriksson , Reykjav&iacute;k,Islanda, scrittore Marco Ercolani , Genova, Italia, scrittore, psichiatra Jeane Fabb , Laurentide, Qu&eacute;bec, Canada, artista (arti visive - performance) Monica Ferretti , Genova, Italia,scrittrice In&eacute;s Fontenla , Argentina &gt; Italia, artista (arti visive) Piero Fumarola , Lecce, Italia, docente di Sociologia delle Religioni, Universit&agrave; di Lecce Antida Gazzola , Genova, Italia, scrittrice, docente di Sociologia Urbana, Facolt&agrave; di Architettura di Genova Yves Gonthier , Gasp&eacute;sie, Qu&eacute;bec, Canada, artista(arti visive - scultura) Laurent Grisel , Paris, France, scrittore Maria Kesnerova , Cecoslovacchia &gt; Italia, responsabile del settore slavo, Biblioteca dell&rsquo; Universit&agrave; Cattolica di Milano Katharina Kreil , Gen&egrave;ve, Svizzera, artista (arti visive - performance) Giuseppe Lanzi , Italia, giornalista, Cooperazione Internazionale Daniela Marin , Genova, Italia, traduttrice Francisco Garc&iacute;a Perez , Durango, Messico, artista (arti visive - performance) Daniel Poulin , Laurentide, Qu&eacute;bec, Canada, artista (arti visive &ndash; scrittura) Edmondo Rahme , Sudafrica, tenore lirico Regine Ramseier , Canton Ticino, Svizzera, artista ( arti visive) Pance Velkov , Skopje, Macedonia, ingegnere, fotografo Berco Wilsenach , Pretoria, Sudafrica, artista (arti visive) Rhim Fatima Zahra , Marocco Italia, mediatrice culturale Giuseppe Zuccarino , Liguria, Italia - critico letterario, traduttore","null","null","");arrFiles[10]=new Array("home.htm","Identit&agrave;/Appartenenza","Webmaster: Domingo Donato Identit&agrave;/Appartenenza Identit&agrave; e appartenenza si attraversano e si incrociano. Nel &ldquo;villaggio globale&rdquo; sembra che sempre pi&ugrave; il concetto di &ldquo;origine&rdquo; si allontani e si sfumi. Ma gli uomini continuano a far emergere prepotentemente, e a volte anche inconsapevolmente, la loro appartenenza ad un luogo e ad una cultura come il desiderio di &ldquo;essere&rdquo; in un mondo senza confini. Progetto di Luisella Carretta per LE ARIE DEL TEMPO Realizzazione: Silvia Ballerini, Pietro Bellantone, Fernando Bonora, Luisella Carretta, Carolina Cuneo, Domingo Donato, Maurizio Olita, Alessandra Russo. Data di presentazione: 24 Febbraio 2005 Con la collaborazione e il contributo del Consiglio di Circoscrizione Centro Est, del Comune di Genova. Testi in : italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese, arabo, macedone, islandese, africaans, ceco, tedesco, cinese &copy; Copyright - Le Arie del Tempo - 2005","null","null","");arrFiles[11]=new Array("homen.htm","Identity/Belonging","Identity / Belonging Webmaster: Domingo Donato Identity and belonging intersect and overlap. In the &ldquo;global village&rdquo; the concept of &ldquo;origin&rdquo; seems to be fading ever more into the distance. But both people continue to reflect &ndash; forcefully, and at times even unconsciously &ndash;the fact that each artist belongs to a particular place and culture at the same time as the desire to &ldquo;be&rdquo; in a world without borders. Progetto di Luisella Carretta per LE ARIE DEL TEMPO Realizzazione: Silvia Ballerini, Pietro Bellantone, Fernando Bonora, Luisella Carretta, Carolina Cuneo, Domingo Donato, Maurizio Olita, Alessandra Russo. Data di presentazione: 24 Febbraio 2005 Con la collaborazione e il contributo del Consiglio di Circoscrizione Centro Est, del Comune di Genova. Testi in : italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese, arabo, macedone, islandese, africaans, ceco, tedesco, cinese &copy; Copyright - Le Arie del Tempo - 2005","null","null","");arrFiles[12]=new Array("mondo.htm","Identit&agrave; nel mondo / Un mondo di identit&agrave;","Identit&agrave;/Appartenenza Identit&agrave; nel mondo / Un mondo di identit&agrave; - Identity in the world / A world of identity Questo &egrave; uno spazio che accoglier&agrave; le vostre idee su questo tema. T esti in diverse lingue, ma anche immagini, saranno pubblicati se inerenti all \'argomento. Mandateci le vostre idee a identit&agrave;.appartenenza@leariedeltempo.it Luisella Carretta This is a space for your ideas on the subject. We will consider publishing texts in different languages, as well as images, as long as they are relevant. Stefania Giazzi , Mantova, Italia, 3 marzo 2005 Carolina Cuneo , Genova, Italia, 17 marzo 2005","null","null","");arrFiles[13]=new Array("cap1/tes1_1.htm","Vivere in un luogo diverso dalla propria origine","Identit&agrave;/Appartenenza Vivere in un luogo diverso dalla propria origine - Living away from one&rsquo;s place of origin In&ecirc;s Amado N&oacute;mada uma casa, uma pele, uma mala uma casa, um ref&uacute;gio protector uma casa n&oacute;mada uma casa feita de pele uma pele, uma segunda pele uma estrat&eacute;gia protectora para a fragilidade do corpo uma pele ef&eacute;mera uma pele transparente uma pele esticada uma pele rasgada uma pele marcada uma pele remendada uma pele escrita uma pele transeunte uma mala&hellip;.. dentro dela uma pele na pele a aus&ecirc;ncia do corpo na aus&ecirc;ncia a presen&ccedil;a de vidas passadas e de viagens inacabadas Novembro 2004 N&ograve;mada (foto dell \'autore) In&ecirc;s Amado Nomadic a house, a skin, a suitcase a house, a protective shelter a nomadic house a house made of skin a skin, a second skin a protective devise for the fragility of a body an ephemeral skin a transparent skin a stretched skin a torn skin a marked skin a sewn skin a written skin a transient skin a suitcase&hellip; within it, a skin within the skin the absence of the body within the absence the presence of past lives and unfinished journeys 7 August 2004 (trad.:dell&rsquo;autore)","null","null","");arrFiles[14]=new Array("cap1/tes1_3.htm","Vivere in un luogo diverso dalla propria origine","Identit&agrave;/Appartenenza Vivere in un luogo diverso dalla propria origine - Living away from one&rsquo;s place of origin Michael Blume Imegration und die notwendigkeit einer vernuenftigen integration das eigentlich grosse problem ist nicht die imegrationsondern die richtige integration der imegranten.die politik, deren aufgabe es ja ist das funktionieren des staates zu garantieren hat in dieser hinsicht keinerlei ernsthaften anstrengungen unternommen. menschen werden wie nummern behandelt und aufgrund ihrer herkunft und status abgewiesen oder geduldet. durch diese duldung die den einwanderer oft in einem illegalen status laesst, entstehen in den jeweiligen staedten durch ausgrenzung und abgrenzung getthos. diese getthos verhindern jedoch eine vernuenftige integration der neuen buerger die dadurch oft auch nach jahren die landessprache nicht beherschen, keinen zugang zu bildungseinrichtungen und zum regulaeren arbeitsmarkt haben was dann oft zu spannungen, kriminalitaet oder fundamentalismus fuehrt wir werden die kuenftigen problemeder imegration nur loesen koennen wenn wir uns um eine ernsthafte integration der neuen buerger bemuehen und versaumnisse der vergangenheit nachholen. diese aufgabe faellt in erster linie der staatspolitik zu, die durch geeignete mittel eine wirkliche integration der neuen buerger zu sichern haette. dabei ist es vor allem auch die bildung der gesammten bevoelkerung um gegenseitiges verstaendnis fuer ein friedliches miteinander zu garantieren.der neue buerger muss sich wohlfuehlen koennenund soeine basis fuer einen neuen positiven lebensabschnitt bekommen integration soll vor allem den kultutellen austausch sowie die adaption der eigenen kultur mit den jeweiligen grundgesetzen garantieren und nicht zur aufgabe der jeweils eigenen kulturellen wurzeln zwingen. leider kann man zur zeit in den meisten laendern beowachten wie rechtsgerichtete politik genau das gegenteil bewirken will, einen tiefen graben zwischen neuen und altenbuergern aufreist und durch einen falschen nationalstolz den fundamentalismus auf beiden seiten foerdert. eine richtige integration kann nur gelingen wenn der staat sich vom ersten moment an gewissenhaft um den neuen buerger kuemmert, ihn legalisiert und ihm so zugang zu bidung und arbeit ermoeglicht das alles wird nur moeglich sein wenn die staatspolitik grundsaetzlich neu bewertet wird und diese sich wieder intensiv um die beduerfnisse der gesammten bevoelkerung kuemmert. ein humaner, demokratischer staat hat zu verhindern das es zur bildung von klassengesellschaften kommt , wo nicht mehr gewaehrleistet ist,das jeder buerger die gleichen changen und rechte bezueglich seiner bildung und der zukuenftigen lebensgestaltung hat. abschliessend ist zu sagen das diese voraussetzungen nur zustande kommen koennen wenn jeder einzelne von uns seine verantwortung erkenntund am humanen demokratischen prozess taeglich teilnimmt. gewissenhaft die korektheit der politik beowachtet und einfordert. unter diesen voraussetzungen koennte auch die imegration einen positiven beitrag zur entwicklung dergesellschaf leisten. Michael Blume Immigrazione e la necessit&agrave; di un&rsquo;integrazione ragionevole Il vero grande problema non &egrave; l&rsquo;immigrazione, bens&igrave; l&rsquo;adeguata integrazione degli immigrati. La politica, il cui compito &egrave; proprio quello di garantire il funzionamento dello Stato, non ha fatto seri sforzi in questo senso. Gli uomini sono trattati come numeri e, in base alla loro provenienza e status, respinti o tollerati. Da questa tolleranza, che spesso lascia l&rsquo;immigrato in una condizione di illegalit&agrave;, deriva la nascita di ghetti nelle citt&agrave;, dovuti ad emarginazione e limiti imposti. Questi ghetti impediscono una ragionevole integrazione dei nuovi cittadini, i quali, sovente, anche dopo anni,non padroneggiano la lingua locale, non hanno alcun accesso a corsi di formazione e al mercato regolare del lavoro; il che spesso porta a tensioni, criminalit&agrave; o fondamentalismo. Solo se ci impegniamo seriamente per una seria integrazione dei nuovi cittadini e recuperiamo le occasioni mancate nel passato, potremmo risolvere i futuri problemi dell&rsquo;immigrazione. Questo compito spetta anzitutto alla politica dello Stato, che, tramite mezzi adeguati, dovrebbe garantire una vera integrazione dei nuovi cittadini, e, in primo luogo, l&rsquo;educazione di tutta la popolazione alla reciproca comprensione, per una convivenza pacifica. Il nuovo cittadino deve potersi sentire a suo agio e ricevere, in tal modo, un sostegno per una nuova, positiva fase della sua vita. L&rsquo;integrazione deve, innanzitutto, garantire lo scambio culturale e l&rsquo;adattamento della propria cultura alle leggi vigenti e non costringere alla rinuncia delle proprie radici culturali. Purtroppo, al momento, si pu&ograve; osservare nella maggior parte dei paesi, come la politica di destra voglia ottenere esattamente il contrario, scavi un solco profondo tra nuovi e vecchi cittadini e, tramite un falso orgoglio nazionale, favorisca il fondamentalismo da entrambe le parti. Una vera integrazione pu&ograve; riuscire solo se lo Stato, dal primo momento, si interessa coscienziosamente al nuovo cittadino, regolarizza il suo soggiorno, rendendogli cos&igrave; possibile l&rsquo;accesso all&rsquo;istruzione ed al lavoro. Tutto ci&ograve; &egrave; fattibile solo se la politica dello Stato si ridar&agrave; nuovi valori e si interesser&agrave; intensivamente ai bisogni di tutta la popolazione. Uno Stato umano, democratico deve impedire che si arrivi alla formazione di una societ&agrave; classista , dove ad ogni cittadino non siano pi&ugrave; garantiti gli stessi diritti ed opportunit&agrave; riguardo a all&rsquo; istruzione ed al suo futuro tenore di vita. Concludendo, occorre dire che questi presupposti si potrebbero realizzare solo se ciascuno di noi riconoscesse le sue responsabilit&agrave; e prendesse parte giornalmente al processo umano e democratico e, consapevolmente, si facesse osservatore della politica e ne esigesse la correttezza. Con queste premesse anche l&rsquo;immigrazione potrebbe portare un contributo positivo allo sviluppo della societ&agrave;. (trad.:G. Sorbello)","null","null","");arrFiles[15]=new Array("cap1/tes1_2.htm","Vivere in un luogo diverso dalla propria origine","Identit&agrave;/Appartenenza Vivere in un luogo diverso dalla propria origine - Living away from one&rsquo;s place of origin Angela Biancofiore Ligne de vie, Linea di vita \"Ligne de vie \" designa in francese - nel gergo dei navigatori -la struttura metallica cui ci si aggancia per poter sopravvivere sul veliero col mare in tempesta o di notte per non precipitare in acqua. Linea di vita, frontiera tra mare e terra, terra e cielo, mare e cielo. Linea di vita: la frontiera vera &egrave; interna, attraversa l \'occhio, il ventre, le ossa. La frontiera &egrave; interna-esterna: citt&agrave;-campagna. Le parole, i segni, i nomi non hanno la stessa risonanza in campagna e in citt&agrave;. Appartengo al luogo del silenzio, della vita, delle capre selvatiche, dell \'orizzonte nudo, sia esso in Francia, in Italia o altrove. Appartengo al Mediterraneo orientale, per me terra del ritorno e del congedo estremo. Vado verso ovest (nata a Bari, sono emigrata in Francia e ho lavorato, a tratti, negli Stati uniti) ma sogno l \'EST, il Levante da cui provengo. Vengo dal cuore dell \'Egeo, sento la sua roccia secca (xerovrachos), le sue isole, cattedrali sull \'acqua, immutabili come al primo giorno della creazione. Vengo dall \'Egeo e ritorno all \'Egeo. I luoghi che attraverso, campagne, garrigues, cespugli di timo e rosmarino, pietre bianche e rosa, montagne nere, sono solo passaggi, solo tappe che scavano in me ricordi imprecisi del mio vero paesaggio interiore, la luce del Levante. http://www.angela-biancofiore.net/ Ligne de vie / fronti&egrave;re 2004 (acquarello su carta) Angela Biancofiore Ligne de vie \"Ligne de vie \" is French sailing jargon for the metal structure on a sailing boat that you can cling on to when the sea is stormy or at night to stop you falling in the water. Lifeline: the frontier between land and sea, land and sky, sea and sky. Lifeline: the true frontier is internal, it runs through the eye, the stomach, the bones. The frontier is internal-external: city-country. Words, signs and names have different resonances in the country and in the city. I belong to the place of silence, life, wild goats, bare horizons, whether it be in France, in Italy or anywhere else. I belong to the western Mediterranean &ndash; for me the land of return and final farewell. I go to the west (born in Bari, I emigrated to France and have worked occasionally in the United States) but I dream of the EAST, the orient from which I come. I come from the heart of the Aegean, I feel its dry rocks ( xerovrachos ), its islands, its cathedrals on the water, unchangeable like the first day of creation. I come from the Aegean and I return to the Aegean. The places I pass through, the countryside, the garrigues, the thyme and rosemary bushes, the white and pink rocks, the black mountains are only waystages that draw out from me imprecise memories of my true inner landscape, the light of the east. http://www.angela-biancofiore.net/ (trad.: I. Harvey)","null","null","");arrFiles[16]=new Array("cap1/tes1_4.htm","Vivere in un luogo diverso dalla propria origine","Identit&agrave;/Appartenenza Vivere in un luogo diverso dalla propria origine - Living away from one&rsquo;s place of origin Peter Carravetta Identit&agrave; plurale italiana e allegorie dello sradicamento necessario Stamani all&rsquo;istituto italiano di cultura si &egrave; parlato di una nuova iniziativa del consorzio statale delle ricerche mirata a creare sinergie sul tema dell&rsquo;identit&agrave; culturale come progetto di ricerca&hellip; bisognava andare fuori del territorio per annunciarlo! (bella frase, pensai, l&rsquo;identit&agrave; culturale infatti &egrave; per me, e per altri spiriti eccentrici, il senso di s&eacute; come un progettarsi continuo, una incessante costruzione che non sar&agrave; mai finita, non sar&agrave; mai -- perch&eacute; non pu&ograve; -- una volta per sempre perimetrata, scolpita, identica a se stessa&hellip;) ma lo speaker sviluppava l&rsquo;idea, presupposta e imposta a un tempo, che per intendere la necessit&agrave;, la categoricit&agrave; dell&rsquo;identit&agrave; bisognava rifarsi all&rsquo;identit&agrave; aristotelica, e diceva, uno &egrave; quello che &egrave;, un bicchiere &egrave; un bicchiere, A == A, e basta. (Quando venne il mio turno, gli feci osservare che per&ograve; questa verit&agrave; epistemologica non tiene conto di chi il bicchiere magari non ce l&rsquo;ha, se &egrave; di vetro o di legno, e di chi lo usa per bere e di chi lo usa come arma&hellip; insomma, volevo dire, l&rsquo;identit&agrave; riguarda non solo il s&eacute;, ma il s&eacute;-con , il senso-di-s&eacute; in rapporto a qualcuno o qualcosa che ci sta intorno, anche lontano ma esistente, infatti si d&agrave; identit&agrave; precisamente perch&eacute; ci sono gli altri, sulle montagne e gi&ugrave; nella valle, alla riva del fiume e sotto le citt&agrave;: riguarda infatti anche gli altri, la vita e l&rsquo;istanza contingente, non la logica in modo esclusivo) eppure velatamente lo speaker sosteneva che ci fosse una identit&agrave; come essenza, vagamente platonica, perch&eacute; diceva che senza l&rsquo;identit&agrave; (poi una pausa), e subito aggiungeva (dovette aggiungere?) senza la memoria, senza il luogo, non si d&agrave; identit&agrave;. Ecco, allora essa risiede in qualcosa al di sopra delle circostanze storiche, e allo stesso tempo &egrave; radicata nell&rsquo;alveo patrio, uhm, quasi indipendentemente dagli eventi della vita sociale effettiva, nella pratica, identica insomma malgr&egrave; invasioni soprusi peste guerre ed emigrazioni&hellip; (al che osservai, altrettanto indirettamente, che l&rsquo;essenza uno se la costruisce mentre combatte coi mulini a vento dell&rsquo;esistenza, e poi esplicitamente che l&rsquo;identit&agrave; [di italiani, per esempio, ch&rsquo;era l&rsquo;oggetto della discussione] non &egrave; legata al territorio [esclusivamente] perch&eacute;, gli ricordai, se ci sono 57 milioni di italiani in Italia, ce ne sono 60 e passa milioni all&rsquo;estero, e dunque, quest&rsquo;argomento del territorio non regge) [e quindi dovetti fare fuggevole menzione di un popolo che per oltre duemila anni non avevasuolo patrio e visse da perenne errante, esperienza memorabile, drammatica che indusse alcuni a pensarsi come allegoria dell&rsquo;umanit&agrave;, eppure questa entropia non scalf&igrave; minimamente la loro identit&agrave; o senso di appartenenza a un gruppo specifico, comunque lo si descriva, religiosamente, linguisticamente, plurietnicamente] infine la questione della memoria, ebbene, non si &egrave; potuto entrare in disquisizioni sul ruolo formativo e autoritario a un tempo dei canoni educativi, etici, e altre costruzioni tipicamente allegoriche di miti culturali autoconvalidanti, legittimatori di ideologie di potere; tuttavia tutti sanno che, per esempio, l&rsquo;italianit&agrave; &egrave; esistita, e ci assilla (anche creativamente), in particolare attraverso la lingua e le arti, da oltre otto secoli, mentre l&rsquo;unit&agrave; nazionale-statale ha solo un secolo e mezzo, e sappiamo quanto penosa sia stata questa problematica di una identit&agrave; italiana alternativamentesupposta fondamentalmente nazionale, o popolare, o piccolo-borghese, o borghese, o aristocratica, che spazia tra D&rsquo;Azeglio e Croce, tra Gramsci Marinetti e Mussolini e l&rsquo;erosione post-68&hellip; [Il che fa sorgere il dubbio se lo stato-nazione Italia non sia ancora abbastanza infantile, labile, e passibile di metamorfosi; oppure, anche sfaldarsi e disfarsi, per ridarci un sano regionalismo, l&rsquo;unico spazio identitario in cui la gente veramente crede.] Poi abbiamo appena toccato il parallellismo che esiste, dal punto di vista della storia delle idee, di come si &egrave; venuta a costruire la vaga nozione di una identit&agrave; europea (dal 1453 al 1815), e di come il nazionalismo si arrocc&oacute; (con annesso stato sovrano) nell&rsquo;ottocento&hellip;e di come, con due guerre mondiali gli italiani furono patrioti e traditori e finalmente con Maastricht, lo stato italiano abbia incominciato a cedere alcuni suoi diritti giuridico-statutari all&rsquo;Unione Europea, e avviare, anche a quel livello, la lenta dissoluzione di una identit&agrave; italiana&hellip;moderna! Perch&eacute; in effetti &egrave; possibile rintracciare una identit&agrave; italiana che ha poco a che fare con l&rsquo;idea di Italia che gli italiani si sono costruiti per se stessi negli ultimi 150 anni la quale &egrave; profondamente marcata da sistematiche esclusioni&hellip;ma non volli elencare le sciagure della storiografia, le omissioni, le repressioni, le idee grandiose e le ideologie velleitarie, i facili razzismi e la personalit&agrave; tipo tra paperino, papalini, e pertini: questa illogica verit&agrave;avrebbe offeso il vulgus, il primo ministro e la Signora con l&rsquo;abbonamento alla Scala (se non credete, chiedete agli italianissimi Giorgio Bocca, Enzo Biagi o Alberto Arbasino) Bisogna parlare di identit&agrave; al plurale , di molteplici appartenenze, di regioni dell&rsquo;essere storico-esistenziale, di transiti continui, di immanenti e circostanziali avvenimenti. Bisogna riconoscere che geneticamente non siamo che una poltiglia di semi, e che in effetti, storicamente, non siamo mai stati uguali a noi stessi. E il fatto che anche quelli sradicati possono, sdoppiandosi, centuplicandosi, diventando maschere e piovre a un tempo, continuare a mantenere una perfetta identit&agrave;, e senso di appartenenza, al di l&agrave; di quelle sancite da lingua e territorio. New York, ottobre 2004 http://www.petercarravetta.com/ Peter Carravetta Multiple Italian identities and allegories of necessary uprooting This morning at the Italian Civilization Agency they were talking about a new initiative by the State Research Endowment aimed at creating new synergies in the debate over cultural identity as a research project&hellip;they felt they had to go outside national soil to announce it! (nice sentence, I thought, for me as for other disthinking spirits cultural identity means the sense of being oneself as an ongoing construction, a ceaseless self-fashioning which can never be finished, and will never &ndash; because it can&rsquo;t &ndash; be enclosed, sculpted, become identical to itself once and for all&hellip;) yet the speaker made plain the idea, presupposed and imposed at once, that in order to understand the necessity, the categoricalness of identity one had to fall back upon Aristotle&rsquo;s notion of it, saying one is what one is, a drinking glass is a drinking glass, A = A, period. (When it was my turn to speak I pointed out to him that this epistemological truth does not take into account those who may have no drinking glass, whether it is made of actual glass or of wood, and whether it is used for drinking or as a weapon&hellip;in short, I wanted to say that identity concerns not only the self, the itself, but the self-with , the sense of being one in relation to someone or something, even if faraway as long as existing, in fact identity is given precisely because there are others, over the mountain and down the valley, by the riverside and under the cities: it concerns the others as well, life and contingent situations and not logic exclusive of mind) and yet the speaker held tongue-in-cheek that there existed such a thing as identity as a, vaguely Platonic, essence, because he said that without identity (a short pause), and then quickly added (had to add?), without memory, without place, there is no identity. There, it must then reside somewhere above historical events and at the same time is rooted in the fatherland, uhm, nearly unrelated to the actual events of social life, identical in other words despite invasions abuses plagues wars and migrations&hellip; (to which I responded just as subtly that essence is something one constructs for oneself while fighting the windmills of existence, and then explicitly stated that identity [that of being Italian, for example, which was the object under consideration] is not [necessarily] tied to the territory because, I reminded him, if there are 57 million Italians in Italy, there are 60 or more abroad, therefore the argument of identity by territory does not hold) [and then I had to make a passing remark about a people who did not have a fatherland for more than two-thousand years and lived the life of perennial wanderer, a memorable dramaticexperience which compelled some to think of themselves as the allegory of the human condition, and yet this entropy did not even scratch their sense of identity or belonging to a specific group, however one describes it, according to religion or language or multiethnicity] finally the question of identity, very well, we couldn&rsquo;t start a technical discussion on the formative and authoritarian role played by educational canons, and ethics, and other typically allegorical constructs of self-validating myths which legitimate ideologies of power, nevertheless, everyone knows, for example, that Italian ness has existed and still obsesses us (creatively as well) especially through arts and letters, for the past eight centuries, while national unity has been achieved only a century and a half ago, and we all know how sad this problem of an Italian identityhas been, considered alternatively asfundamentally national, or popular, or petit-bourgeois, or borghese, or aristocratic,extending between D&rsquo;Azeglio and Croce, between Gramsci Marinetti and Mussolini and the post-1968 erosion&hellip;[which raises the question whether the nation-state called Italy might not be still in its infancy, and pliable, and likely to evolve; or whether it may not disintegrate e undo itself in order to yield up a sound regionalism, the only identitarian space in which people actually believe] We then barely touched upon the parallels that exist, form the point of view of the history of ideas, of how the vague notion of a European identity came about (between 1453 and 1815), and how nationalism congealed (with connexed sovereign state) during the nineteenth century&hellip;and how through two world wars the Italians were patriots and traitors and finally, with Maastricht, the Italian state started ceding some of its juridical-sovereign rights to the European Union, and begin, at that level as well, the slow dissolution of a modern&hellip;Italian identity! Because it is actually possible to retrace an Italian identity which has little to do with the idea the Italians have constructed for themselves over the past 150 years which is fundamentally based on systematic exclusions&hellip;but I declined to list the mishaps of historiography, the omissions, the repressions, the grandiose ideas and the puerile ideologies, the gratuitous racisms and the personality type , which is somewhere between topo gigio the papalists and Pertini: thisillogical truth would have offended the vulgus, the Prime Minister and the Lady with season tickets to La Scala (if ye believest me not, just query the very Eye-talian Giorgio Bocca, Enzo Biagi, or Alberto Arbasino). One needs to speak of identity in the plural, of manifold belongings, of regions of historical-existential being, of endless journeys, of immanent and contingent events. One needs to recognize that genetically we are but a soup of seeds and that in reality, historically, we have never been equal to what we claim to be. And the fact that even when uprooted, people can, by redoubling and multiplying themselves, by being masks and an octopus at the same time, continue to maintain a wholesome identity, and a sense of belonging, beyond those legitimated by language and territory. New York, October 2004 http://www.petercarravetta.com/ (trad.:dell&rsquo;autore)","null","null","");arrFiles[17]=new Array("cap1/tes1_5.htm","Vivere in un luogo diverso dalla propria origine","Identit&agrave;/Appartenenza Vivere in un luogo diverso dalla propria origine - Living away from one&rsquo;s place of origin In&eacute;s Fontenla &iquest;Cu&aacute;l es nuestra identitad ? &ldquo;La ficci&oacute;n oficial quiere que un emperador romano nazca en Roma, pero nac&iacute; en Ital&iacute;ca; m&aacute;s tarde habr&iacute;a de superponer muchas otras regiones del mundo a aquel peque&ntilde;o pa&iacute;s pedregoso. La ficci&oacute;n tiene su lado bueno, prueba que las decisiones del esp&iacute;ritu y la voluntad priman sobre las circunstancias. El verdadero lugar de nacimiento es aquel donde por primera vez nos miramos con una mirada inteligente; mis primeras patrias fueron los libros.&rdquo; Memorias de Adriano &ndash; Marguerite Yourcenar &iquest;Cu&aacute;l es nuestra identidad? &iquest;La obligada por nuestro lugar de nacimiento, o la que nosotros nos elegimos y constru&iacute;mos? Pienso que la identidad es la que nosotros nos construimos con nuestras elecciones-renuncias, la construcci&oacute;n de nuestra historia y no la constricci&oacute;n de la historia. La construcci&oacute;n de una identidad es un largo proceso que realizamos a lo largo de nuestra vida; algunas veces nos sirve para confirmar la identidad de origen y otras nos permite construirnos una diferente. Esta &uacute;ltima es una experiencia muy fuerte, sobre todo en el inmigrante que partiendo de cero, sin una historia compartida, sin ra&iacute;ces en el nuevo lugar, busca construir su propia utop&iacute;a; llevar a t&eacute;rmino losproyectos que guarda en su valija, esta pesada valija que muchas veces es dif&iacute;cil de transportar. En su interior hay un pasaporte nuevo, que corresponde al pa&iacute;s mental o f&iacute;sico que se elige para construir una nueva identidad, en la cual no estamos obligados a soportar nuestro pasado, sino a construirlo con el recuerdo. Este recuerdo est&aacute; hecho de exaltaciones y de olvidos; es una selecci&oacute;n de nuestra historia, que estamos obligados allevar acuestas; es por esto que nuestras valijas pesan tanto, est&aacute;n llenas de un pasado, al que hemos decidido no renunciar. Es &eacute;ste quien nos tiene anclados a la vida real y nos permite sentir las ra&iacute;ces, gracias a estas podemos movernos sin el riesgo de fluctuar en un espacio sin l&iacute;mites; nos ayudan a afirmarnos para poder dirigirnos hacia nuestros objetivos. Roma, 10 de noviembre, 2004 Valigia delle ingratitudine (vetri rotti) Valigia delle emozioni (carta e polvere di marmo) Valigia del raziocinio (carta e polvere di marmo) In&eacute;s Fontenla Qual &egrave; la nostra identit&agrave;? &ldquo;La convenzione ufficiale vuole che un imperatore romano sia nato a Roma, ma io sono nato a Italica; a quel paese arido e tuttavia fertile ho sovrapposto in seguito tante regioni del mondo. La convenzione ha del buono: dimostra che le decisioni dello spirito e della volont&agrave; hanno la meglio sulle circostanze. Il vero luogo natio &egrave; quello dove per la prima voltasi &egrave; posato uno sguardo consapevole su s&eacute; stessi: la mia prima patria sono stati i libri. &ldquo; Memorie di Adriano &ndash; Margherite Yourcenar Qual &egrave; la nostra identit&agrave;? E&rsquo; quella che ci viene imposta dalla nostra origine o quella che scegliamo e che ci costruiamo noi? Penso che l&rsquo;identit&agrave; sia quella che ci costruiamo con le nostre scelte-rinunce, la costruzione della nostra storia e non costrizione della storia. La costruzione di un&rsquo;identit&agrave; &egrave; un processo che realizziamo lungo tutta la nostra vita; a volte conferma l&rsquo;identit&agrave; d&rsquo;origine, altre volte ci permette di configurarne una nuova, diversa. Questa &egrave; un&rsquo;esperienza molto forte in particolar modo per l&rsquo;immigrante che, partendo da zero, senza una storia condivisa, senza radici nel nuovo luogo cerca di realizzare la propria utopia, di portare a termine i progetti custoditi nella sua valigia, cos&igrave; pesante da essere molte volte difficile da trasportare. All&rsquo;interno c&rsquo;&egrave; anche un nuovo passaporto, quello del luogo mentale o fisico scelto per costruire una nuova identit&agrave;, nella quale non si &egrave; costretti a subire il proprio passato, bens&igrave; a costruirlo con il ricordo. Il ricordo &egrave; fatto di esaltazioni e di rimozioni; &egrave; una selezione della nostra storia, quella che vogliamo o spesso siamo costretti a portarci dietro: per questo le nostre valigie pesano tanto, perch&eacute; sono piene di ricordi ai quali abbiamo deciso di non rinunciare. Sono questi che ci tengono legati alla vita reale e ci permettono di avere radici, senza le quali non potremmo andare avanti. Senza di loro c&rsquo;&egrave; il grosso rischio di fluttuare, galleggiando in uno spazio senza limiti dove non avremmo niente che ci permetta di ancorarci a qualcosa e di muoverci verso le nostre mete. Roma, 10 novembre, 2004 (trad.:dell&rsquo;autore)","null","null","");arrFiles[18]=new Array("cap1/tes1_6.htm","Vivere in un luogo diverso dalla propria origine","Identit&agrave;/Appartenenza Vivere in un luogo diverso dalla propria origine - Living away from one&rsquo;s place of origin Rhim Fatima Zahra Rhim Fatima Zahra Viaggio, emigrazione, identit&agrave; Il viaggio dovrebbe essere qualcosa di divertente: parti per conoscere altri luoghi e persone e sai che ti allontanerai dal tuo paese per un breve periodo. Dentro l&rsquo;emigrazione c&rsquo;&egrave; il viaggio, ma tu vai invece lontano per cercare un lavoro e migliorare la tua situazione economica e parti senza poter tornare se non dopo un certo tempo. Arrivato nell&rsquo;altro paese devi organizzare la tua vita e il tuo paese diventa il luogo dove torni per le vacanze e visiti parenti e amici. Sono a Genova da quasi undici anni, sono sposata e ho due figli nati a Genova che vanno a scuola e parlano le due lingue: l&rsquo;arabo e l&rsquo;italiano. Io mi trovo bene qui, ho delle amiche italiane che mi hanno aiutato in tante occasioni; mio marito &egrave; marocchino e ha trovato un buon lavora, grazie a Dio siamo in salute e viviamo bene qui. Io sono partita dal Marocco sedici anni fa quando avevo vent&rsquo;anni. Sono rimasta a Parigi per quattro anni. L&agrave; ho sofferto tantissimo, la nostalgia era molta e poi mi sentivo persa senza la mia casa e le persone che amavo. Ero anche senza documenti. Mi mancava un luogo sicuro e fisso dove passare la notte. Ho per&ograve; conosciuto tante persone: ebrei, tunisini, algerini, siriani e anche dei francesi. Alcuni di loro mi hanno aiutato, altri mi hanno dato un lavoro, ma alcuni mi hanno anche sfruttato. Questa esperienza &egrave; stata anche un&rsquo;occasione per conoscere la differenza delle culture, perch&eacute;, anche tra gli stessi arabi, ci sono diversit&agrave; per carattere, comportamento e religione. Attraverso queste sofferenze ho imparato a contare solo su me stessa ed ho dovuto usare tutta la mia forza e l&rsquo;intuizione per conoscere gli altri in breve tempo e imparare a chiedere solo quello che mi era necessario. Per poter vivere dovevo capire l&rsquo;altro. Anche oggi se continuo a cercare di conoscere l&rsquo;altro non &egrave; per essere come lui: anzi voglio conservare la mia religione, la mia cultura e le mie tradizioni, quindi la mia identit&agrave;. La paura di perdere l&rsquo;identit&agrave; rafforza la lotta per conservare i propri valori. Per&ograve; ogni cultura in qualche modo ti contagia e quindi tu sei diverso per le persone che incontri di nuovo nel tuo paese di origine e sei diverso anche nel paese che ti ospita. C&rsquo;&egrave; un cambiamento del carattere e del comportamento. Quando ritorni per 15 giorni in vacanza fai fatica a rientrare perch&eacute; ti senti diverso. Ti accorgi che certe abitudini le vedi come errori, osservi e cominci a giudicare anche le piccole cose mentre gli altri vedono in te cambiamenti dei quali non ti eri resa conto. Infatti finiamo per assorbire parte della cultura e delle abitudini del paese che ci ospita: non a caso i marocchini trasferiti in Francia non sono quelli dell&rsquo;Italia o della Spagna e non sono pi&ugrave; neanche quelli del Marocco. L&rsquo;altra cultura &egrave; per noi una ricchezza. (trad.:dell&rsquo;autore)","null","null","");arrFiles[19]=new Array("cap2/tes2_4.htm","Incroci tra idiomi","Identit&agrave;/Appartenenza Incroci tra idiomi - Blends between languages Pance Velkov Et l&rsquo;autre langue, elle et o&uacute;? - Le fran&ccedil;ais il est ou ? - Dans ma t&ecirc;te - Et l \'allemand ? - Dans mon ventre - Et avec les autres langues, l \'italien, le russe, l \'anglais, le serbe ou le croate, et puis le mac&eacute;donien,qu \'est ce que tu fais ? O&ugrave; est-ce tu les mets ? - Je ne les mets pas moi, elles s \'installent elles m&ecirc;mes ... L \'italien passe d \'un cot&eacute; de mon corps &agrave; l \'autre, je n \'arrive pas &agrave; saisir ou il est exactement... Le russe, c \'est vers la colonne vert&eacute;brale, dan mon cou, voila. L \'anglais dans mes mains. Et le serbe ou le croate vont en pair, ils sontdans mes pieds - Et le mac&eacute;donien ? Ah oui, &ccedil;a passe en dernier, ou plut&ocirc;t en premier, &ccedil;a suit le rythme de la respiration, c \'est dans ma poitrine. Skopje, d&eacute;cembre 2004 Capetown, South Africa (foto dell \'autore)","null","null","");arrFiles[20]=new Array("cap2/tes2_3.htm","Incroci tra idiomi","Identit&agrave;/Appartenenza Incroci tra idiomi - Blends between languages Maria Kesnerova &ldquo;Kolik jazyk&#367; zn&aacute;&scaron;, tolikr&aacute;t jsi &#269;lov&#277;kem&rdquo; &ldquo;Kolik jazyk&#367; zn&aacute;&scaron;, tolikr&aacute;t jsi &#269;lov&#277;kem&rdquo; nebo &ldquo;Opust&iacute;&scaron;-li mne, zahyne&scaron;&rdquo; a dal&scaron;&iacute; zn&aacute;m&eacute; v&yacute;roky nebo ver&scaron;e shrnuj&iacute; st&aacute;le &#269;ast&#283;j&scaron;&iacute; fenom&eacute;n v &#382;ivot&#277; jedinc&#367; s postupuj&iacute;c&iacute; globalizac&iacute;: a to je zm&#283;na jazyka a toto&#382;nosti b&#283;hem celo&#382;ivotn&iacute; dr&aacute;hy. Pokus&iacute;m se popsat vlastn&iacute; zku&scaron;enost. D&#367;vot, pro&#269; jsem opustila vlast, byl osobn&iacute; a mohu &#345;&iacute;ci n&aacute;hodn&yacute;. Ve 22 letech jsem potkala budouc&iacute;ho man&#382;ela a brzy ho n&aacute;sledovala do jin&eacute; zem&#283;, ani&#382; bych si uv&#283;domila a tu&scaron;ila t&#277;&#382;kosti, kter&yacute;m jsem &scaron;la vst&#345;&iacute;c, m&#277;n&iacute;c tak radik&aacute;ln&#283; dosavadn&iacute; &#382;ivot a p&#345;edev&scaron;&iacute;m jazyk, ve kter&eacute;m jsem m&#277;la komunikovat s man&#382;elema s nov&yacute;m okol&iacute;m. Brzy po p&#345;&iacute;jezdu do nov&eacute;ho domova jsem se nechala zapsat na univerzitu, kde jsem studovala ciz&iacute; spisovn&yacute; jazyk, ale tak&eacute; sou&#269;asn&#277; jin&yacute; p&#345;edm&#283;t. Cht&#283;la jsem si postavit jakousi &ldquo;paraleln&iacute; kolej&rdquo; k sv&eacute;mu dosavatn&iacute;mu &#382;ivotu a mate&#345;&scaron;tin&#283;, po n&iacute;&#382; bych se mohla pohybovat bez velk&yacute;ch obt&iacute;&#382;&iacute;. Mate&#345;&scaron;tinou jse mluvila pouze dvakr&aacute;t ro&#269;n&#277; b&#277;hem n&aacute;v&scaron;t&#277;vy rodi&#269;&#367; a v&#382;dy to byly pobyty kr&aacute;tk&eacute;, nep&#345;esahuj&iacute;c&iacute; dobu jednoho m&#283;s&iacute;ce. Ze za&#269;&aacute;tku jsem se zlep&scaron;ovala pom&#277;rn&#277; velmi rychle. Brzy jsem se v&#269;lenila bez velk&yacute;ch obt&iacute;&#382;&iacute; do ka&#382;dodenn&iacute;ho &#382;ivota. Po dvou letech jsem sledovala televizi, nav&scaron;t&#277;vovala divadlo, operu, &#269;etla noviny a &#269;asopisy a dobrou sou&#269;astnou pr&oacute;zu. Byla jsem ov&scaron;em st&aacute;le cizinkou. V&yacute;znamn&yacute; kvalitativn&iacute; skok nastal, kdy&#382; jsem za&#269;ala pracovat jako &uacute;&#345;ednice a po 5 letech narozen&iacute; dcery. Za&#269;ala jsem pou&#382;&iacute;vat aktivn&#277; onu &ldquo;paraleln&iacute; kolej&rdquo;, kter&aacute; za&#269;ala fungovat sou&#269;&aacute;stn&#277; s onou p&#367;vodn&iacute;. Za&#269;ala jsem myslet v nov&eacute;m ciz&iacute;m jazyce. Pochopiteln&#277; jsem d&#277;lala chyby vlastn&iacute; v&scaron;em Slovan&#367;m. Vynech&aacute;vala jsem &#269;leny, nepou&#382;&iacute;vala jsem v&#382;dy spravn&#277; &ldquo;consecutio temporum&rdquo;, &scaron;patn&#277; jsem vyslovovala zdvojen&eacute; souhl&aacute;sky, chybn&#283; u&#382;&iacute;vala slovesa &ldquo;j&iacute;t a jet&rdquo; atd. Ub&#277;hlo dvacet let a za tuto dobu jsem &ldquo;odsunula na odpo&#269;inek&rdquo; svou mate&#345;&scaron;tinu. Dal&scaron;&iacute; ud&aacute;losti, tentokr&aacute;t tragick&eacute;, toti&#382; ztr&aacute;ta man&#382;ela a t&eacute;m&#277;&#345; sou&#269;astn&aacute; smrt obou rodi&#269;&#367;, je&scaron;t&#277; &ldquo;zrychlily&rdquo; a prohloubily ji&#382; dobrou znalost nov&eacute;ho jazyka, ale z druh&eacute; strany pos&iacute;lily vzdalov&aacute;n&iacute; od m&eacute; mate&#345;&scaron;tiny. Nov&yacute; stav m&#277; donutil &#269;elit situac&iacute;m p&#345;edev&scaron;&iacute;m jazykov&yacute;m, se styky s bankou a byrokraci&iacute; (likvidace man&#382;elovy &#269;innosti, poz&#367;stalost, dan&#283;, r&#367;zn&eacute; &#382;&aacute;dosti o sirot&#269;&iacute; d&#367;chod, atd.) v&#277;ci, o n&#277;&#382; se v&#382;dy staral man&#382;el. Musela jsem pochopit, nau&#269;it se a &#269;asto i h&aacute;jit sama, na&#269; jsem m&#277;la pr&aacute;vo a co jsem d&#345;&iacute;ve ned&#283;lala a tud&iacute;&#382; neznala.. Tento t&#283;&#382;k&yacute; &ldquo;kurz p&#345;e&#382;&iacute;t&iacute;&rdquo; prohloubil a je&scaron;t&#277; roz&scaron;&iacute;&#345;il osvojen&iacute; nov&eacute;ho jazyka. Mohu &#345;&iacute;ci, &#382;e jak&yacute;koli my&scaron;lenkov&yacute; a onyrick&yacute; proces a t&iacute;m i jazykov&yacute; projev prob&iacute;hal v nov&eacute;m jazyce. A d&aacute;le, kdy&#382; jsem se vracela do vlasti, bylo mi jasn&eacute;, &#382;e jsem ztratila plynulost v&yacute;razu a p&#345;i ka&#382;dodenn&iacute; komunikaci jsem dokonce n&#283;kdy musela hledat spr&aacute;vn&aacute; slova. Historick&eacute; ud&aacute;losti konce devades&aacute;t&yacute;ch let a politick&aacute; zm&#283;na m&eacute; p&#367;vodn&iacute; vlasti (a s t&iacute;m i nov&eacute; v&yacute;razy a slova), kterou jsem pro&#382;&iacute;vala mimo sv&eacute; rodi&scaron;t&#277; a o n&iacute;&#382; jsem se informovala pouze prost&#345;ednictv&iacute;m televize, novin a &#269;asopis&#367;, zp&#367;sobily, &#382;e jsem se najednou ocitla daleko ode v&scaron;eho, co jsem znala. To, co jsem nazvala &ldquo;aktivn&iacute;m odpo&#269;inkem&rdquo;, se stalo &ldquo;pasivn&iacute;m&rdquo; a j&aacute; jsem &ldquo;ztratila&rdquo; p&#367;vodn&iacute; vlast a mate&#345;sk&yacute; jazyk. P&#345;i n&aacute;vratech jsem dost t&#277;&#382;ko hledala slova a nez&#345;&iacute;dka p&#345;ekl&aacute;dala z nov&eacute;ho jazyka do p&#367;vodn&iacute;ho. Lid&eacute;, s nimi&#382; jsem mluvila, si uv&#283;domovali a pozn&aacute;valimou jazykovou nejistotu. Stejnou m&iacute;rou, jakou jsem se &ldquo;obohacovala&rdquo; v nov&eacute;m jazyce, jsem ztr&aacute;cela jistotu a &ldquo;ochuzovala se&rdquo; v p&#367;vodn&iacute;m. Dal&scaron;&iacute;m z&aacute;va&#382;n&yacute;m prvkem ve zm&#277;n&#277; m&eacute; toto&#382;nosti se stalo pro mne ka&#382;dodenn&iacute; u&#382;&iacute;v&aacute;n&iacute; internetu. Mo&#382;nost &#269;&iacute;st noviny a hledat v internetov&yacute;ch adres&aacute;ch v p&#367;vodn&iacute;m jazyce mi d&aacute;v&aacute; mo&#382;nost si znovu p&#345;isvojit slovn&iacute;k, kter&yacute; nezn&aacute;m a obnovit alespo&#328; pasivn&#277; p&#367;vodn&iacute; jazyk. Pokut se t&yacute;&#269;e sms, jsou a z&#367;st&aacute;vaj&iacute; pro mne rebusem. Jde sp&iacute;&scaron;e o to, &#382;e sms v p&#367;vodn&iacute;m jazyce pou&#382;&iacute;v&aacute;m minim&aacute;ln&#277;. Odm&iacute;tav&yacute; postoj k t&eacute;to komunikaci je d&aacute;n asi tak&eacute; v&#277;kem a nezvykem. Jedin&eacute;, co mi z&#367;st&aacute;v&aacute; v&#382;dy aktivn&iacute; v p&#367;vodn&iacute;m jazykov&eacute;m procesu, jsou po&#269;ty a p&#345;edev&scaron;&iacute;m n&aacute;sobilka. Jak&yacute; z&aacute;v&#277;r vyvodit z m&eacute; t&#345;iceti p&#277;tilet&eacute; zku&scaron;enosti? Mnoz&iacute; se ztoto&#382;n&iacute; se mnou, nebo&#357; prod&#277;lali tot&eacute;&#382;. Mezi slavn&yacute;mi m&#367;&#382;eme un&eacute;zt Vladim&iacute;ra Nabokova nebo Milana Kundera. Mnoz&iacute; z&#367;stali cizinci v nov&eacute; i v p&#367;vodn&iacute; vlasti. Sta&#269;&iacute; pomyslet na r&#367;zn&eacute; vlny rusk&yacute;ch emigrant&#367;. Kolik spisovatel&#367; bylo vyd&iacute;r&aacute;no hrozbou nucen&eacute; emigrace. Jak definovat mou zku&scaron;enost? Mohu &#345;&iacute;ci, &#382;e jsem bilingvn&iacute;? Ne. Tvrdit, &#382;e jsem zapomn&#283;la sv&#367;j p&#367;vodn&iacute; jazyk, je ur&#269;it&#283; p&#345;ehnan&eacute;. Mohu &#345;&iacute;ci, &#382;e jsem jej ve sv&eacute;m mozku &ldquo;odsunula na mrtvou kolej&rdquo;.To znamen&aacute;: jazykova neohebnost, ztr&aacute;ta jazykov&eacute;ho citu, zastaral&yacute; slovn&iacute;k, neznalost neologism&#367; a hovorov&yacute;ch forem jazyka, pravopisn&eacute; chyby, atd. Mohu v&scaron;ak tvrdit, &#382;e jsem perfekt&#277; zvl&aacute;dla nov&yacute; jazyk? Rozhodn&#277; ne! Zchudla jsem tedy tolik, kdy&#382; jsem zm&#277;nila zem a jazyk? Ne! Snad se mohu p&#345;irovnat k socha&#345;i, kter&yacute; se p&#345;ed mnoha l&eacute;ty zm&#277;nil v mal&iacute;&#345;e, ale nezapomn&#277;l socha&#345;inu. Snad jsem si za t&#277;ch t&#345;icet p&#283;t let t&#277;&#382;ce vybudovala kulturn&iacute; most (nejenom jazykov&yacute;), jen&#382; mi dovoluje radovat se v&#382;dy, kdy&#382; po n&#277;m kr&aacute;&#269;&iacute;m. Maria Kesnerova Quante lingue sai, tante volte sei uomo Quante lingue sai, tante volte sei uomo&rsquo;. Oppure, &lsquo;Se mi abbandoni (si intende la Patria) morirai&rsquo; ed altre celebri frasi cercano di &lsquo;riassumere&rsquo; una problematica sempre pi&ugrave; diffusa e legata al fenomeno dell&rsquo;aumento sempre pi&ugrave; crescente della globalizzazione e del connesso cambiamento linguistico durante l&rsquo;arco della vita di un individuo. Cercher&ograve; di dare testimonianza della mia esperienza personale. Il motivo dell&rsquo;abbandono del paese d&rsquo;origine &egrave; stato casuale e personale. A 22 anni mi sono innamorata e ho seguito la persona che amavo nel suo paese, senza avere il minimo sospetto delle difficolt&agrave; che avrei incontrato cambiando cos&igrave; radicalmente la mia vita. Per prima cosa avrei dovuto apprendere un&rsquo;altra lingua, che mi avrebbe permesso di comunicare profondamente sia con il marito che con il nuovo ambiente. Quasi subito mi sono iscritta di nuovo all&rsquo;universit&agrave;, dove avrei potuto imparare la lingua parlata ma anche dotta usata dai compagni di corso e dai professori. Mi sono messa a studiare la disciplina scelta nella nuova lingua. Speravo di costruirmi una specie di binario parallelo alla mia lingua-madre, giacch&eacute; non avevo alcuna possibilit&agrave; di parlare con nessun compatriota, all&rsquo;infuori dei genitori o amici ai quali facevo visita 2 volte all&rsquo;anno nel paese d&rsquo;origine, sempre per brevi periodi. Posso dire che all&rsquo;inizio progredivo abbastanza velocemente nell&rsquo;apprendere i nomi della realt&agrave; che mi circondava. Presto non ebbi pi&ugrave; difficolt&agrave; a comunicare e ad inserirmi nell&rsquo;ambiente quotidiano. Dopo un paio d&rsquo;anni ho cominciato a seguire le commedie a teatro, a frequentare l&rsquo;opera. Leggevo i settimanali e i buoni scrittori contemporanei del paese d&rsquo;adozione. Ma rimanevo sempre &lsquo;una straniera&rsquo;. Un vero e proprio salto di &ldquo;qualit&agrave;&rdquo; si &egrave; verificato dopo circa cinque anni, con la nascita della figlia e l&rsquo;inserimento nel mondo del lavoro. Posso dire di avere allora iniziato a &ldquo;viaggiare&rdquo; quasi indipendentemente nel binario della nuova lingua. Sia pure con errori tipici di tutti gli slavi: omissioni degli articoli, concordanze verbali sbagliate, le doppie spesso usate in modo erroneo e l&rsquo;uso non corretto del verbo &ldquo;andare&rdquo; e &ldquo;venire&rdquo; (nelle lingue slave &egrave; previsto un uso specifico, differenziato e molto complesso dei verbi che esprimono le varie modalit&agrave; di movimento). Sono trascorsi circa 20 anni e in questo lasso di tempo ho messo &ldquo;a riposo&rdquo; la mia lingua originaria. Altri avvenimenti, come la perdita del marito e la quasi contemporanea perdita di entrambi i genitori, hanno fatto s&igrave; che abbia dovuto &ldquo;accelerare&rdquo; e spingere &ldquo;in profondit&agrave;&rdquo; la gi&agrave; buona conoscenza della nuova lingua e di conseguenza l&rsquo;allontanamento dalla mia lingua materna Ho dovuto imparare a capire altri linguaggi che prima ignoravo, e che fino ad allora avevo ignorato perch&eacute; non mi servivano. Primo fratutti quello burocratico (INPS, tasse, pensioni di reversibilit&agrave;, etc.): si trattava non solo di &ldquo;capire&rdquo;ma di &ldquo;comprendere bene&rdquo; per poter far valere le mie ragioni. Questo &ldquo;corso forzato di sopravvivenza&rdquo; mi ha spinto ulteriormente innanzi nella comprensione e nell&rsquo;appropriamento della nuova realt&agrave; linguistica. Ormai pensavo, sognavo solamente nella nuova lingua. In pi&ugrave;, quando ritornavo in patria mi rendevo conto di aver perso l&rsquo;antica scioltezza ad esprimermi nella mia lingua d&rsquo;origine. Gli eventi storici che hanno portato ad un profondo cambiamento politico del mio paese d&rsquo;origine, con conseguente cambiamento anche linguistico, al quale io non ho partecipato, se non da lontano e attraverso i giornali italiani, hanno fatto s&igrave; che mi sono trovata sempre pi&ugrave; distante dalla mia lingua-madre. Il &ldquo;riposo attivo&rdquo; &egrave; diventato dopo 30 anni &ldquo;passivo&rdquo;. In breve, stentavo a esprimermi nella mia lingua e questo lo avvertiva anche l&rsquo;interlocutore ceco di turno. Traducevo e inventavo calchi dall&rsquo;italiano per delle realt&agrave; che non sapevo denominare esattamente perch&eacute; non le avevo vissute di persona. Mi arricchivo sempre pi&ugrave; linguisticamente in italiano e di pari passo mi impoverivo in ceco. Un ulteriore fatto importante nel cambiamento della mia identit&agrave; linguistica &egrave; stato l&rsquo;avvento dell&rsquo;uso quotidiano di Internet e la possibilit&agrave; della lettura dei giornali cechi, nonch&eacute; dellavisitazione di siti cechi di interesse culturale . In questo modo, posso dire di aver cominciato a &ldquo;recuperare&rdquo; e &ldquo;aggiornare&rdquo; il linguaggio (informatico, politico, volgare, etc.,) d&rsquo;origine, ma sempre su di un &ldquo;binario passivo&rdquo;. Quasi un rebus sono invece per me gli SMS. Suppongo che il disagio siadovuto principalmente all&rsquo;et&agrave; e all&rsquo;uso non frequente, che mi rende difficile utilizzare questo mezzo di comunicazione. L&rsquo;unica zona attiva del ceco che mi &egrave; rimasta sono i conti e precisamente le tabelline. Quale conclusione trarre dalla mia esperienza trentacinquennale? Molti l&rsquo;hanno fatta come me. Pensiamo ad illustri scrittori come Vladimir Nabokov e Milan Kundera. Molti sono rimasti per sempre &lsquo;stranieri&rsquo; sia nella nuova patria, sia nella vecchia: mi riferisco ad esempio alle varie ondate dell&rsquo;emigrazione russa. Quanti venivano ricattati con la minaccia dell&rsquo; emigrazione forzata?. Come dunque definire la mia esperienza? Onestamente non mi ritengo bilingue. Affermare che ho dimenticato la mia lingua originaria &egrave; sicuramente esagerato, posso dire che l&rsquo;ho messa &ldquo;a riposo&rdquo;, con tutte le conseguenze del caso. Ma posso sostenere che ho imparato alla perfezione la nuova lingua? Sicuramente no! Mi sono dunque linguisticamente e culturalmente impoverita cambiando l&rsquo;ambiente e la lingua? No! Posso forse paragonarmi ad un pittore che tanti anni fa ha cominciato solo a scolpire ma non ha dimenticato come si fa a disegnare. Forse ho costruito in questi 35 anni un solido ponte culturale (non solo linguistico) che mi permette di gioire ogni volta che lo attraverso. (trad.:dell&rsquo;autore)","null","null","");arrFiles[21]=new Array("cap2/tes2_2.htm","Incroci tra idiomi","Identit&agrave;/Appartenenza Incroci tra idiomi - Blends between languages Yves Gonthier Journal transparent Da: Yves Gonthier A: Luisella Carretta Data invio: 12 febbraio 2004 Buongiorno Luisella, Eco mia prima participation a la projetto Idendit&eacute;/appartenance que sera come una diario su la neve.A mia casa, l \'iverno &egrave; come una viaggio in una novella paesi, l \'iverno attraversare paesi sconosciuti con novella paesaggi.La realt&agrave; di tutti giorni &egrave; differente. La prima giornata de mia diario &egrave;le 2 gennaio 2004 su la spiaggia de la Baie des Chaleurs vicino a mia casa. ...Il y avait beaucoup de glaces form&eacute;es et sculpt&eacute;es par l \'eau douce et l \'eau sal&eacute;e. Cela me faisait penser &agrave; des cr&eacute;ations en verre. J \'aime beaucoup le verre; j \'ai r&eacute;alis&eacute; plusieurs pi&egrave;ces en verre. Il y avait l&agrave;, plein de sculptures semi-transparentes.Malgr&eacute; le vent l&eacute;ger tr&egrave;s froid, j \'aipris trois ou quatre photos de quelques glaces, en me disant que je reviendrai un jour prochain pour explorer ces merveilles et prendre d \'autres photos de ces cr&eacute;ations &eacute;ph&eacute;m&egrave;res. J \'en ai ramen&eacute; quelques-unes chez-moi pour les photographier dans de meilleures conditions un jour suivant. Le lendemain, il a fait tr&egrave;s doux et les glaces ont fondues. Glace (foto dell \'autore) Da: Yves Gonthier A: Luisella Carretta Data invio: 18 febbraio 2004 Buongiorno Luisella, Eco la secondo giornata de mia diario... Ici, en Gasp&eacute;sie, je me sens parfois comme un nomade qui n \'est pas autant nomade qu \'il le voudrait, un nomades&eacute;dentaire. Mais, dans mon esprit, dans mes pens&eacute;es, j \'imagine toutes sortes de choses qui me font voyager. Mon isolement g&eacute;ographique devient une ouverture &agrave; la plan&egrave;te &agrave; cause de ma fa&ccedil;on de voir le paysage. Depuis quelques ann&eacute;es, l \'hiverno &egrave; per mia una occasion d \'explorer d \'autres fa&ccedil;ons de cr&eacute;er avec la nature qui dort.Au lieu de peindre le paysage, je peins sur le paysage. Les grandes &eacute;tendues de neige sont comme d \'immenses toiles blanches sous lesquelles la terre r&ecirc;ve. Et moi, sur la neige, je cr&eacute;e, j \'improvisedes oeuvres qui sont &eacute;ph&eacute;m&egrave;res. Ceci se fait enti&egrave;rement en solitaire: je suis l \'artiste et le seul public. Je prends quelques photograhies. Cela devient &agrave; la foisle t&eacute;moin et une nouvelle oeuvre. La secondo giornata de mia diario &egrave;venerdi, 9gennaio, con le cafe su la neve. Baci Luisella, Yves Peindre sur le paysage (foto dell \'autore) Da: Yves Gonthier A: Luisella Carretta Data invio: 1 marzo2004 Buongiorno Luisella, Un altra giornata su la neve. La bella luce dal l \'hiverno donare una sensation spiritual que modifia mia percezioni. Con il freddo arriva il silenzio. Per me, l \'isolamento a l \'hiverno permette de vivere comme in una sogni. Dove &egrave; mia realita? Le temps doux, au d&eacute;but de janvier, a form&eacute; une mince couche de glace sur de grandes surfaces de neige. Il est 14 heures. La lumi&egrave;re est belle et j \'en profite pourr&eacute;aliser des peintures sur la glace et la neige avec un jus de betterave que je garde depuis quelques jours. Sur une petite surface glac&eacute;e, je fais couler lentement, comme un pr&eacute;cieux liquide ,le jus rouge-magenta transparent.Tel un alchimiste, je me dis: \' \' ce r&eacute;v&eacute;lateur me d&eacute;voilera, me fera voir, quelque secret \' \'. Le jus se r&eacute;pand rapidement puis ralentit et se fige sur la surface glissante. J \'observe ce qui se cr&eacute;e et qui m \'est r&eacute;v&eacute;l&eacute; de la nature endormie. Mes cr&eacute;ations spontann&eacute;es resteront visibles 3 ou 4 jours puis, dispara&icirc;tront lors d \'une petite temp&ecirc;te qui nous apportera une neige l&eacute;g&egrave;re comme du duvet. Ciao, Yves Peinture sur glace (foto dell \'autore) Da: Yves Gonthier A: Luisella Carretta Data invio: 3 marzo 2004 Buongiorno Luisella, Oggi, martedi, 2 marzo 2004, mia diario &egrave; molto differente perch&eacute; toute mia imagination &egrave; per un novella viagio in una novella paesaggi, a La Habana.Per me, &egrave; comme una citt&agrave;mystica.&Egrave; la prime terra que vado Colombus. Nous partons jeudi. Je n \'ai pas d \'images &agrave; te montrer car elles sont encore toutes dansle vent de mesimaginations. Arrivederci Yves","null","null","");arrFiles[22]=new Array("cap2/tes2_1.htm","Incroci tra idiomi","Identit&agrave;/Appartenenza Incroci tra idiomi - Blends between languages Ivica Ajanovski The Outsider Kazi mi, kogo najmnogu go sakas, ti zagadocen coveku: tvojot tatko ili majka, tvojata sestra ili brat? Nemam nitu tatko, nitu majka, nitu sestra, nitu brat. Tvoite prijateli, mozebi? Go koristis zborot sto nikogas ne go sfativ. Tvojata zemja? Ne znam kade taa bi mozela da se naogja. Ubavinata? Nea bi ja sakal so seto svoe srce, samo ako taa bese bozica i besmrtna. Parite? Niv gi mrazam isto kolku sto ti go mrazis Gospod. Pa, togas, nepoznat tuginecu, sto e toa sto ti go sakas? Gi sakam oblacite ... oblacite sto pominuvaat ... onamu nekade ... onamu nekade ... onie prekrasni oblaci! (Sarl Bodler) Roden sum vo Skopje, Makedonija. Doma zboruvame na makedonski, no, moite roditeli megusebe zboruvaat i na srpsko-hrvatski jazik. Imeno, majka mi e Hrvatka, a tatko mi Makedonec, koj poteknuva od egejskiot del na Makedonija. Toj bil dete-begalec za vreme na etnickoto-cistenje vo periodot na Graganskata vojna vo Grcija (1946-1949). Roditelite na tatko mi (moite baba i dedo od strana na tatko mi) megusebe zboruvaa na grcki koga ne sakaa da gi razbereme, no, ne sakale da go naucat i tatko mi, velejki deka za niv toa bil jazikot na okupatorite. Moite drugi baba i dedo (od stranata na majka mi), isto taka, ziveeja vo Makedonija, a megusebe zboruvaa na hrvatski jazik. Vsusnost, site tie luge koi gi spomenav go zboruvaa makedonskiot jazik, site ja cuvstvuvaa i sakaa Makedonija i nikogas ne posakuvaa da ja napustat. Site, osven mene. Jas edvaj cekav da zaminam. Imav golema strast za citanje knigi, a stranskata literatura mi bese sekojdnevna neophodna dusevna hrana. Mnogupati, vo moite sonista znaev da otidam vo nekoi dalecni stranski zemji i kulturi. Kako sto se iskazal Flober: \"Koga stanuva zbor za pojmot rodna zemja, obicno lugeto imaat pretstava deka toa e izvesno parce zemja locirano na nekoja geografska karta, koesto e oddeleno od drugite zemji so nekoja crvena ili sina linija. No, ne... Za mene, mojata rodna zemja e zemjata koja ja sakam, odnosno, toa e onaa zemja koja gi ostvaruva moite sonista i koja pravi ubavo da se cuvstvuvam vo nea. Jas sum vo isto tolkava merka Kinez, kolku sto sum i Francuzin i ne se raduvam za nasite pobedi nad Arapite, bidejki me rastazuvaat nivnite porazi. Gi sakam onie grubi, izdrzlivi, smeli, istrajni i primitivni lugje, koi napladne znaat da prilegnat vo senkata pod stomacite na nivnite kamili i dodeka pusat na svoite chibuci da pravat segi i da se potsmevaat so nasata razviena civilizacija, kojasto treperi od bes i gnev poradi toa... \" Se sekavam deka koga imav deset godini, baba mi imase obicaj da kaze: \"Koga Ivica cite kniga, moze nekoj da go bodne so igla i nema nisto da pocustvuva, tuku ke prodolzi so citanjeto. \" Taka, eden den, bratuced mi ja zede od baba mi iglata za pletenje i dodeka citav me probode so tolkava sila i zestokost, sto mojot vresok se slusase na nekolku kilometri... \"Babo, ti ni kaza deka Ivica ke prodolzi da ja cita knigata, a toj vresna? \" - ironicno prasa bratuced mi. ...Odvaj docekav da ja napustam zemjata. Za vreme na moite filmski studii prestojuvav vo Moskva, no posle sest godini dojde vreme da zaminam.Bev tazen, no, znaev deka e vreme da steknam nekoi novi iskustva. Viorot na zivotot i rabotnite okolnosti me nosea niz Saraevo,Helsinki,Stokholm preku Berlin za konecno da se skrasam vo London.Toj kratok prestoj traese polni sesnaeset godini. Bese grad tocno po moj vkus: kosnica na najroznovidni kulturi,religii i obicai. Sepak se smestiv vo Celsi,pored samata reka Temza, od kade gi nabjluduvav jahtite,brodovite i camcite. Polovinata od vremeto pominato vo London go iskoristiv da patuvam sirum svetot: od Madagaskar do Bazaruto, od Transkai do Kejp Nord,Norveska. Vo eden period pominav celi sest meseci na brod, krstarejki ja juznata hemisfera. Se cuvstvuvav kako Sarl Bodler, koj, koga bil pritisnat od atmosferata vo Pariz, koga svetot mu izgledal \"monoton i malecok \", toj ke zaminel ottamu, ednostavno \' \'zaradi toa sto custvuval potreba da zamine \' \' i da patuva do nekoe pristaniste ili do nekoja zeleznicka stanica: Kocijo, povedi me so tebe! Brodu, ukradi me odovde! Odvedi me nekade daleku, daleku odovde. Ovde kalta e sozdadena od nasite solzi! Sekojpat koga se vrakav doma, se cuvstvuvav kako mladiot Gistav Flober, koj gi opisal negovite cuvstva za Francija: \" Zgrozen sum i cuvstvuvam odvratnost koga se vrakam vo ovaa prokleta zemja, kade sto moze da se vidi sonceto na nebo isto tolku cesto kolku i dijamant vo svinski gaz. Ne davam ni pet pari za Normandija, nitu za ubavata Francija \'... Mislam deka jas mora da sum bil prenesen od vetristata vo ovaa zemja na kal; sigurno sum se rodil na nekoe drugo mesto - otsekogas sum go imal ona cuvstvo koe lici na sekevanje ili intuicija za prekrasnte bregovi i sinite morinja. Sum se rodil da bidam imperator na Kochin-Kina, da pusam lule dolgo 10 metri, da imam 6,000 zeni i 1,400 robovi, da poseduvam napravi za secenje glavi, numidijski konji, mermerni bazeni... Jas isto taka veruvam deka sum bil \"presaden od vetristata \". Na mojot 40-ti rodenden , resiv da se preselam vo Italija. Voa toa vreme, koga lugjeto na moja vozrast dozivuvaat sredovecni krizi, jas povtorno se custvuvam kako tinejdjer. Gradot sto go izbrav e Genova, so ogromno pristaniste. Od tuka mojot pradedo zaminal so brod za Argentina. Sekoe utro od kvartot \' \'Istoriski Centar \' \' peski prosetetuvam niz starata luka od kade povtorno gi nabljuduvam jahtite, brodovite i feribotite... Ne znam uste kolku dolgo ke ostanam ovde. Mozebi povtorno ke se preselam. A dotogas, ke uzivam na ubavinite i na cudata na ovaa \"il bel paese \".Povtorno se custvuvam kako dete. Ke gi sledam oblacite. Ivica Ajanovski The Outsider Tell me, whom do you love most, you enigmatic man: your father, your mother, your sister or your brother? I have neither father, nor mother, nor sister, nor brother. Your friends? You \'re using a word I \'ve never understood. Your country? I don \'t know where that might lie. Beauty? I would love her with all my heart, if only she was goddess and immortal. Money? I hate it as you hate God. Well then, what do you love, you strange outsider? I love the clouds...the clouds that pass by...over there...over there... those lovely clouds! (Charles Baudelaire) I was born in Skopje, Macedonia. At home we spoke the Macedonian but my parents spoke to each other in Serbo-Croatian. My mother is Croatian, my father a Macedonian -a refugee of ethnic cleansing during the civil war in Greece. My paternal grandparents spoke in Greek when they didn \'t want us to understand them. They refused to teach my father Greek as for them it was the language of the oppressors. My maternal grandparents lived in Macedonia and spoke Croatian between themselves. But they loved Macedonia and never wanted to leave. All except myself! I couldn \'t wait to leave. I would escape in my dreams to distant foreign lands and cultures in literature. As Flaubert said, \"As for the idea of the native country, that is to say, of a certain bit of ground traced out on amap and separated from others by a red or blue line: no. My native country is for me the country that I love, that is, the one that makes me dreams, that makes me feel well. I am as much Chinese as French , and I don \'t rejoice about our victories over Arabs because I \'m saddened by their defeats. I love those harsh, enduring, hardy people, the last of the primitives, who at midday, lie down in the shade under the bellies of their camels, and while smoking their chibouks, poke fun at our good civilization, which quivers with rage about it... \" When I was ten years old my grandma would say, \"When Ivica reads a book, you can prick him with a needle and he won \'t feel it \" One day my cousin took a knitting needle from her and while I was reading, stabbed me in my bum with such force that the scream was heard for miles away. \"Grandma, you said Ivica wouldn&rsquo;t feel it if I pricked him? \" I couldn \'t wait to leave. My studies took me to Russia but after six years my studies came to an endand I had to leave. I was sad but it was time for new experiences. Life and work took me through Sarajevo, Helsinki, Stockholm, Berlin and finally London. I loved it there and I lived next to the river Thames to look at the ships and boats. Half of my 16 years in London were spent travelling around the world. From Madagascar to Bazaruto, from the Transkei to CapeNorth in Norway. I felt like Charles Baudelaire who, when he was oppressed by the atmosphere in Paris, when the world seemed \'monotonous and small \' he would leave, \'leave for leaving sake \' and travel to a harbour and a train station, \"Carriage, take me away with you! Ship, steal me away from here! Take me far, far away. Here the mud is made of our tears! \" Every time I would come back home, I would feel like schoolboy Gustave Flaubert who explained his feelings about France, \' I \'m disgusted to be back in this damned country where you see the sun in the sky about as often as a diamond in a pig \'s arse. I don \'t give a shit for Normandy and la belle France...I think I must have been transplanted by the winds to this land of mud; surely I was born elsewhere - I \'ve always had what seem like memories or intuitions of perfumed shores and blue seas. I was born to be the emperor of Cochin-China, to smoke 100-foot pipes, to have 6,000 wife&rsquo;s and 1,400 catamites, scimitars to slice of heads I don \'t like the look of, Numidian horses, marble pools... \' I too believe that I was \"transplanted by the winds \". On my 40th birthday I decided to move to Italy. When people my age around me were experiencing a mid-life crisis, I felt like I was teenager again. It was to be Genoa, a big port city again. Living in the \'centro storico, I can have my early morning walks by the port and look at the ships and little boats... I don \'t know how long I will be here. I might move again. Until then I will enjoy the sheer wonder of&ldquo;il bel paese&rdquo;. I am a child again. I will follow the clouds. (trad.:dell&rsquo;autore)","null","null","");arrFiles[23]=new Array("cap3/tes3_1.htm","Il viaggio come esperienza creativa","Identit&agrave;/Appartenenza Il viaggio come esperienza creativa - Travel as a creative experience Luisella Carretta Viaggio come ricerca dell&rsquo; identit&agrave; L &rsquo;Atelier Nomade &egrave; un progetto che ho cominciato alcuni anni fa e che, tra un viaggio e l&rsquo;altro, sto portando avanti nel tema della creativit&agrave;. In relazione alla possibile riflessione su identit&agrave; e appartenenza , l&rsquo;attivit&agrave; creativa in viaggio &egrave; anche una ricerca di se stessi, quindi un modo per cercare di capirsi. Non penso che il viaggiare sia una condizione unica per arrivare ad un&rsquo;attivit&agrave; creativa, perch&eacute; uno pu&ograve; viaggiare anche stando seduto nella sua stanza. Questa &egrave; stata una mia esigenza, che ho portato avanti perch&eacute; mi piaceva e mi incuriosiva. Forse la voglia di continuare a viaggiare &egrave; relativa al fatto che non ho ancora veramente capito a quale luogo appartengo: quindi lo sto ancora cercando. Il luogo, secondo me, pu&ograve; essere anche trovato nella nostra lontana storia biologica e forse, un giorno o l&rsquo;altro, lo ritrover&ograve;. 1 ottobre 1996, Roma - Madrid - Buenos Aires Si attraversano terre velocemente sembra di non poter cogliere nulla ma la memoria attenta ripercorre strade perdute e mai dimenticate da: Atelier Nomade, Campanotto, 1998 Si sa che gruppi di uomini si sono distinti per essere tendenzialmente nomadi o stanziali, quindi c&rsquo;era chi aveva voglia di muoversi e chi stava fermo. Pensando al viaggio come qualcosa che riguarda non solo la ricerca del luogo , ma anche la ricerca di se stessi, credo che ogni atto creativo sia comunque un viaggio che si pu&ograve; fare all&rsquo;interno di una stanza, di una pagina o di qualcosa ancora pi&ugrave; piccolo. Il viaggio pu&ograve; essere anche una fuga: spesso &egrave; qualche cosa che ti porta a fuggire dal tuo quotidiano per trovare altro . Quando ho cominciato non solo a viaggiare, ma a usare il viaggio a livello creativo, mi sono resa conto che sentivo fortemente di poter cogliere cose molto importanti ascoltando e guardando e cercando di ricevere energie dai luoghi che frequentavo e dalle persone che incontravo. Attraverso quello che io mi portavo dentro, potevo far uscire da me altre memorie, anche pi&ugrave; lontane. Durante l&rsquo;attivit&agrave; creativa in viaggio, accade infatti di riuscire a superare pi&ugrave; facilmente il cosiddetto limite , perch&eacute; in viaggio si &egrave; anche confusi, spaesati, si possono guardare le cose con un incanto infantile e la barriera critica e autocritica, nel momento del lavoro creativo, tende a diminuire, a disfarsi. Questo &egrave; positivo perch&eacute; c&rsquo;&egrave; sempre il momento in cui, tornando indietro, puoi riguardare quello che hai fatto. Durante questi spostamenti molto spesso l&rsquo;attivit&agrave; creativa diventa quasi un&rsquo;esigenza perch&eacute;, essere lontani dalla propria stanza, dal proprio luogo, dalle persone che si conoscono, crea non solo piacere, ma anche paura e disagio. Qualche volta ci possono essere momenti di esaltazione seguiti da crisi e cadute. L&rsquo;esercizio di scrittura che io ho portato avanti, da quando facevo i primi viaggi, era scrivere diari che, per molti anni, sono rimasti chiusi in un cassetto, perch&eacute; non pensavo fosse utile trascriverli. Pi&ugrave; tardi ho scoperto invece che avevo scritte cose interessanti e diverse. La scrittura durante il viaggio &egrave; la cosa che pi&ugrave; facilmente si riesce a fare. Immaginate su un aereo di voler fare degli acquerelli; invece la cosa pi&ugrave; facile, chiusi dentro la cabina di un ereo, &egrave; quella di scrivere. Durante i viaggi lunghi, 10, 11 o 14 ore, scrivere serve anche per superare il tempo. 14 luglio 1998, Hallmundarhaun, Islanda Il vento non si placa. La luce bianca trapela dal tessuto della tenda. Una delle cose immaginate prima del viaggio si realizza in questo luogo troppo aspro e freddo per darti piacere. Sono chiusa in questo piccolo e fragile spazio che mi protegge e cos&igrave; si conferma quello che avevo pensato: la scrittura come possibilit&agrave; creativa nelle situazioni limite, dove non ti &egrave; permesso altro perch&eacute; non hai spazio, n&eacute; forza per osare il disegno o la pittura con le mani gelate. da: Dove le pietre volano, Campanotto 1999 Durante questi periodi molto spesso mi &egrave; accaduto di poter guardare la mia vita e il mio quotidiano da lontano. Cos&igrave; ho risolto dei problemi. Si crea come una frizione, una lettura accelerata della propria vita e si vedono le cose con maggior distacco. Questo per&ograve; apre altre porte e i dubbi ritornano come una catena che non finisce mai. A me piace molto guardare le carte geografiche e un&rsquo;immagine quasi infantile, che sovente mi viene in mente in viaggio, &egrave; vedermi su una carta geografica come un punto infinitesimale. &Egrave; come vedermi perduta in uno spazio senza sapere esattamente dove sono. Durante il viaggio inoltre lo sguardo si riattiva, non &egrave; un aumento della capacit&agrave; visiva, ma si stimola la possibilit&agrave; di memorizzare, di entrare anche nei ritagli di quello che si vede perch&eacute; ci si trova di fronte a cose insolite, mai viste prima, come persone con certi abiti, sguardi che sono diversi, luci, paesaggi, suoni. Tutto questo aumenta l&rsquo;attenzione altra . In questo cambiamento, forse in una sorta di sperdimento, c&rsquo;&egrave; una maggiore facilit&agrave; all&rsquo;uscita dell&rsquo;atto creativo e si crea un flusso quasi automatico. Per comporre i libri ho dovuto per forza rileggermi e mi sono resa conto pi&ugrave; volte che avevo scritto delle cose che sembravano scritte da un&rsquo;altra persona. Ho capito quindi che uno veramente entra nella dimensione dell&rsquo;altro luogo quando riesce a tirar fuori da se qualche parte segreta, che c&rsquo;era, ma rimaneva dentro e che, se non ci fosse stato l&rsquo;atto creativo, probabilmente non sarebbe mai uscita. Quindi questa presa di distanza o questa volont&agrave; di esilio, permette di aprire porte che altrimenti, probabilmente, rimarrebbero chiuse. 19 settembre 1999, La Minerve, Qu&eacute;bec, Canada La fuga nella foresta sulle montagne nei deserti nel silenzio non pu&ograve; pi&ugrave; essere Non &egrave; pi&ugrave; il tempo del compiacimento e della contemplazione ... La morte &egrave; vicina si manifesta a noi nell&rsquo;assenza ... Allora parole come segni violenti e dolci sono la via da: Non volevo vedere l&rsquo;orso, Campanotto, 2002 Genova, maggio 2004 La garza &egrave; l \'energia , installazione, Laki, Islanda 1998 (foto dell \'autore) Il viaggio dello sguardo , installazione, Rajasthan, India 1997 (foto dell \'autore) Acqua , performance, Riviere di Cascap&eacute;die, Gasp&eacute;sie, Canada 2001 (foto di Y. Gonthier) Luisella Carretta TRAVEL AS THE SEARCH FOR IDENTITY The Atelier Nomade is a project which I started some years ago and which, between one journey and another, I have continued to pursue as part of the general theme of creativity. With regard to possible reflections on identity and belonging , creative activity while travelling is also a kind of personal quest, a way of trying to understand oneself. I do not think that travelling is the only way to engage in creative activity and indeed one can travel even sitting in one&rsquo;s own room. Travel has always been a need of mine, and I have sought to satisfy it because it gives me pleasure and excites my curiosity. Perhaps my desire to continue travelling reflects the fact that I have not yet really understood which place I belong to, and so I am still looking for it. I think that this place can also be found somewhere in our distant biological past and perhaps, some day, I shall find it. 1 October 1996, Rome - Madrid - Buenos Aires We travel across lands quickly it seems we can grasp nothing but our attentive memory moves along lost and never forgotten paths f rom: Atelier Nomade , Campanotto, 1998 One way of dividing people up is according to their tendency to be either nomadic or settled: there have always been those who wanted to move and those who wanted to stay still. As I see travel as something which is not only a question of investigating place, but also oneself, I think that every creative act is a journey, which is something one can do inside a room, on a page or even in a much smaller space. Travel can also be flight from one&rsquo;s everyday life in search of something else. When I started not only travelling but also using travel creatively, I felt strongly that I could grasp more important things by keeping my ears and eyes open and trying to receive energies from places I visited and people I met. Using what I carry inside me, I was able to bring out other, even distant, memories. During creative activity while travelling, one can transcend limits, because one is confused and disorientated; one can look at things with a childlike enchantment,and, at the moment of creation, the critical and self-critical barrier tends to diminish and collapse. This is positive because there is always a moment when you can look back again at what you have done. Very often when we are on the move creative activity becomes almost a personal need because being far from our own room or place and from the people we know not only excites pleasure but also fear and unease. Moments of exaltation are followed by crises and failure. Since I started my first journeys I have written diaries which for many years have remained shut up in a desk because I didn&rsquo;t think it was very useful to transcribe them. Later I discovered that I had written interesting and different things. Writing while travelling is in fact very easy. Imagine trying to do water-colours on a plane; the easiest way to shut yourself off when you are on a plane is to write. On long journeys, say, 10, 11 or 14 hours, writing is also a way of killing time. 14 July 1998, Hallmundarhaun, Iceland The wind refuses to die down. White light filters though the fabric of the curtains. One of the things you imagined before you started the journey has come true in this place that is too harsh and cold to be pleasurable. I am enclosed in this small, fragile space which protects me and this confirms my idea of writing as a creative possibility in extreme situations, where you have nothing else to do because you have neither the space nor the strength to even dare to draw or paint with frozen hands. from: Dove le pietre volano , Campanotto 1999 During these periods very often I have found myself being able to look at my life and my everyday activities from afar. In this way I have resolved many problems. A kind of friction is created, an accelerated reading of one&rsquo;s own life where one sees things with greater distance. But this opens other doors and the doubts come back like an unbroken chain. I am very fond of looking at maps and there is an almost childish image which often comes into my mind when travelling: I see myself as an infinitely small point on a map. It is like looking at myself lost in space without knowing exactly where I am. While travelling our gaze too is revived; this is not a question of an increase in visual capacity, but the faculty of memory is stimulated. We enter into what we see because we are faced with unusual, previously unseen things, like people wearing particular clothes, different gazes, lights, landscapes, sounds. All this heightens another kind of attention. In this change, perhaps in a sort of disorientation, the creative act becomes easier and an almost automatic flow is set up. In order to be able to write my books I have had to re-read myself, and in doing so I have often felt that I had written things which seemed written by another person. I thus understood that one really enters into the dimension of the other place when one manages to draw out of oneself some secret part which was there but remained inside and which, without the creative act, would probably never have come out. So it is this distancing or this will to exile that allows us to open doors which otherwise would probably remain closed. 19 September 1999, La Minerve, Qu&eacute;bec, Canada Flight to the forest to the mountains to the deserts to the silence can no longer be It is no longer the time for complacency and contemplation ... Death is near it shows itself to us in absence ... Then words like violent and gentle Signs are the way from: Non volevo vedere l&rsquo;orso , Campanotto, 2002 Genoa, May 2004 ( trad. : I. Harvey)","null","null","");arrFiles[24]=new Array("cap3/tes3_2.htm","Il viaggio come esperienza creativa","Identit&agrave;/Appartenenza Il viaggio come esperienza creativa - Travel as a creative experience Jeane Fabb Ageless Conversations Context: &ldquo; Without a Trace&rdquo;, a collective art-action under the midnight sun in Iceland, July 1999. Nine artists, Quebecois and Icelandic, walked for twelve days in the heart of this country, with the intention to be open to the land, and in this spirit, to leave as little trace as possible. Entering the heart of Iceland was to set foot inside a mystery. Driving through the thick fog, all senses strained to understand this territory so enigmatic. I could feel the humid, windy and cool climate, and the undulating land rolling beneath. Fleeting glimpses of glacial rivers amidst vivid green grasses gave sensations of both the familiar and the unfamiliar&mdash;like past and present mixed together into immediate impressions. After the long ride to the first hut, I set off to explore, propelled into the fog by the need to feel the land directly under my feet. What was beyond sight was imagined through what was in sight. Walking amongst the huge tufts of thick moss, I thought of the strata within the land beneath us, the boiling magma and gaseous fluids, and how, as archeologists say, the deeper one digs, the older it gets. Yet here, through the geysers, volcanoes and hot-springs, the deep underneath surges up to the surface all by itself. Not like back home, where the ancient worn-to-the-bone granite mountains are so still, so silent. It took three days for the fog to slowly, but completely, dissipate. Already the group had pored over maps and exchanged stories about place. We had increased the certainty of our foothold in glacial rivers and on the edges of canyons. Names of places were becoming familiar. We set off on our first long trek, the ever-present wind in our face, distant horizons now clearly visible. My desire was to remain open to the immediate. As we walked, I realized that I carried inside me a loving attachment to my own familiar territory. I could feel the strong sensual experience of this place in my body. In Quebec, in the Laurentian mountains, each day, no matter the season, I walk in the boreal forest. However, in Mexico, when my friend Magali discouraged me from going out on the land by myself, I learned how fortunate I was to wander so freely. She said a woman never walks alone in the landscape. Can the nature of the encounter between body and place be determined by our sex? By politics and social mores? Images come to mind: women walking with children and water and food and firewood on their backs, in their arms, on their heads, by their side.As I walk, I think how fortunate I am to be living with my daughter in a country that is neither war-torn, nor in the middle of a drought, nor has yet turned into an industrial wasteland. Where is the connection between here and there? Our common ground? Does it lie within the bare bones, within our sense of rooting in nature? I longed to feel anonymous: as if I were neither from here nor from there. I wanted to be reminded again of the planetary rock. Of our greater context. I chose to walk the land dressed in a particular way. Like on a pilgrimage. But with no particular destination but to be present to the journey. I chose simple dark clothing as a shifting boundary between inner and outer&mdash;a long black cotton skirt, a black woolen vest, black gloves and a large black headscarf. An invitation to an intimate narrative between myself and the land. A simple gesture that marked the passage from one world to another, a personal signal that allowed me to imagine an alliance with women walking elsewhere. In my journal I wrote: &ldquo;I wear black like silence and waiting. I walk surrounded by silence. I wait surrounded by silence, by mute mountains and creeping glaciers&hellip; I walk and wait on the rims of cliffs, at the edges of swift rivers, at the foot of an immense stone, in the middle of infinite expanses&hellip; Wearing this long dark skirt has something to do with how I enter the space and witness it. I hear my breath and the wind&hellip;yes, the wind, not like back home in the Laurentian mountains where it constantly whispers and whistles through the trees. Here, the wind rushes over the land, through my clothes, around my ears. It blows my skirt in all directions, flaps my scarf, pushes and pulls me. It fills the silence&hellip;and I am simply a woman wearing black in July in the heart of Iceland, in the time of no-night, no-blackness. I look into the plunging ravines, into the matrix of earthy folds...I feel the land shaping my sense of self&hellip;I am minute in this vastness&hellip;&ldquo; Jeane Fabb Conversations sans age Contexte: &laquo;Sans traces&raquo; , une action artistique collective sous le soleil de minuit en Islande, en juillet 1999. Neuf artistes qu&eacute;b&eacute;cois et islandais ont march&eacute; pendant douze jours au c&oelig;ur du pays, avec l&rsquo;intention d&rsquo;&ecirc;tre ouverts &agrave; cette terre et en ce sens de laisser le moins de traces possible . P&eacute;n&eacute;trer au c&oelig;ur de l&rsquo;Islande, c&rsquo;&eacute;tait comme tenter de percer un myst&egrave;re. Le d&eacute;placement&agrave; travers un &eacute;pais brouillardtendait tous les sensvers la compr&eacute;hension de ce territoire tellement &eacute;nigmatique. Je ressentais ce climat humide et venteux qui subjuguait cette terre ondoyante.Les rivi&egrave;res glaci&egrave;res entrevuesau milieu de l&rsquo;&eacute;clat des herbes vertes me procuraient une double sensation de familier et d&rsquo;&eacute;tranger &ndash; comme si le pass&eacute; et le pr&eacute;sent s&rsquo;amalgamaient end&rsquo;imm&eacute;diates impressions. Apr&egrave;s un long chemin jusqu&rsquo;au premier refuge, j&rsquo;ai entrepris d&rsquo;explorer, attir&eacute;e dans la brume par le besoin de sentir la terre directement sous mes pieds. J&rsquo;imaginais ce qui restait invisible &agrave; partir de ce que je pouvais voir. En marchant parmi les &eacute;normes touffes de mousse &eacute;paisse, je pensais &agrave; l&rsquo;&eacute;paisseur de laterre sous nos pas,au magma bouillant et aux fluides vaporeuxetje me rappelais comment, selon les arch&eacute;ologues, plus on creuse plus c&rsquo;est vieux.En ce lieu, toutefois, la profondeur sous-jacente jaillit d&rsquo;elle-m&ecirc;me &agrave; la surface par les geysers, les volcans et les sources g&eacute;othermiques.&Ccedil;a n&rsquo;a rien &agrave; voir avec chez-nous, o&ugrave; les vieilles montagnes de granit immobiles, us&eacute;es &agrave; l&rsquo;os, restent tellement silencieuses. &Ccedil;a a pris trois jours avant que lentement le brouillard ne se dissip&acirc;t compl&egrave;tement. Le groupe &eacute;tait d&eacute;j&agrave; absorb&eacute; par les cartes topographiques et se racontait des histoires &agrave; propos des lieux.Nos pas ont pris de l&rsquo;assurance dans la travers&eacute;e des rivi&egrave;res glaci&egrave;res et sur les cr&ecirc;tes des canyons. La toponymie des lieux devenait famili&egrave;re. Nous avons entrepris notre premi&egrave;re longue randonn&eacute;e, le vent omnipr&eacute;sent en pleine face, les lointains horizons enfin clairement visibles. Je ne voulais que rester disponible &agrave; l&rsquo;imm&eacute;diat .En marchant,je constatais comment je portais en moi mon attachement amoureux pour mon territoire familier. Je ressentais la puissante exp&eacute;rience sensuelle de ce lieu dans mon corps.Au Qu&eacute;bec, dans les Laurentides, chaque jour, en toute saison, je marche dans la for&ecirc;t bor&eacute;ale. Or au Mexique, quand mon amie Magali m&rsquo;a d&eacute;courag&eacute;e d&rsquo;aller me promener toute seule, j&rsquo;ai compris ma chance de pouvoir ainsi circuler librement.Elle m&rsquo;a expliqu&eacute; qu&rsquo;une femme ne va jamais seule dans le paysage. Est-ce que la nature du rapport entre une personne et un lieupeut &ecirc;tre d&eacute;termin&eacute;e par le sexe auquel elle appartient, par quelque politique ou des consensus sociaux? Des images viennent &agrave; l&rsquo;esprit: des femmes qui marchenten portant sur leur dos, dans leurs bras, &agrave; leurs c&ocirc;t&eacute;s des enfants, de l&rsquo;eau, de la nourriture et du bois. Tout en marchant,je comprends jusqu&rsquo;&agrave; quel point je suis chanceuse de vivre avec ma fille dans un pays&eacute;pargn&eacute; par la guerre etla s&eacute;cheresse et pas encore r&eacute;duit &agrave; une terre ravag&eacute;e par la pollution industrielle. O&ugrave; est la connection entre ici et l&agrave;-bas? Notre terrain communest-il enfoui au plus profond de notre &ecirc;tre, au coeur m&ecirc;me de notre enracinement dans la nature? J&rsquo;avais envie de rester anonyme: comme si je n&rsquo;&eacute;tais ni d&rsquo;ici ni d&rsquo;ailleurs .Je voulais encore me rattacher &agrave; la roche plan&eacute;taire. Notre plus grand contexte. J&rsquo;ai d&eacute;cid&eacute; de marcher sur cette terre v&ecirc;tue d&rsquo;une fa&ccedil;on particuli&egrave;re. Comme lors d&rsquo;un p&egrave;lerinage. Sans destination pr&eacute;cise, sans autre but que d&rsquo;&ecirc;tre pr&eacute;sente au voyage. J&rsquo;ai choisi de simples v&ecirc;tements noirs en guise defronti&egrave;re changeante entre l&rsquo;int&eacute;rieur et l&rsquo;ext&eacute;rieur&mdash;une jupe longue de coton noir, une veste de laine noire, des gants noirs et sur ma t&ecirc;te, un grand foulard noir.Une invitation &agrave; un dialogue intime entre moi et la terre. Un simple geste qui marque le passage d&rsquo;un monde &agrave; l&rsquo;autre,un signe personnel me permettant d&rsquo;imaginer une alliance avec des femmes marchant ailleurs. J&rsquo;ai &eacute;crit dans mon journal: &laquo; Je porte du noir comme du silence et de l&rsquo;attente. Je marche entour&eacute;e de silence. J&rsquo;attends envelopp&eacute;e de silence, parmi les montagnes muettes et les glaciers mouvants... Je marche et j&rsquo;attends sur le bord des falaises, pr&egrave;s des torrents, au pied d&rsquo;une immense pierre, au milieu d&rsquo;infinies &eacute;tendues... Le fait de porter cette longue jupe fonc&eacute;e &eacute;voque ma fa&ccedil;on de p&eacute;n&eacute;trer dans l&rsquo;espace et d&rsquo;en t&eacute;moigner. J&rsquo;entends mon souffle et le vent... oui, le ventn&rsquo;est pas comme dans les Laurentides o&ugrave; il murmure et siffle tout le temps &agrave; travers les arbres. Ici le vent d&eacute;vale la terre, passe &agrave; travers mes v&ecirc;tements, me tourbillonne dans les oreilles. Il fouette ma jupe dans toutes les sens, bat mon foulard, me pousse et me tire. Il emplit le silence... et je suis simplement une femme portant du noir, en juillet au coeur de l&rsquo;Islande, dans le jour &eacute;ternel, sans nuit, sans noirceur. Je regarde au fond des ravins vertigineux, dans la matrice des replis de la terre... J&rsquo;ai l&rsquo;impression que la terre fa&ccedil;onne ma conscience de moi-m&ecirc;me... Je suis infime dans cette vastitude...&raquo; (trad.: dell&rsquo;autore e di D. Poulin)","null","null","");arrFiles[25]=new Array("cap3/tes3_4.htm","Il viaggio come esperienza creativa","Identit&agrave;/Appartenenza Il viaggio come esperienza creativa - Travel as a creative experience Katharina Kreil V&#339;ux Spl&uuml;gen Pass, Gen&egrave;ve, Suisse Genova, Italie. De juillet 2003 &agrave; mai 2004 Juillet 2003. Sur le col du Spl&uuml;gen Pass &agrave; cheval entre la fronti&egrave;re suisse et italienne a lieu une rencontre de femmes artistes du r&eacute;seau international InVia. A cette occasion, je r&eacute;alise une installation sur un th&egrave;me commun: &laquo;Saint &amp; Saintes patrons (es) de protection. Vingt-neuf arches-fen&ecirc;tres d&rsquo;un ancien tunnel anti-avalanches sont mises &agrave; disposition des artistes. J&rsquo;ai plac&eacute; plusieurs bouteilles avec des repr&eacute;sentations de Saint (es) d&eacute;coup&eacute;s dans de vieilles cartes postales &agrave; l&rsquo;int&eacute;rieur, un petit mot invite les visiteurs de l&rsquo;exposition &agrave; &eacute;crire un v&oelig;u et il est pr&eacute;cis&eacute;: &laquo;Ces v&oelig;ux seront ensuite amen&eacute;s jusqu&rsquo;&agrave; la mer&hellip;&raquo;. Dans ce cadre je fais la connaissance de Luisella Carretta qui expose son travail &laquo;Angelo custode&raquo; dans une des arches voisines. Je lui explique mon projet avec ces bouteilles et que j&rsquo;aimerais faire un rituel, une offrande &agrave; la mer&hellip;Que toute cr&eacute;ation est comme une bouteille jet&eacute;e &agrave; la mer, elle suit ensuite son propre destin et celui-ci nous &eacute;chappe. Luisella me propose de faire cette performance &agrave; G&ecirc;nes, sa ville, et m&rsquo;invite &agrave; venir chez elle au printemps, lorsque la mer sera plus calme. J&rsquo;accepte avec plaisir cette invitation, la mission des bouteilles m&rsquo;ouvre de nouveaux horizons, occasionne de nouvelles rencontres, de nouveaux voyages. De juillet &agrave; septembre (dur&eacute;e de l&rsquo;exposition) les bouteilles sont rest&eacute;es sur le col et se sont remplies de mille et un v&oelig;ux (chiffre approximatif). Mai 2004. Arriv&eacute;e &agrave; G&ecirc;nes avec mille et un v&oelig;ux et accompagn&eacute;e de R&eacute;gine Ramseier, une artiste suisse qui a aussi expos&eacute; au col de Spl&uuml;gen, Luisella nous r&eacute;serve un chaleureux accueil dans son atelier install&eacute; dans un ancien palace et nous organisons les pr&eacute;paratifs en vue de la performance. J&rsquo;ach&egrave;te un grand bouquet de roses rouges au march&eacute;. Le lendemain nous prendrons un bateau touristique au d&eacute;part de Camogli. Luisella a organis&eacute; un itin&eacute;raire&laquo;inspir&eacute;&raquo; et appropri&eacute; aux circonstances. Nous d&eacute;couvrons ainsi des lieux qui lui sont chers. Chacune de nous a un r&ocirc;le bien pr&eacute;cis, Luisella &laquo;l&rsquo;organisatrice et coordinatrice&raquo;, R&eacute;gine &laquo;responsable de la cam&eacute;ra pendant l&rsquo;action &raquo; et moi-m&ecirc;me qui doit assurer le lanc&eacute; des bouteilles &agrave; la mer. Les lieux: Camogli, une superbe village sur la c&ocirc;te Ligure avec des maisons tr&egrave;s hautes face &agrave; la mer, Camogli veut dire maisons des &eacute;pouses. De l&agrave;, les femmes observaient le d&eacute;part et le retour de leur &eacute;poux marins et p&ecirc;cheurs, elles envoyaient aussi leurs fils pour la premi&egrave;re fois en mer. Il y a aussi dans ce village des po&ecirc;les g&eacute;antes en vue de fritures de poissons gargantuesques organis&eacute;es annuellement lors de f&ecirc;tes &eacute;voquant l&rsquo;&eacute;pisode religieux de la p&ecirc;che miraculeuse. Luisella ach&egrave;te la sp&eacute;cialit&eacute; locale de focaccia au fromage en pr&eacute;vision de notre pique-nique. Nous nous rendons &agrave; San Fruttuoso, sur la pointe de Portofino. Au moyen-&acirc;ge, un navire avec des pr&ecirc;tres &agrave; bord s&rsquo;est &eacute;chou&eacute; &agrave; cet endroit et ils ont construit un monast&egrave;re. Je m&rsquo;installe avec toutes mes bouteilles et mes roses sur la banquette arri&egrave;re du bateau, discr&egrave;tement Luisella me dit:&laquo;Nous sommes des touristes et nous ne parlons pas italien&raquo;. R&eacute;gine se tient pr&ecirc;te avec la cam&eacute;ra, je me retrouve un peu dans l&rsquo;&eacute;tat d&rsquo;excitation d&rsquo;un enfant entrain de faire quelque chose d&rsquo;interdit. Je jette d&rsquo;un geste ample une premi&egrave;re bouteille qui dispara&icirc;t dans l&rsquo;&eacute;cume, puis une autre et encore une autre, il y en aura quinze en tout. Les passagers s&rsquo;&eacute;tonnent un peu, certains croient qu&rsquo;il s&rsquo;agit d&rsquo;un mariage, d&rsquo;autres prennent des photos. A l&rsquo;arriv&eacute;e du bateau &agrave; San Fruttuoso il me reste encore sept bouteilles &agrave; jeter, je le ferais sur le trajet du retour. A ce moment l&agrave; une femme tr&egrave;s f&acirc;ch&eacute;e s&rsquo;&eacute;lance vers moi et me r&eacute;primande de cette action &laquo;anti-&eacute;cologique&raquo;.Alors qu&rsquo;elle me tient son discours, je remarque le nombre de d&eacute;tritus plastiques qui jonchent le sol autour de nous. La faim se fait sentir et nous trouvons un joli coin pour manger et passer un peu de temps au soleil en attendant le prochain bateau et le d&eacute;part de la femme enrag&eacute;e. Bient&ocirc;t la femme est partie, la voie est libre, nous partons aussi. Les sept derni&egrave;res bouteilles ont vite fait de dispara&icirc;tre sous les flots. Quatorze jours plus tard la bouteille Santa Caterina a &eacute;t&eacute; trouv&eacute;e par un des &eacute;l&egrave;ves de la classe de Madame Angela Bassi &agrave; Varazze (Ligurie) Elle a pu retrouver mon num&eacute;ro gr&acirc;ce &agrave; un e-mail trouv&eacute; dans l&rsquo;un des v&oelig;ux. Rose et bouteille (foto dell \'autore) Sur le bateau (foto R. Ramseier) Katharina Kreil Voti Passo dello Spluga, Ginevra, Svizzera Genova, Italia. Da luglio 2003 a maggio 2004 Luglio 2003. Sul colle del Passo dello Splugaa cavallo tra la frontiera svizzera e quella italiana ha luogo un incontro tra donne artiste del gruppo internazionale In Via. In questa occasione realizzo una installazione sul tema comune &ldquo;Santi Protettori e Sante Protettrici&rdquo;. Ventinove finestre ad arco di un vecchio tunnel anti valanghe sono a messi a disposizione delle artiste. Ho sistemato diverse bottiglie con dentro delle immagini di Santi &ndash;Sante ritagliate da vecchie cartoline; una piccola frase invita i visitatori a scrivere un voto e spiega :&lt;&lt; Questi voti saranno poi portati al mare&gt;&gt;. In quest&rsquo;ambito conosco Luisella Carretta che espone il suo lavoro &ldquo;Angelo Custode&rdquo; in uno spazio vicino. Le spiego il mio progetto con le bottiglie e che mi piacerebbe fare un rito, un&rsquo;offerta al mare&hellip;che tutta l&rsquo;opera creativa &egrave; come una bottiglia lanciata in mare, che poi segue il suo destino, e che ci sfugge. Luisella mi propone di fare questa performance a Genova, la sua citt&agrave;, e mi invita ad andare da lei in primavera quando il mare &egrave; pi&ugrave; calmo. Accetto con piacere quest&rsquo;invito, la missione delle bottiglie mi apre nuovi orizzonti,nuovi incontri, nuovi viaggi. Tra luglio e settembre (durante la mostra) le bottiglie sono rimaste sul colle e si sono riempite di mille e un voto.(cifra approssimativa). Maggio 2004. Sono arrivata a Genova con mille e un voto in compagnia di Regine Ramseier, un&rsquo;artista svizzera che ha esposto anche lei al colle del Passo dello Spluga. Luisella ci riserva una calorosa accoglienza nel suo studio in un antico palazzo e facciamo i preparativi in vista della performance. Compro al mercato un grosso mazzo di rose rosse. Il giorno dopo prenderemo un battello turistico per Camogli. Luisella ha organizzato un percorso &ldquo;ispirato&rdquo; e adatto alle circostanze. Scopriremo anche dei luoghi che a lei sono cari. Ognuna di noi ha un ruoloben determinato: Luisella, organizzatrice e coordinatrice; Regine, addetta alla macchina fotografica durante l&rsquo;azione ed io che devo garantire il lancio in mare delle bottiglie. I luoghi: Camogli, un magnifico paese della costa ligure con case altissime di fronte al mare; Camogli significa casa delle mogli. Da l&igrave; le donne osservavano la partenza e il ritorno dei loro mariti marinai e pescatori, da l&igrave; mandavano anche i loro figli per la prima volta in mare. In questo paese ci sono anche delle padelle gigantesche in attesa di fritture di pesce pantagrueliche organizzate una volta l&rsquo;anno durante le feste che ricordano l&rsquo;episodio religioso della pesca miracolosa. Luisella compra la specialit&agrave; locale, la focaccia al formaggio, in previsione del nostro pranzo all&rsquo;aperto. Ci rechiamo a San Fruttuoso, sulla punta di Portofino. Nel Medioevo una nave con a bordo dei sacerdoti si &egrave; incagliata in questo luogo e questi vi hanno costruito un monastero. Mi sistemo con tutte le mie bottiglie e le tutte le mie rose sul banco a poppa del battello; Luisella in modo discreto mi dice:&lt;&lt; Siamo delle turiste e non parliamo italiano&gt;&gt;. Regine si tiene pronta con la macchina fotografica, io sono un po&rsquo; nello stato di eccitazione di un bambino che sta per fare qualcosa di proibito. Lancio con un ampio gesto una prima bottiglia che sparisce tra la schiuma, poi un&rsquo;altra e un&rsquo;altra ancora, quindici in tutto. I passeggeri si stupiscono un po&rsquo;, alcuni credono che si tratti di un matrimonio, altri fanno fotografie. All&rsquo;arrivo del battello a San Fruttuoso mi restano ancora da lanciare sette bottiglie: lo far&ograve; durante il viaggio di ritorno. In quel momento una donna molto stizzita si lancia verso di me e mi rimprovera di questo gesto &ldquo;anti ecologico&rdquo;. Mentre lei mi fa il suo discorso, io noto il numero dei rifiuti di plastica che giacciono a terra intorno a noi. La fame si fa sentire e troviamo un grazioso angolo per mangiare e trascorrere un po&rsquo; di tempo al sole aspettando il prossimo battello e la partenza della donna arrabbiata. Presto la donna se ne va, la via &egrave; libera, partiamo anche noi. Le ultime sette bottiglie sono presto fatte sparire nei flutti. Quattordici giorni pi&ugrave; tardi, la bottiglia Santa Caterina &egrave; stata trovata da un alunno della classe della Signora Angela Bassi di Varazze (Liguria). Ha potuto rintracciare il mio numero grazie ad una e-mail trovata in uno dei voti. (trad.:di C.Cuneo)","null","null","");arrFiles[26]=new Array("cap3/tes3_3.htm","Il viaggio come esperienza creativa","Identit&agrave;/Appartenenza Il viaggio come esperienza creativa - Travel as a creative experience Monica Ferretti Una migrazione creativa Non parler&ograve; del mio ultimo libro o delle vicende che tratta, ma vi parler&ograve; di un&rsquo;esperienza parallela. Gueules Noirs : racconta le vicende migratorie di 50.000 nostri connazionali, che si trasferirono in Belgio per lavorare in miniera, partendo da uno dei fatti pi&ugrave; drammatici, come &egrave; stato l&rsquo;incendio di Marcinelle. Per due anni e mezzo, prendendo visione delle testimonianze e dei documenti relativi a questo episodio, io sono stata a contatto con le persone che avevano vissuto questa esperienza e cio&egrave; lo spostarsi dal luogo di origine, del quale conoscevano la topografia, la lingua e i costumi, per inserirsi in un altro luogo, del quale non sapevano quasi nulla. Hanno dovuto imparare a comunicare in una lingua che non era la loro, avere nuove usanze, mettersi in comunicazione con persone estranee per cultura, per il loro modo di vedere il mondo e in un luogo diverso. Mi sembrava, parlando con i minatori e rileggendo i loro racconti, di aver realmente capito quali fossero i loro sentimenti, e il loro spiazzamento. Quello che mi aveva colpito di pi&ugrave; era il comportamento al loro rientro in patria alla fine del periodo migratorio. Molti avevano deciso di tornare a casa, altri no. Una di queste persone, che aveva deciso di non rientrare, era la vedova di un minatore che disse una cosa che in quel momento mi sembrava di aver capito: &ldquo; Non si torna mai, si va sempre via &rdquo;. Forse dai racconti di chi era tornato e aveva dovuto riabituarsi di nuovo ad una situazione diventata veramente estranea, perch&eacute; aveva vissuto vent&rsquo;anni in un paese straniero, avevo capito che si erano abituati a parlare quella lingua, assorbito quelle tradizioni, quella cultura, quel modo di vivere e, quando tornavano indietro, trovavano una situazione che non era pi&ugrave; quella che avevano lasciato. Il paese che ricordavano non c&rsquo;era pi&ugrave;, spesso non c&rsquo;erano pi&ugrave; le persone che avevano conosciuto, nel frattempo erano cambiati i sistemi di vita, l&rsquo;economia e loro avevano dovuto ricominciare da capo. Intanto, avendo dimenticato parte della loro lingua d&rsquo;origine e di conseguenza esprimendosi in un italiano mescolato al francese, spesso non erano capiti dai loro concittadini. Mi sembrava comunque che tutto fosse molto chiaro. Ho capito che non era cos&igrave; nel momento in cui ho spedito l&rsquo;ultima bozza all&rsquo;editore, dopo le correzioni e le modifiche. Come succede dopo due anni e mezzo di lavoro, sette giorni su sette, ho pensato: &ldquo; Ora mi rilasso, me ne vado in giro e mi riposo per un po&rsquo; &rdquo;. Quindi, uscita dall&rsquo;ufficio postale decido di fare una passeggiata nel mio quartiere. Mi accorgo cos&igrave;, che in quei due anni e mezzo, c&rsquo;erano negozi che avevano chiuso, altri che avevano aperto, persone che si erano trasferite e io non me ne ero accorta. Nei giorni successivi, riprendendo i contatti con gli amici e quindi con il quotidiano, mi sono resa conto che molte di queste persone erano diventate quasi estranee perch&eacute; per due anni e mezzo non le avevo frequentate e mi ero dedicata solo al mio lavoro - avevo dovuto fare i conti con la lingua straniera, perch&eacute; i documenti, arrivati direttamente dal Belgio, me li dovevo tradurre: il francese lo conoscevo poco ed ho dovuto praticamente impararlo sul campo - mi ero dedicata insomma completamente ad una situazione altra ed ero vissuta in un mondo altro . Ora rientravo e mi accorgevo che il mio quartiere non era quello che io avevo lasciato. Erano stati fatti dei lavori ed erano andate via delle persone e ne erano arrivate altre, alcuni che frequentavano il bar, dove andavo a prendere il caff&egrave;, non andavano pi&ugrave; l&igrave;. Mi trovavo quindi nuovamente estranea. &Egrave; stato in quel momento che ho capito che &ldquo; non si torna mai, ma si va sempre via &rdquo;, talvolta proprio perch&eacute; lo scrittore e l&rsquo;artista tendono a concentrarsi su un tema molto a lungo rischiando di perdere il contatto col quotidiano. Per molto tempo sono uscita solo per comprare il pane e altre cose e rientrare immediatamente al lavoro, diventando un&rsquo;emigrante non molto diversa da quelli che partivano per andare a lavorare all&rsquo;estero. Questa, in effetti, &egrave; un altro genere di emigrazione, molto meno dura, meno faticosa e dolorosa, ma in qualche modo comunque un&rsquo;emigrazione. Uno rimette in gioco la propria identit&agrave; perch&eacute; quando torna alla propria realt&agrave;, finito il libro, non &egrave; pi&ugrave; la persona che era. Quell&rsquo;esperienza, quel contatto con una realt&agrave; diversa, aveva operato un processo di cambiamento parallelo al cambiamento della realt&agrave;. Era una cosa che io non avevo mai pensato fosse possibile, prima avevo lavorato solo a racconti brevi e di conseguenza il mio periodo di straniamento era stato limitato nel tempo. Ora mi ero confrontata per la prima volta con un lavoro molto lungo che mi aveva tenuto in una situazione di distacco, anche dalla realt&agrave; familiare. I rapporti non erano pi&ugrave; gli stessi, perch&eacute; genitori e sorella, che si sentivano lasciati in disparte per troppo tempo, mi dicevano: &ldquo;Non ci telefoni mai, non vieni mai a trovarci...&rdquo;. Questo senso di estraneit&agrave;, che rientrava anche nell&rsquo;ambito familiare metteva in crisi l&rsquo;idea di identit&agrave;. Ora sto cercando di riflettere, perch&eacute; effettivamente ho sentito che questo distacco mi ha insegnato molto sul percorso migratorio, molto di pi&ugrave; dei due anni e mezzo precedenti in cui ho lavorato sulle carte. &Egrave; stata comunque un&rsquo;esperienza che quando mi capiter&agrave; di rivivere, la affronter&ograve; con maggiore consapevolezza. Ora so cosa mi aspetta, quindi ho imparato che per emigrare, per sentirsi un nocciolo estraneo all&rsquo;interno di una situazione, non si deve necessariamente prendere la valigia e andare via, perch&eacute; l&rsquo;estraneit&agrave; &egrave; un sentimento che si pu&ograve; provare pur non allontanandosi dal proprio quartiere, dalla propria casa, dalla propria zona conosciuta. Forse questo &egrave; qualcosa su cui andrebbe fatta una riflessione pi&ugrave; profonda. Genova 10 marzo 2004 Eppure anch \'essi sono Monica Ferretti A creative migration I will not speak about my last book nor of what it is about but I will speak of a parallel experience. \"Gueules Noires \" which tells of the migratory experiences of 50.000 country-men of ours who had moved to Belgium to work in the mines, and I \'ll do it starting from what can be considered as one of the most tragic events as the Marcinelle blaze has been. I have been in touch for two and a half years with these people, collecting all the evidence and the documents about this event, these people who had gone through the experience of leaving their origin place of which they knew the topography, the language, the habits, to move to another place of which they almost knew nothing. They have had to learn how to use another language which wasn \'t theirs, to acquire new habits to get in touch with other people who were strangers because of their culture because of their way to see the world in a different place. It seemed to me, while talking to the miners and going through their tales, to have been able to perceive their feelings and their outcasting sensation. What had really startled me was their behaviour on their return home at the end of the migratory period. A lot of them had decided to go back home others hadn \'t. One of these people who had decided not to, was the widow of a miner and she said something which at that moment I thought I had understood \" You never come back you are always leaving \". Perhaps right from the stories of those who had come back and who had had to get used once more to a situation which had turned out to be completely unfamiliar because they had been away for some twenty years in a foreign country, I had understood that they had got used to speak that language, that they had acquired those traditions, that culture, that way of living, and returning they were likely to find a situation completely different from the one they had left. Perhaps the village they had borne in their minds wasn \'t there any more, or the people they had known were not there any more, and in the meanwhile the systems of life and the economy had changed so that they had had to start all over again. Besides having forgotten part of their own language and using an Italian mixed up with French they often had difficulties in making themselves understood by their fellow-citizens. It all seemed very clear to me, but it wasn \'t. I understood it the very moment I sent to the publisher the last draft after the necessary corrections and modifications. As it often happens after a two and a half years of work, without ever stopping I thought :&rdquo; Now I&rsquo;ll relax, I&rsquo;ll go strolling around, and rest a bit. On the way out from the Post Office I decided to go around my neighbourhood just to find out that in those two years and a half some shops had closed, some new ones had been opened , some people had moved and I had not got aware of it. In the following days getting once again in touch with my friends, and therefore with every day life, I realised that many of these people had turned out to be almost strangers to me as I had not seen them for two and a half years. I had only thought of my job &ndash;I had had to come to terms with a foreign language as the documents arriving from Belgium had to be translated: I knew French very little and practically I had to learn it while working. In fact I had completely devoted myself to a situation other and I had lived in a world other. Now I was coming back and I could get aware that my neighbourhood was not the one I had left. Some works had been done, some people had gone away and others had come. Some customers of the cafeteria where I used to go had stopped to and so I was a stranger once again. It was right at that time I realised that &ldquo;You never come back you are always leaving&rdquo;, the artist and the writer can indulge on a subject for quite long, so running the risk to lose contact with every day life. For a long time I had gone out just to buy bread and some other things to return to my work as quick as possible thus becoming I myself a migrant not so different from the ones who used to leave to go and work abroad. In fact this is quite a different kind of migration quite less hard and painful but in some way a migration anyhow. A person is always questioning about himself because on coming back to reality, once the book is over, that person is not the same as before. That experience, that contact with a different reality has provoked a changing process parallel to the changing reality. It was a thing I had never thought possible before, before that I had only written short stories and therefore my period of rapture had been very short. Now for the first time in my life I had had to cope with a very long job, which had kept me completely detached even from my family reality. Our relationships weren&rsquo;t as before, as parents and sister who had felt put aside for too long a time, kept on saying: &ldquo; You never phone us, you never pop in&hellip;&rdquo;. This sensation of foreignness, which had affected even my family, could provoke an identity crisis. Now I&rsquo;m just trying to think it over, because I have really felt that this detachment has taught me much on the migratory path, much more than the two and a half previous years spent on my papers. Nevertheless it has been quite an experience and if I chance to go through it once again, I will be much aware of it. Now I know what&rsquo;s waiting for me, that is to say that to migrate, to feel like a foreign nucleus inside a situation is not necessary to pack and leave, because foreignness is a feeling you can experience even not eaving your own neighbourhood, you own home your own known boundaries. Perhaps all this deserves a deeper analysis. (trad.:di D. Borgogno)","null","null","");arrFiles[27]=new Array("cap4/tes4_1.htm","Intorno alla propria appartenenza","Identit&agrave;/Appartenenza Intorno alla propria appartenenza - Around belonging Vincenzo Ampolo Oltre il giardino. Una narrazione La narrazione di un vissuto trasforma il vissuto stesso, lo trascina oltre il dato e lo d&agrave; in pasto all&rsquo;altro, agli altri, che fino a quel momento erano ignari dell&rsquo;accaduto. La narrazione contagia, crea immagini mentali capaci di interagire con l&rsquo;universo altrui, creando opportunit&agrave; di evoluzione, di svincolo, di emancipazione e di sviluppo. Tra passato e futuro si situano i messaggi di Ermes capaci di creare e ricreare il presente, riaprendo ferite e/o ricucendo fratture. Se la narrazione definisce la nostra identit&agrave;, la nostra storia, pure essa &egrave; legata alle storie di altre vite, pi&ugrave; o meno significative. E fu cos&igrave; che Claudio mi raccont&ograve; una storia del suo passato, che da quel momento divenne, in modo doloroso, anche la mia storia. Un gruppo di bambini gioca per strada a ridosso di un grande giardino. Insieme &egrave; facile divertirsi. Basta un niente, qualcosa che rotola e che stimola la fantasia. &ldquo;Prendi la palla se ci riesci&hellip;&rdquo; e si rincorrono allegramente strattonandosi la camicia e saltando a pi&egrave; pari in una pozzanghera piena di fango. Quei ragazzi sono felici in quel pomeriggio di primavera, si sentono liberi perch&eacute; nessuno li controlla, sono felici perch&eacute; sono insieme e questo li fa sentire forti, invincibili. Ma un calcio un po&rsquo; maldestro, fa saltare la palla oltre il muro di cinta, dentro un giardino sconosciuto I ragazzi si guardano tra loro, vogliono riavere la loro palla, vogliono continuare a giocare. Claudio si fa avanti. Salter&agrave; il muro di cinta e recuperer&agrave; la palla. Gli altri lo guardano con ammirazione mentre lui scala l&rsquo;alto muro del giardino e poi, con un salto, atterra sull&rsquo;erba. Nel rialzarsi gi&agrave; si guarda intorno per cercare la sua palla, ed a questo punto lo vede. Un ragazzino poco pi&ugrave; grande di lui lo sta guardando, in piedi, da solo, al centro del giardino. Claudio vorrebbe scappare, &egrave; intimorito da quel ragazzo cos&igrave; diverso dai suoi compagni, vestito come un adulto ricco, con giacca e cravatta. Un attimo di smarrimento mentre ha gi&agrave; raccolto la palla e si precipita su per il muro di cinta. Oltre il giardino ci sono i suoi amici, oltre il giardino c&rsquo;&egrave; la sua storia. Ma anche il ragazzo del giardino ha visto, ha avuto paura, si &egrave; vergognato ed &egrave; diventato pi&ugrave; triste del solito, tanto da voler dimenticare quell&rsquo;episodio. Passano gli anni come un battito di ciglia e i due ragazzini sono diventati adulti. Claudio cerca Vincenzo, ha bisogno di materiali per la sua tesi di Laurea. Vincenzo cerca tra le sue conoscenze qualcuno che pu&ograve; aiutarlo, lo trova. In cambio Claudio gli regala una storia. La loro storia . Dopo quel racconto Vincenzo ricorda&hellip; Si rivede bambino. Il povero bambino ricco, protetto da un muro che lo divide dagli altri bambini, di cui sente le allegre risate, di cui immagina i giochi che a lui sono negati. Quel racconto che accomuna i due bambini segna il loro futuro. Claudio col tempo entrer&agrave; in politica a rappresentare i suoi compagni di un tempo. Vincenzo avr&agrave; un percorso di vita silenzioso, dove l&rsquo;ascolto della sofferenza degli altri, del loro malessere, diventer&agrave; il suo lavoro e la sua passione pi&ugrave; grande. Poi un giorno, dopo la morte di suo padre, anche il vecchio giardino &egrave; destinato a scomparire. A questo punto, e solo a questo punto, Vincenzo accoglie l&rsquo;invito venuto da lontano ed apre il giardino a poeti, musicisti ed artisti d&rsquo;ogni genere che creano in quel giardino un memorabile evento. Vengono raccolte ed archiviate le foglie. Vengono mangiati insieme i frutti, vengono illuminati i percorsi ed il giardino si riempie di parole appese agli alberi, di suoni e di gesti collettivi. Un giardino che scompare rende pi&ugrave; povera la citt&agrave;, ma Vincenzo ora sorride pi&ugrave; spesso, passeggiando nello spazio rimasto di quello che era stato il giardino della sua famiglia, il suo luogo d&rsquo;incantata reclusione. Vincenzo Ampolo Beyond the garden Recounting an experience transforms that experience, carries it beyond the event itself and hands it over to someone else who until that moment had known nothing about what happened. Narratives are contagious, they conjure up mental images that interact with the world of others, creating opportunities for growth, redemption, emancipation and development. The messages of Hermes are positioned between the past and the present, capable of creating and recreating the present, re-opening wounds and healing rifts. The recounting of a story not only defines our identity and our history, it also becomes intertwined with the history of other lives, each with its own importance. And so at the moment Claudio told me a story from his past, it became, painfully, mine too. A group of children were playing on a street at the rear of a large garden. It was easy for them to have fun when they were together. The smallest thing was enough, anything that rolled and stimulated their imagination. &ldquo;Catch the ball if you can!&rdquo; and they chased after each other cheerfully tugging at each other&rsquo;s shirt and jumping with both feet into mud-filled puddles. Those children were happy that spring afternoon, they felt free because no-one was keeping an eye on them, they were happy because they were together and this made them feel strong, invincible. But then a clumsy kick sent the ball over a wall behind which lay an unknown garden. The children looked at each other, they wanted to have their ball back, they wanted to carry on playing. Claudio stepped forward to climb over the wall and get the ball back. The others watched him admiringly as he climbed the garden wall and then leapt down onto the grass on the other side. Even as he straightened up he looked around for the ball and it was then that he saw him. A boy who was only slightly older than him was standing alone in the middle of the garden watching him. Claudio wanted to run away, he was intimidated by the boy who was so different from his playmates, dressed like a rich adult, with a jacket and tie. At a loss for a moment, he then managed to pick up the ball and ran towards the wall. Beyond the garden were his friends, his personal story. But the boy in the garden had seen him and was afraid too, he was ashamed and became even sadder than usual, so much so that he wanted to forget the whole episode. Years passed in the blink of an eye and the two boys became adults. Claudio looked for Vincenzo because he needed material for his degree thesis. Vincenzo looked for someone among his circle of friends to help him and found him. In exchange Claudio gave him a story &ndash; their story. On hearing the story, Vincenzo remembered. He saw himself again as a child. The poor rich boy, protected by a wall which divided him from the other children, whose laughter he heard, whose games he imagined, games he was excluded from. The story the two children shared marked their future. In time Claudio would enter politics to represent his onetime companions. Vincenzo would lead a silent life, where listening to the suffering and malaise of others became his work and his greatest passion. But one day, after the death of his father, the old garden would disappear. And it was only then that Vincenzo accepted a long-standing invitation and opened the garden to poets, musicians and all kinds of artists who put on a memorable event there. The leaves were gathered up and put away. The different fruits were eaten together, the paths were lit up and the garden was filled with words hanging from the trees, sounds and collective gestures. A garden that disappears makes the city a poorer place, but now Vincenzo laughs more often as he walks through the space that remains of what was once his family&rsquo;s garden, the place of his enchanted seclusion. (trad.: I. Harvey)","null","null","");arrFiles[28]=new Array("cap4/tes4_2.htm","Intorno alla propria appartenenza","Identit&agrave;/Appartenenza Intorno alla propria appartenenza - Around belonging Brunetto De Batt&eacute; Identit&agrave; http://www.brunettodebatte.too.it/","null","null","");arrFiles[29]=new Array("cap4/tes4_3.htm","Intorno alla propria appartenenza","Identit&agrave;/Appartenenza Intorno alla propria appartenenza - Around belonging Eyvindur P. Eiriksson Myrkur Mani STUTT &thorn;egar veri&eth; var a&eth; leggja veginn um Borgarfjor&eth; kom ma&eth;ur a&eth; sunnan og sag&eth;i nokku&eth; &thorn;a&eth; sem lengi var &iacute; minnum haft. &thorn;a&eth; manenginn n&uacute;, ekki til a&eth; fara me&eth; &thorn;a&eth;. HVERT ? H&eacute;r fyrir austan s&oacute;l og sunnan m&aacute;na b&iacute;&eth;a sj&oacute;pokarnir fullir fur&eth;ufata til fer&eth;alagsins. Eyvindur P. Eiriksson Luna Nera BREVEMENTE Quando stavano costruendo la strada verso l&rsquo;Ovest un uomo dal Sud venne e disse qualcosa una lontana memoria. Nessuno se ne ricorda adesso nemmeno lo racconta. VERSO DOVE ? Qui a Est del Sole e a Sud della Luna i sacchi dei marinai stanno aspettando pieni di strani vestiti per il viaggio. (trad.: dall&rsquo;inglese L. Carretta)","null","null","");arrFiles[30]=new Array("cap4/tes4_4.htm","Intorno alla propria appartenenza","Identit&agrave;/Appartenenza Intorno alla propria appartenenza - Around belonging Laurent Grisel D&eacute;li&eacute;s Bienvenue aux &eacute;trangers. &Eacute;trangers, vous n&rsquo;&ecirc;tes pas si nombreux. Pas assez! Nombreux, si nous restons entre nous, le serons toujours trop. Trop de bateaux noy&eacute;s. Honneur et omerta: en m&ecirc;me temps tuer et &ecirc;tre tu&eacute;. Justice militaire: une contradiction dans les termes. Laver son linge sale en famille: toutes les g&eacute;n&eacute;rations les salir, de bas en haut et de haut en bas. Trop d&rsquo;entre soi. O&ugrave; l&rsquo;horizon? La balade infernale des cannibales. Autrui mang&eacute; yeux ferm&eacute;s. Avoir peur des r&ocirc;deurs, de tout. Animal mangeant l&rsquo;animal. Et vous, d&rsquo;o&ugrave; &ecirc;tes-vous? Que faites-vous dans la vie? Nous aussi nous avons des enfants. Ils ne savent parler mais se regardent, petits grands sur leurs jambes, s&rsquo;approchent pour jouer. Comment l&rsquo;oublier, ce qui te vint brusquement devant la tombe ouverte. La certitude d&rsquo;&ecirc;tre en terre. Et comme tu l&rsquo;entendis, le lendemain, le lointain parler de ses enfants, de sa m&egrave;re, de la for&ecirc;t. De la for&ecirc;t qui est et qui n&rsquo;est sienne, ni n&ocirc;tre. Qui s&rsquo;&eacute;tend. Qui s&rsquo;en va. 17 &ndash; 18 octobre 2004 http://poesieschoisies.net/","null","null","");arrFiles[31]=new Array("cap4/tes4_5.htm","Intorno alla propria appartenenza","Identit&agrave;/Appartenenza Intorno alla propria appartenenza - Around belonging Francisco Garcia Perez Identidad + Pertenencia = Artista = Logotipo + Mercado (fragmentos para elaborar un discurso m&aacute;s amplio) Vivir dentro de (pertenecer a) un determinado contexto socio-cultural o/y espacio ecol&oacute;gico (y todas las interrelaciones que esto implica) otorgan autom&aacute;ticamente el estatus identifica torio, aun en quienes por cuestiones econ&oacute;micas o culturales se ven en la necesidad de convivir con formas de vida &ldquo;ajenas&rdquo;. Esta convivencia con &ldquo;lo otro&rdquo; obligadamente implica un grato enriquecimiento de la cultura propia y en muchos casos una asimilaci&oacute;n de quien experimenta eso &ldquo;otro&rdquo; a tal grado que su pertenencia e identidad originales son sustituidas por otras de las cuales fatalmente llega aun hasta a jactarse, de las cuales hace vergonzoso alarde (desde el emigrante subdesarrollado que por alguna raz&oacute;n se enriquece y es puesto como ejemplo de esfuerzo y dedicaci&oacute;n hasta &eacute;l pinch&eacute; burgu&eacute;s adinerado, funcionalmente analfabeta, que se averg&uuml;enza de sus or&iacute;genes). Identidady pertenencia son dos conceptos que adquieren diferente significaci&oacute;n seg&uacute;n sea el pa&iacute;s desarrollado o no. Mientras en los pa&iacute;ses en desarrollo estos conceptos tienden a desvanecerse , en el tercer mundo se reafirman. Enel primer mundo se han diluido los conceptos de clan-tribu-familia-barrio, que en el tercer mundo funcionan como elementos de cohesi&oacute;n en grupos sociales que mantienen ciertos rasgos de afinidad. El planeta (el primer mundo) hoy, se acomoda a la identidad del logotipo y a la pertenencia al mercado, con los pa&iacute;ses en desarrollo a su servicio como maquiladores, como fuente de mano de obra barata, como minas de donde extraer materias primas, como basureros para sus deshechos t&oacute;xicos, como galer&iacute;as donde comprar curiosidades ex&oacute;ticas fabricadas por artistas ex&oacute;ticos. Si el artista en su af&aacute;n de libertad, niega su pertenencia e identidad (cualquier cosa que esto signifique) no podr&aacute; nunca sacudir de su mente y cuerpo que sus vivencias se dan dentro de un determinado lapso hist&oacute;rico y es durante este momento que tendr&aacute; el privilegio &uacute;nico de asumir el compromiso de crear, y dichas creaciones necesariamente ser&aacute;n parte de su entorno social, no precisamente como un reflejo de la misma sino como quien enriquece con su obra la realidad circundante. El Artista crea diluyendo y celebrando las diferencias. El artista de nuestro tiempo vive en la b&uacute;squeda de un lugar en el mercado del arte o en la lucha encarnizada contra su misma especie para lograr la ansiada beca o subvenci&oacute;n que le proporcionar&aacute; el establishment v&iacute;a la Kultura Estatal (polic&iacute;a kultural) que derrochan sus presupuestos entre la Burro/crazy/a (burocracia) y sus &ldquo;amables&rdquo; capataces. En los pa&iacute;ses en desarrollo optar por el Arte es una elecci&oacute;n casi kamikaze (suicida). El capitalismo salvaje est&aacute; creando a sangre y fuego su particular &ldquo;aldea global&rdquo; y aqu&iacute; no es necesario ejemplificar. Todos sabemos todo pero preferimos callar y aceptar sumisos los hechos dram&aacute;ticos que suceden a nuestro alrededor. Si la Uni&oacute;n Europea y la ONU permiten que el imperio del capital realice sus atrocidades en cualquier parte del planeta, el artista no puede permanecer indiferente ante semejantes atropellos a la Humanidad y a la Tierra, que son &eacute;stas las que proporcionan nuestra Raz&oacute;n de Ser, nuestra Identidad y Pertenencia no solo del Artista sino de todos los Habitantes del Planeta. Agradezco la invitaci&oacute;n y env&iacute;o un fuerte abrazo a Luisella y a todos los organizadores y participantes de este Gran Proyecto. Atentamente: Jos&eacute;francisco Garc&iacute;aperez Infante (a) Kiko Durango, Dgo. M&eacute;xico. 23 de diciembre de 2003/7 de enero 2004 http://artekbrown.dk3.com Agua a - El Alien Francisco Garcia Perez Identity + Ownership = Artist = Logo + Market To live inside or to belong in certain socio-cultural context or/and an ecological space (and all the interrelations that this implies) it is what grant the status of automatically identity, even do whose economics or cultural reasons that make them see themselves in the necessity of sharing with different styles of life that are not their &ldquo;own&rdquo;. This coexistence with &ldquo;the other&rdquo;, forces you to a pleasant enrichment of the own culture an in many cases an assimilation of who experiments that &ldquo;other&rdquo; to such a degree that its ownership and its original identity is changed by others identities wich unfortunately come to boast, that makes it embarrassing (since the underdeveloped emigrant that for any reason gets rich and its put as an example of effort and dedication to the fucking/wealthy bourgeois [upper middle class] that is embarrassed of his own origins). Identity and ownership are two topics that acquire different meaning depending of the country if this is developed or not. While in the developed countries this topics start to disappear, in the third world are reaffirmed. In the first world the clan-tribe-family-neighborhood concepts have been diluted, in the third world this concepts function as cohesion elements in social groups that maintain certain features of likeness. The planet (the first world) today , it fits to the identity of the logo and the ownership of the marketing, with the countries in development on their service as factory workers, as a source of cheap manpower, as mines where to extract materials or minerals, as trash cans for their toxic junk, as galleries where to buy exotic curiosities manufactured by exotic artists. If the Artist in his desire of freedom, denies his ownership and identity (any thing that this means), he will never be able to shake of his mind and body that his experiences are given in a certain historical lapse and it is during this moment that he will have the unique privilege of assuming the engagement to create and this creations will be necessary part of the social environment, not in fact as a reflection of the same one but as who enriches with his creation the surrounding reality. The artist builds diluting and celebrating differences. The artist nowadays lives searching from one place to another the marketing of art or in the bloody fight against his same species to achieve the desired scholarship or grant that will provide him the establishment to the way of the State Kultural (cultural police) that waste their budgets between the Burro/Crazy/a (Bureaucracy) and their &ldquo;kind&rdquo; foremen. In the countries in development to opt for the art is almost an election kamikaze (suicide). The wild capitalism is creating his particular &ldquo;global village&rdquo; by blood and fire and here it is not necessary to give an example. Everyone of us knows everything but we prefer to stay quite and accept the dramatic facts that happen around us. If the European Union (including the Vatican State) and the ONU let the empire of the capital do his cruelties in any part of the planet, the Artist can not remain indifferent in front of this violations to the Humanity (and his Culture) and the Earth wich are these our reason of being, our Identity and Ownership not only of the Artist but of all the People in the Planet. I thank the invitation and send a strong hug to Luisella and all the organizers and participants of this great project. Thanks a lot too for the translation to: Claudia Alejandra Esparza Urbina. Sincerely Jos&eacute;francisco Garc&iacute;aperez Infante Durango, Dgo. M&eacute;xico. January 2004 http://artekbrown.dk3.com (trad.: C. Alejandra)","null","null","");arrFiles[32]=new Array("cap4/tes4_6.htm","Intorno alla propria appartenenza","Identit&agrave;/Appartenenza Intorno alla propria appartenenza - Around belonging Edmondo Rahme Letter Jan 10th 2005, Genova, Italia Dear Mom and Dad, I hope that you and the family are all well. An artist friend of mine, Luisella has asked me to contribute something to her project and it has been the reason for me send you a letter that I have been meaning to write for a long time now. When I was about 7 years old I remember my head exploding with anxiety. You wanted to send me to a psychiatrist and even discussed putting me into a mental hospital (all because I said that Iwas born in Rome, I was the son of Mario Lanza and was adopted). I am sorry to tell you, but I spent most of my childhood planning my escape from you and Johannesburg. When I met my singing teacher, the Welsh tenor Francis Russell, I listened with open mouth to his tales of his travels and career in places that only existed on a map or as a picture in a book. I told you that I too would have such a career and travel all over the world and even live in Italy! I was only 10 years old so you laughed at me. During my army service I travelled to Cape Town and decided to move there as soon as possible. It was like another country - the climate, food, language and cultures all so different from our home. You were utterly convinced that I was mad as I \'d just had such a success in Jo \'burg with The King and I and offers of work were pouring in. To you my future seemed secure. But what about my dreams!? In Cape Town I made lifelong friendships and bought a house. Unfortunately I never slept a single night in it because the very next morning after signing the documents, I left SA. Even though I was a household name and had a dreamlike stage and TV career, it was time for me to move on. You had resigned yourselves to the fact that I was mentally ill. I boarded the Achille Lauro and decided to disembark in London. Here it seemed as if all the world has come to congregate in a few square miles. I learnt to assimilate with other cultures, religions, and languages. I learnt humility too. Well, I made love to a Cuban (you may remember that ten years before I was a soldier fighting the Communist in Angola)! I celebrated Xmas Eve in a Russian Orthodox Church with Communists (we were taught in South Africa to fear and loathe them). I sang in a caravan park (how low had my career sunk). I met my Macedonian lover of over 15 years (another Communist!). I worked as a waiter, barman and salesman. I opened up my own Internet Company. I also married a lesbian (something I canhighly recommend). After 3 years my career began to take off again and I lived the crazy life of an artiste, criss-crossing the globe like an army ant on ecstasy. Concerts, operas, recitals, cabaret - you name it, I did it. But it was time to move on - to live the dream. A few months ago Ivica and I bought an apartment in Genoa on the Ligurian Riviera and we are as happy as two little piglets in the mud. But this will not be the last stop. Brazil looks very interesting and I am learning the Samba. Always your mad, crazy son xxx P.S. I know that you worry that I am a foreigner wherever I settle down. Well, I \'m now also a foreigner in South Africa (the government took away my citizenship 3 years ago). To tell you the truth, I don \'t need to belong. I only ask that I be free. Edmondo Edmondo Rahme Lettera 10 gennaio,2005, Genova, Italia Cari mamma e pap&agrave;, spero che voi e tutta la famiglia stiate bene. Luisella, una mia amica artista, mi ha chiesto un contributo per un suo progetto ed &egrave; stata questa la ragione per mandarvi ora una lettera che avevo in mente di scrivervi da molto tempo. Quando avevo circa 7 anniricordo che la mia testa era esplosa per l&rsquo;ansia. Voi volevate mandarmi da uno psichiatra e anche avete discusso sul fatto di ricoverarmi in una casa di cura per malattie mentali (tutto questo perch&eacute; io dicevo che ero nato a Roma, che ero il figlio di Mario Lanza ed ero stato adottato). Mi dispiace dirvelo, ma ho passato buona parte della mia infanzia progettando la mia fuga da voi e Johannesburg. Quando incontrai il mio maestro di canto, il tenore gallese Francis Russell, io ascoltavo a bocca aperta i racconti dei suoi viaggi e della sua carriera in luoghi che esistevano solo sulla carta geografica o come immagine in un libro. Vi dissi che io stesso volevo avere successo nella carriera e viaggiare attraverso il mondo. E anche vivere in Italia! Avevo solo10 anni per cui voi rideste di me. Durante il servizio militare andai a Citt&agrave; del Capo e decisi di trasferirmi l&agrave; appena possibile. Era come un altro paese: clima, cibo, lingua e culture tutte molto diverse dalla nostra. Voi eravate completamente convinti che io ero pazzo anche perch&eacute; avevo appena avuto successo a ohannesburg con Il Re e io e le offerte di lavoro piovevano. Per voi il mio futuro sembrava sicuro. Ma i miei sogni !? A Citt&agrave; del Capo ebbi una relazione stabile e comprai una casa. Sfortunatamente non dormii l&agrave; neanche una notte perch&eacute; proprio il mattino dopo la firma dei documenti, lasciai il Sudafrica. Sebbene avessi pensato di essere un possidente, di avere un lavoro da sogno e una carriera in TV, era per me venuto il momento di partire. Voi vi rassegnaste al fatto che ero un malato di mente. Mi imbarcai sull&rsquo;Achille Lauro e decisi di sbarcare a Londra. L&agrave; sembrava che il mondo fosse racchiuso in poche miglia quadrate. Io riuscii ad integrarmi con altre culture, religioni e lingue. Imparai anche l&rsquo;umilt&agrave;. Bene, feci l&rsquo;amore con un cubano (voi potete ricordare che dieci anni prima ero un soldato che combatteva i comunisti in Angola!) celebrai la vigilia di Natale in una Chiesa Ortodossa in Russia con i comunisti (ci avevano insegnato in Sudafrica ad averne paura e a detestarli). Cantai in un parcheggio di roulotte (quanto in basso era scesa la mia carriera). Incontrai il mio amante macedone 15 anni fa (un altro comunista!). Lavorai come cameriere, barista e venditore. Aprii una mia Societ&agrave; Internet e in pi&ugrave; mi sposai con una lesbica (cosa che posso caldamente consigliare). Dopo 3 anni la mia carriera cominci&ograve; di nuovo a decollare e io vissi la pazza vita di un artista, che attraversa il mondo come una formica combattente in estasi. Concerti, opere, recital, cabaret - come voi li chiamate - io li ho fatti. Ma era il tempo di andarsene per vivere il sogno. Pochi mesi fa io e Ivica abbiamo comprato un appartamento a Genova sulla riviera ligure e siamo contenti come due piccoli porci nel fango. Ma questa non sar&agrave; l&rsquo;ultima tappa. Il Brasile sembra molto interessante e io sto imparando la samba. Sempre il vostro insensato e pazzo figlio xxx P.S. Io so che voi vi preoccupate che io sia uno straniero in ogni luogo. Bene, adesso sono anche uno straniero in Sudafrica (il governo mi ha tolto la cittadinanza tre anni fa). Per dirvi la verit&agrave;, non ne avevo bisogno. Chiedo solo di essere libero. Edmondo (trad.: L. Carretta / C. Cuneo)","null","null","");arrFiles[33]=new Array("cap5/tes5_6.htm","La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo","Identit&agrave;/Appartenenza La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo - The search for identity through the creative act Berco Wilsenach Die identiteit van ruimte - behorendheid tot ruimte Deur op gereelde grondslag tussen Europa en Afrika te reis en te werk, het ek besef dat die identiteit van die self omvat word in die behorendheid tot &#329; spesifieke kultuur, taal- en etniese klassifikasiestelsel. Dit is slegs binne die kollektiewe norring wat die self gedefinieer kan word deur &oacute;f die vereenselwiging &oacute;f die distansi&euml;ring van daardie groep. Toenemend het ek ook die invloed van ruimte op sosiale strukture en die indentifisering van die self binne fisiese en sosiale ruimtes, waargeneem. Ruimte word volgens kultuur, tradisie en die fisiese omgewing verskillend ge&iuml;nterpreteer. Die waarde van oop ruimte sal byvoorbeeld totaal ander betekenis h&ecirc; binne &#329; Europese en Afrika konteks. Verder is daar &#329; direkte verwantskap tussen ruimte en die manifestasie en plasing van vorm, daarbinne. Fisiese ruimte (of die gebrek daaraan), bepaal die gestalte van kulturele uitdrukking. Dit kom die duidelikste in argitektuur en die visuele kunste na vore en verleen derhalwe identiteit aan kulture ekspressie. Omdat kultuur &lsquo;n uitdrukking is van menslike beywering, word ruimte onlosmaaklik verweef in die identiteit van &#329; gemeenskap. Insig in die manipulasie van &#329; bepaalde ruimte deur die sistematisering van vorm in &#329; gemeenskap, bied dus &#329; refleksie op en persepsie in daardie gemeenskap. Vorm word nie net voorgeskryf deur fisiese ruimte nie maar ook deur mentale ruimte en word in &#329; voorafopgestelde hi&euml;rargie van klas, kultuur, gender, land en selfs halfrond, geplaas. Die massa (beide omsluit in formele en sosiale strukture), word saamgestel deur die individu en word gereguleer deur hierdie hi&euml;rargie. Vorm is dus &#329; uitvloeisel van hi&euml;rargie van sosiale waardes en ekonomiese stand. Vorm staan in verband met of behoort aan &#329; sekere ruimte en sal uit konteks wees indien dit geruil sou word. Hierdie is nie soseer &#329; formele verplasing as wat sosiale norme dit sou Die gemeenskap verlang die instandhouding van hierdie hi&euml;rargie en sal, na die ingryping van eksterne kragte soos politiese skommeling, natuurlike rampe en oorlog, neig om vorige fisiese sowel as sosiale strukture te herstel en te benadruk, eerder as om die identiteit van ruimte en hulle behorendheid tot daardie tyd en ruimte te herinterpreteer. Deur die interpretasie en manipulasie van die uitstalruimte, is die installasiediptiek La gerarchia dello spazio (Die hi&euml;rargie van ruimte) &ndash; Centro della Creativit&agrave;, Palazzo Ducale, Genoa, 2004, 2 x (2m x 2m x 1,8m) &ndash; &#329; interpretasie van hierdie gewaarwording. Dit bestaan uit twee installasies in twee naasmekaarstaande, gelyksoortige ruimtes met lae gewelfplafonne. Eerstens is &#329; magdom vissinkers individueel aan vislyn gehang om die illusie van &#329; omgekeerde piramidale vorm te skep. &#329; Meganisme slaan met gereelde tussenposes teen die struktuur waaraan hulle hang om sodoende in te gryp en die vorm in ossilasie te bring. Dit kom geleidelik tot stilstand net om van vooraf omvergewerp te word. Die tweede bestaan uit &#329; gelyke hoeveelheid wit volstruisvere. Weereens is elkeen individueel geplaas maar die massa vorm &#329; normale piramide met die punt na bo. Dit word intern verlig en waaiers waai met tussenposes liggies daarop om die vaste vorm te verander. Beide ruimtes word verder geaktiveer deur die voortdurende en dartelende spel van skadus teen die plafonne. Betekenis word nie net oorgedra in die manipulasie van die ruimte nie maar ook in die keuse van media wat oor &#329; inherente sosiale begrip beskik. La gerarchia dello spazio , installazione 2 (foto L. Carretta) La gerarchia dello spazio , installazione 1 (foto M. Oliva) Berco Wilsenach Identity of Space - Space of Belonging Travelling and working between South Africa and Europe, I have come to realize that the identity of the self is encompassed within belonging to a specific culture, language and ethnic classification system. It is only within a collective mass that the self can be defined - either associating or disassociating with that group. Increasingly I also became aware of the influence of space on social structures and the identification of the self within physical and social spaces. Space is being interpreted differently according to culture, tradition and the physical environment. The significance of empty space for example, will carry a totally different meaning within a European and African context. There exists further a direct relationship between space and the manifestation and placement of form within this space. Physical space (or the lack thereof) determines the shape of cultural expression, most obviously noticeable in architecture and the visual arts and thus bestows identity to cultural expression. Culture being an expression of human endeavour, space is henceforth intricately intertwined into the identity of society. Understanding the manipulation of a specific space through the systematisation of form by a society allows thus a reflection of and perception into that community. Form is not only dictated by physical space but also by mental space and is placed within a predetermined hierarchy of class, culture, gender, country, even a distinction is drawn between northern and southern hemispheres. The mass (encompassed in both formal and social structures) is constituted by the individual and regulated by this hierarchy. Form is thus a direct consequence of a hierarchy of social values and economic standing. Form also relates or belongs to a certain space and will be out of context should it be exchanged. This is not so much a formal displacement but rather the predetermined norms of a society that would consider it deranged. Furthermore, society yearns for the upkeep of this hierarchy and would, after the intervention of external forces like political upheaval, natural disasters and war, tend to re-instate and reinforce prior physical as well as social structures, rather than to reinterpret the identity of space and their belonging to that particular time and space. Through the interpretation and manipulation of the exhibition space, the installation diptych La Gerarchia dello spazio (The hierarchy of space) &ndash; Centro della Creativit&agrave;, Palazzo Ducale, Genoa, 2004 2 x (2m x 2m x 1,8m) &ndash; is an interpretation of this percipience. It consists of two installations in two adjoining, similar spaces with very low, vaulted ceilings. Firstly a multitude of lead sinkers are individually suspended from fishing lines, creating the illusion of an inverted pyramidal form. A mechanism hits against the structure to which the sinkers are attached at frequent intervals, intervening and shaking the stationary shape. It gradually comes to a standstill, just to be disrupted again. The second consists of an equal amount of white ostrich feathers. Individually standing upright, the mass creates a normal pyramid with the apex facing upwards. Lit from inside and with fans blowing at regular intervals gently on them, the fixed form is brought into motion. Both spaces are further activated by the constant and changing play of shadows against the ceiling. Meaning is not only conveyed through the manipulation of space and form but the selection of media carry their own inherent social understanding. (trad.:dell&rsquo;autore)","null","null","");arrFiles[34]=new Array("cap5/tes5_5.htm","La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo","Identit&agrave;/Appartenenza La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo - The search for identity through the creative act Regine Ramseier D&eacute;raciner Installation octobre 2004, laboratoire artistique ArToll Bedburg-Hau, Allemagne. Mon travail au laboratoire artistique de Bedburg-Hau en Allemagne est, partiellement, une r&eacute;action intuitive et en r&eacute;f&eacute;rence avec les lieux. D \'une part il y a un lien direct avec les \"Rheinischen Kliniken \", d \'autre part c \'est une suite au comportement politique de la Suisse et du Canton du Tessin concernant les r&eacute;fugi&eacute;s. Derri&egrave;re des hautes murs en briques, sur un terrain r&eacute;serv&eacute; dans ces \"Rheinischen Kliniken \", vive aujourd \'hui un grand nombre de personnes atteintes de maladies psychiques. Ces maisons sont entour&eacute;es par des arbres hauts et sombres, o&ugrave; la lumi&egrave;re transperce rarement pour l&rsquo;intense feuillage. Une cl&ocirc;ture de s&eacute;curit&eacute; se distingue, par sa couleur clair, des murs et des arbres. Une plaque comm&eacute;morative rappelle les patients tu&eacute;s pendant la deuxi&egrave;me guerre mondiale. Peu avant cette guerre, se trouvaient dans ce camp 25.000 personnes environ, entre patients et r&eacute;fugi&eacute;s. Ils ont &eacute;t&eacute; tous d&eacute;port&eacute;s. Je d&eacute;die mon travail aux personnes malades et d&eacute;racin&eacute;es autant qu \'aux &eacute;migrants, r&eacute;fugi&eacute;s et demandeurs d \'asile, dont les chiffres sont en permanente augmentation alors que l&rsquo;accueil favorable &agrave; eux r&eacute;serv&eacute; est en consid&eacute;rable baisse. D&eacute;j&agrave; ils vivaient de la violence et du refus, ils trouvent ici de l \'hostilit&eacute; raciste. Il n&rsquo;y a pas d \'accueil bienvenu pour d \'autres ethnies, d \'autres nations ou des personnes d \'autres couleurs. Donc ils se sentent pouss&eacute;s au bord de la soci&eacute;t&eacute;, o&ugrave; ils se trouvent entre eux et pour leur propre protection se lient entre eux. Avec leurs blessures profondes et apr&egrave;s leur &eacute;chec d \'integration dans ce nouveau pays, ils deviennent eux-m&ecirc;mes des x&eacute;nophobes. La terre labour&eacute;e, les racines d&eacute;tach&eacute;es qui se l&egrave;vent du sol symbolisent le dess&egrave;chement graduel qui caract&eacute;rise leur situation. Cette nouvelle terre ne leur offre aucun refuge, par contre elle cr&eacute;e des privil&egrave;ges et de la s&eacute;curit&eacute; pour les uns et de l \'ins&eacute;curit&eacute; et du refus pour les autres. D&eacute;raciner, installazione (foto L. Carretta) Regine Ramseier Sradicare Installazione realizzata nell&rsquo;ottobre 2004 presso il laboratorio artistico ArToll di Bedburg-Hau, in Germania. Il mio lavoro al laboratorio artistico di Bedburg-Hau in Germania cotituisce, almeno in parte, una reazione intuitiva e in stretto rapporto con i luoghi. Da un lato si pone in rapporto diretto con le \"Rheinischen Kliniken \", dall&rsquo;altro rappresenta una reazione al comportamento politico della Svizzera e del Canton Ticino riguardo ai rifugiati. Dietro gli alti muri di mattoni, in un terreno riservato in queste \"Rheinischen Kliniken \", vive oggi un gran numero di persone affette da malattie mentali. Queste case sono circondate da alberi alti e scuri, attraverso i quali, per via del fitto fogliame, la luce traspare assai poco. Una paratia di sicurezza si distingue, per il suo colore chiaro, dai muri e dagli alberi. Una lapide commemorativa ricorda i pazienti uccisi durante la seconda guerra mondiale. Poco prima di questo conflitto, si trovavano nel campo circa 25.000 persone, tra pazienti e rifugiati. Tutti sono stati deportati. Io dedico il mio lavoro alle persone malate e sradicate, cos&igrave; come agli emigranti, ai rifugiati e a coloro che fanno richiesta di asilo. Il loro numero &egrave; in costante aumento, mentre l&rsquo;accoglienza favorevole ad essi riservata &egrave; in costante diminuzione. Gi&agrave; essi vivevano della violenza e del rifiuto: qui trovano anche un&rsquo;ostilit&agrave; di tipo razzista. I cittadini di altre etnie, di altre nazioni o di diverso colore non sono i benvenuti. Dunque si sentono spinti ai margini della societ&agrave;, dove si trovano ridotti a convivere e, a scopo di difesa, anche ad avere rapporti sociali solo fra loro. Dopo aver ricevuto ferite profonde e dopo aver fallito nel tentativo di integrarsi in questo nuovo paese, diventano essi stessi xenofobi. La terra arata, le radici staccate che si alzano dal suolo simboleggiano il progressivo disseccamento che caratterizza la loro situazione. Questo nuovo territorio non offre ad essi alcun rifugio, ma per contro crea privilegi e sicurezza per alcuni e insicurezza e rifiuto per gli altri. (trad.: G. Zuccarino)","null","null","");arrFiles[35]=new Array("cap5/tes5_4.htm","La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo","Identit&agrave;/Appartenenza La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo - The search for identity through the creative act Daniel Poulin L&rsquo;h&eacute;ritage du feu J&rsquo;ai l&rsquo;habitude d&rsquo;aller en canot sur les lacs et les rivi&egrave;res, surtout sur les lacs Nominingue dans les Hautes-Laurentides qu&eacute;b&eacute;coises o&ugrave; je vis. Je trace de simples cartes de mes parcours et je note certaines observations qui parfois deviennent des r&eacute;flexions. Voici un texte extrait de &laquo;Vagabondages&raquo;, un petit livre &eacute;crit dans ce m&ecirc;me esprit apr&egrave;s quelques jours d&rsquo;une exp&eacute;dition solitaire en for&ecirc;t. Un demi-million d&rsquo;ann&eacute;es autour du feu, &agrave; regarder scintiller la flamme. Cinq cents mill&eacute;naires rassur&eacute;s par sa chaleur, fascin&eacute;s par sa lumi&egrave;re dans la nuit aveugle jusqu&rsquo;au matin. En parlant d&rsquo;h&eacute;ritage : &agrave; chaque fois que j&rsquo;allume un feu, les m&ecirc;mes &eacute;motions refont surface. J&rsquo;ai l&rsquo;impression de faire quelque chose d&rsquo;important, et ce geste simple &agrave; chaque fois me donne l&rsquo;impression de r&eacute;p&eacute;ter un rituel. Que ce soit dans le po&ecirc;le &agrave; la maison ou en pleine for&ecirc;t, le m&ecirc;me ph&eacute;nom&egrave;ne se produit. Allumer le feu, c&rsquo;est un geste directement reli&eacute; &agrave; la survie: c&rsquo;est la chaleur, le repas chaud, la lumi&egrave;re dans la nuit. La vie du camp s&rsquo;articule autour du feu. C&rsquo;est si important, qu&rsquo;avec nos villes, nous alimentons un feu &eacute;ternel qui repousse l&rsquo;obscurit&eacute; hors de leurs fronti&egrave;res. Le feu et l&rsquo;eau c&rsquo;est la vie. On ne peut s&rsquo;&eacute;loigner ni de l&rsquo;un ni de l&rsquo;autre. On ne peut voyager qu&rsquo;avec l&rsquo;un et l&rsquo;autre. En for&ecirc;t la nuit, une fois le repas du soir aval&eacute;, avec un bon breuvage chaud, pr&egrave;s du feu, le regard devient prisonnier des flammes. Et dans le feu lui-m&ecirc;me, un nouvel espace s&rsquo;ouvre et nous am&egrave;ne dans des r&ecirc;ves absolument inaccessibles &agrave; la lumi&egrave;re du jour. Le corps se d&eacute;tend. On ne repartira pas. Ailleurs est ici. L&rsquo;obscurit&eacute; nous retient &agrave; l&rsquo;int&eacute;rieur de l&rsquo;aura de notre source de lumi&egrave;re, soigneusement gard&eacute;e vivante. Il faut nourrir le feu: cette in&eacute;vitable contrainte est d&rsquo;autant all&eacute;g&eacute;e par un peu de pr&eacute;voyance. Si certains r&ecirc;ves n&rsquo;apparaissent qu&rsquo;&agrave; la lueur du feu, la lumi&egrave;re du jour est bien pratique pour faire provision du bois qui alimentera le feu. La petite provision de bois sec est une magnifique assurance. Ce soir l&agrave;, sur la Pointe &agrave; Saint-Jean, au bord du feu, le temps &eacute;tait tout &agrave; fait calme. Avec mes pierres en forme de vieux outils au creux de la main, je me demandais o&ugrave; j&rsquo;avais vraiment atterri, dans quelles traces est-ce que je posais les pieds. J&rsquo;ai toujours le vertige &agrave; l&rsquo;id&eacute;e des strates d&rsquo;occupation humaine sur un lieu o&ugrave; je me trouve. En prenant conscience de ce ph&eacute;nom&egrave;ne, la profondeur de l&rsquo;histoire me devenait perceptible, et je me voyais, sur ma parcelle de pr&eacute;sent comme au sommet d&rsquo;un axe, qui &agrave; partir d&rsquo;ici s&rsquo;enfonce dans le temps r&eacute;volu, en cr&eacute;ant un horizon vertical comme un arbre. Qu&rsquo;en est-il de ces pr&eacute;sences humaines &eacute;ph&eacute;m&egrave;res, acharn&eacute;es &agrave; &ecirc;tre sur des sentiers mal trac&eacute;s qui se referment derri&egrave;re eux? Qu&rsquo;est-ce qui est &eacute;crit dans ces pierres? Quel h&eacute;ritage demeure? Je vois toujours mon p&egrave;re libraire un livre &agrave; la main: le bel outil, le noble objet, au contenu myst&eacute;rieux et subtil qui prend toutes les formes et ne s&rsquo;&eacute;puise jamais. Outil de survie, chez-nous les livres ont litt&eacute;ralement nourri la famille. Il y a toujours eu des livres chez-nous. D&egrave;s ma naissance je dormais dans le &ldquo;bureau&rdquo;,avec un livre pour oreiller; &ldquo;Que de r&ecirc;ves j&rsquo;ai r&ecirc;v&eacute;...&rdquo; parmi les livres du Quartier Latin. Les livres, je les ai toujours touch&eacute;s, j&rsquo;ai toujours senti l&rsquo;odeur d&rsquo;encre et de papier. Quand au Petit S&eacute;minaire de Qu&eacute;bec, monsieur Rouleau, mon professeur de litt&eacute;rature a ouvert le livre de Saint-Denys-Garneau, et qu&rsquo;avec une sensibilit&eacute; que je ne savais pas possible il a fait fleurir le po&egrave;me sous mes yeux, il faisait cro&icirc;tre un germe que je tenais depuis toujours au fond de la main, et dont je ne soup&ccedil;onnais pas encore vraiment l&rsquo;&eacute;tendue. &Ccedil;a a chang&eacute; ma vie. Ce que j&rsquo;ai ressenti l&agrave;, c&rsquo;&eacute;tait une &eacute;motion fondatrice. Les livres de mon p&egrave;re prenaient soudainement un tout autre sens, ils devenaient de v&eacute;ritables outils magiques, comme si une petite pierre famili&egrave;rese m&eacute;tamorphosait sous le regard et sous la main, et adoptait une forme jusque l&agrave; inattendue lui permettant de fendre l&rsquo;air &agrave; une vitesse insoup&ccedil;onn&eacute;e,et d&rsquo;atteindre son but lointain. Et &ccedil;a touchait mon destin. &Ccedil;a m&rsquo;atteignait au centre, et &ccedil;a n&rsquo;allait plus me quitter. D&rsquo;une fa&ccedil;on ou de l&rsquo;autre je suis captif de l&rsquo;h&eacute;ritage. Jusqu&rsquo;o&ugrave; plonge-t-il ses racines? Quelle est sa l&eacute;gitimit&eacute;? La parent&eacute; n&rsquo;est pas seulement une affaire de sang, c&rsquo;est une affaire de liens, c&rsquo;est une histoire d&rsquo;amour. Je tiens la petite pierre au creux de la main et je vibre. Mes appartenances, si je ne les invente pas, je les nourris: comme on alimente le feu qui &eacute;claire un coin de nuit; tout comme un chant dans le silence qui de loin en loin propage l&rsquo;h&eacute;ritage de la parole. Extrait de Vagabondages Ed. Bor&eacute;al Art/Nature 2000 Daniel Poulin: Une journ&eacute;e de navigation en canot Extrait du carnet de voyage Vagabondages Daniel Poulin The heritage of fire I often canoe on lakes and rivers, mainly on the Nominingue Lakes in the Upper Laurentian forest of Quebec where I live. I draw simple maps of my travels and I write down my observations which sometimes transform into reflections. Here is a text from&ldquo;Vagabondages&rdquo;a little book written in the same spirit after a few days on a solitary expedition in the wilderness. Half a million years around the fire , gazing into the sparkling flames. Five hundred millennia reassured by its warmth, amazed by its light during the blind night until the morning. Speaking about heritage : each time I light a fire, I feel the same emotions. I suppose I am doing something important, and each time this simple gesture gives me the impression I am repeating a ritual. Whether in the stove at home, or in the wilderness, this phenomenon occurs. To light a fire is directly connected with survival: it is warmth, a hot meal, a light in the dark. Camp life revolves around the fire. It is of such importance our cities nourish an eternal fire to push away the darkness beyond their frontiers. Fire and water are life. We cannot survive without one or the other.We can only travel with them both. In the wilderness night, once the supper is eaten, and with a good hot drink close to the fire, our eyes are held captive by the flames.Within the fire a new space opens dreams impossible during daylight. The body relaxes. We will not leave again. Elsewhere is here. Darkness keeps us inside this aura so carefully kept alive. Fire must be fed: this inevitable task lightened by a little foresight. If certain dreams only appear within the glow of fire, daylight is the time to fulfil the wood supply that maintains the fire. A small pile of dry wood is a magnificent reassurance. One night beside the fire, on La Pointe &agrave; Saint-Jean, the weather was calm. In my hands I held some stones shaped like ancient tools, and I wondered where I had really landed, upon which traces my feet had walked. My head spins each time I reflect upon the layers of human occupation within a place I happen to be. As I become aware of this phenomenon, the depth of history appears and I see myself standing on my little part of the present, as if I am at the top of an axis which plunges into the fullness of time, creating a vertical horizon, like a tree. What is it about these ephemeral human presences, relentlessly present on imprecise paths that close behind them? What is written in these stones? Which heritage stays? I always see my father, the book seller, with a book in his hand: the nice tool, the noble object, with its mysterious and subtle content embracing every form, never drying up. Survival tools, at home books literally fed the family. There were always books at home. Since my birth, I&rsquo;ve slept in an office, a book for a pillow; &ldquo;Of dreams I&rsquo;ve dreamt&rdquo; amongst the books of Quartier Latin. I have always touched them, I have always breathed the odour of ink and paper. At college in Quebec City, my literature teacher opened the poet&rsquo;s book with a sensitivity I did not know was possible. He made the poem flourish in my imagination. A germ grew which I&rsquo;ve always kept in my hand without imagining its vastness until this moment. My life was changed. I felt a fundamental emotion. New meaning was suddenly printed in my father&rsquo;s books. They became veritable magic tools. Like a familiar stone they were metamorphosed into a form that until then was unexpected, permitting them to pass through the air at full speed to a far-off goal. This touched my destiny, reached into my core, and would never leave me. Anyway, I am held captive of heritage. Up to where do its roots penetrate? What is its legitimacy? Kinship is not only a question of blood, it is a question of links, a love story. I keep the little stone in the palm of my hand, and it thrills me. I do not invent where I belong, I feed it, as I do a fire that lights a part of the night, just like a chant in the silence which diffuses farther the heritage of speech. From Vagabondages Ed. Bor&eacute;al Art/Nature 2000 (trad.: dell&rsquo;autore e di J. Fabb)","null","null","");arrFiles[36]=new Array("cap5/tes5_2.htm","La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo","Identit&agrave;/Appartenenza La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo - The search for identity through the creative act Sabrina Boidi L&rsquo;et&agrave; della dispersione un percorso nella molteplicit&agrave; L&rsquo;et&agrave; della dispersione racchiude in un unico progetto la performance Il Popolo delle Ombre ed il video BABEL , presentati al Mulino di Bosco Marengo nel novembre 2004. Il progetto nasce come una riflessione sull&rsquo;incomprensione e la conflittualit&agrave; tra le diverse culture, generata dalla costante necessit&agrave; dell&rsquo;uomo di identificarsi e appartenere a qualcosa che attenui il suo senso di solitudine, di diversit&agrave;, nella condizione di un perenne esilio. Con la performance Il Popolo delle Ombre sottolineo, appunto, la condizione di tale esodo che comporta una mescolanza di popoli e di lingue, in un momento in cui la comprensione e la convivenza tra i varie genti non si &egrave; ancora consolidata. Una problematica in realt&agrave;da sempre presente nel cammino umano e ben raffigurata nel mito di Babele. Nell&rsquo;inconscio collettivo esso, infatti, assurge ad emblema dell&rsquo;aspirazione degli uomini a formare un potente impero (un solo popolo una sola lingua) capace di dominare il mondo, un impero con cui identificarsi e a cui appartenere. Ma esso &egrave; anche il simbolo dell&rsquo;incomprensione delle lingue e della successiva dispersione dei popoli. Alla consapevolezza della molteplicit&agrave; delle radicali differenze tra le varie culture come valore e possibilit&agrave; di arricchimento si contrappongono da sempre folli progetti di una supremazia universale basata su una pulizia etnica perseguiti ancora in tempi non lontani: basti pensare all&rsquo;esperienza del nazismo o allo sterminio di intere etnie, sradicate dal proprio territorio di origine. Ma oggi &egrave; ancora necessario identificarsi e appartenere ad un luogo fisico? E&rsquo; possibile invece costruire un luogo mentale con il quale identificarsi, che permetta di stratificarsi e radicarsi in spazi ed esperienze mutevoli, che si susseguono sempre pi&ugrave; rapidamente? Di qui l&rsquo;urgenza di creare un percorso nuovo, che si sviluppi nella direzione del superamento delle incomprensioni generate da identificazioni e appartenenze mai messe in discussione, mai confrontate, mai considerate anche solo per la loro esistenza, pur non venendo capite. Di qui l&rsquo;esigenza di creare un video che utilizzi l&rsquo;immagine in costruzione di una torre che,esattamente al contrario di quella di Babele, si presenta come &ldquo;un&rsquo;architettura viaggiante&rdquo;, grazie al suo tipo di struttura &ldquo;reticolare&rdquo; di tubi e giunti, che la rende smontabile e riedificabile altrove all&rsquo;infinito, suggerendo l&rsquo;idea di una estrema flessibilit&agrave; quale premessa necessaria alla convivenza di una molteplicit&agrave; di culture nel rispetto delle peculiari diversit&agrave; di ciascuna. A questo contesto si riferiscono i due testi qui presentati, tradotti in arabo, cinese, inglese e spagnolo, che ho scritto per la sonorizzazione della performance, accompagnati da alcune immagini della performance stessa. Il popolo delle ombre (installazione - performance) Sabrina Boidi THE AGE OF DISPERSAL Apath through multiplicity THE AGE OF DISPERSAL brings together in a single project the performance THE SHADOW PEOPLE and the video BABEL, both presented at the Mulino di Bosco Marengo in November 2004. The project grew out of a reflection on the problems of incomprehension and conflict between various cultures that result from the constant need that people feel, in their state of never-ending exile, to identify with and belong to something which alleviates their sense of solitude and diversity. With the performance THE SHADOW PEOPLE I highlight the state of migration which leads to the mixing of peoples and languages before a mode of mutual comprehension and living together has been worked out. This is a problem which has in fact always been present in people&rsquo;s lives and is neatly embodied in the myth of Babel. In the collective unconscious this has become an emblem of man&rsquo;s aspiration to build a powerful empire (one people and one language) capable of dominating the world, an empire with which one can identify and to which one can belong. But it is also the symbol of incomprehension between languages and the subsequent dispersal of peoples. While on the one hand there is the attitude that sees the multiplicity of radical differences between the various cultures as a value and an opportunity for enrichment, on the other, there have always been mad projects for universal supremacy based on ethnic cleansing. To find examples we need only think back to the not too distant experience of Nazism or the extermination of entire ethnic groups uprooted from their homeland. But is it still necessary today to identify with and belong to a physical place? Or is it possible instead to construct a mental place with which to identify, a place which enables people to become rooted on different levels in a series of rapidly changing spaces and experiences? Hence the need to create a new path which helps us to overcome the incomprehension generated by a sense of identification and belonging that has never been called into question, never compared with other experiences, never considered only on its own terms, even when it is not understood. Hence the need to make a video that uses the image of a tower in construction which, the exact opposite to the tower of Babel, is a form of &ldquo;travelling architecture&rdquo;, whose &ldquo;reticular&rdquo; structure of tubes and joints makes it something that can be dismantled and built up again somewhere else an infinite number of times, suggesting the idea of extreme flexibility as the necessary premise for many different cultures living together while respecting the peculiar diversity of each. This is the background to the two texts presented here, in Arabic, Chinese, English and Spanish translation, which I have written for the soundtrack of the performance, accompanied by some images of the performance itself. (trad.: I. Harvey)","null","null","");arrFiles[37]=new Array("cap5/tes5_1.htm","La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo","Identit&agrave;/Appartenenza La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo - The search for identity through the creative act Marta Ampolo Dita in Piazza dita tra dita ignorando la pietra il nero dell \'occhio segato dai capelli che il nero prolungano e disperdono schizzo-fren-etico parte al cielo parte alla terra dita tra dita possedere gli opposti voragini di senso e precipitano i pensieri oltre la pietra dei gradini il gravare della fine al principio schiena umida gocciache brucia la ferita al passaggio interrompere l \'emozione m&rsquo; insegue l \'oblio fermare dita tra dita delle dita non discernere l&rsquo; appartenenza della pietra non avvertire la superficie a volte spera a volte teme contro la fine comunque almeno preservarne il ricordo dall \'alto fissare nel nero degli occhi ...regalar via le dita prima dei tre rintocchi Attesa (tecnica mista) Marta Ampolo Lune di sabbia Come la sabbia che corre gi&ugrave; dalle lune lune di sabbia che sfarinano a riempire clessidre nel letto azzurro dorme uno straniero &hellip;la mia veglia &egrave; la stessa Come il cane nero senza corde vocali tagliate via per inciderne il ventre senza fastidiosi rumori Come l&rsquo;assenza che riempio di cioccolata e pane e latte Come la sabbia che corre gi&ugrave; dalle lune che si deposita sui palmi Come alchimie di sabbia e saliva nuove forme che conservano le tue mani Mentre i rampicanti gi&agrave; mi stringono le caviglie e dal cortile non c&rsquo;&egrave; fuga se non la finestra&hellip; attendo che le lune sfarinino del tutto per affogare le dita nella pietra in eterno&hellip;","null","null","");arrFiles[38]=new Array("cap5/tes5_3.htm","La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo","Identit&agrave;/Appartenenza La ricerca dell&rsquo;identit&agrave; attraverso l&rsquo;atto creativo - The search for identity through the creative act Carlo Marcello Conti Identit&agrave; Sono le parole che mi hanno preceduto , il suo suono afano in quella struttura. Lo stesso corpo che sostiene la mia esistenza. in quella visibilit&agrave; la mia lingua vive il suo presente. Attuale come uno slogan della tecnologia. Ma le tecnologie non parlano per i poeti . Sono i poeti che hanno fatto parlare le tecnologie. In questo aggiornamento la nostra identit&agrave; trova il suo corpo per questa contemporaneit&agrave;. La sua interpretazione pi&ugrave; calzante Vivo quello che si annuncia attorno alla vita. Dentro quel seme stanno le ragioni delle nostre origini. Che sono le origini. La scrittura vestir&agrave; questo inizio, la sua continuazione ed il sempre della nostra identificazione. Sono le forme queste che adesso puoi osservare delle cose a venire. Il suono del futuro. La poesia porta dentro questa identit&agrave;. E \' questo presente che si annuncia nel futuro. Domani che passa prima per anticiparti la nostra privilegiata possibilit&agrave; di abitare la nostra identit&agrave; che non &egrave; soltanto questo adesso. Mentre lo osservi &egrave; gi&agrave; dopo. Quell \'adesso che &egrave; soltanto un attimo per introdurti a questo viaggio di momenti. Forme che costituiscono il nostro sempre da adesso gi&agrave; identico al suo domani. Carlo Marcello Conti","null","null","");arrFiles[39]=new Array("cap6/tes6_1.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Ferdinando Bonora Quale Identit&agrave;? Identit&agrave;, parola talvolta abusata. Pretesto per chiudersi, per contrapporsi a chi viene sentito diverso da s&eacute;, percepito come fonte pericolosa di destabilizzazione. &laquo;Salvaguardare le proprie radici e la propria identit&agrave;&raquo;, &laquo;identit&agrave; dell&rsquo;Europa&raquo;, &laquo;identit&agrave; dell&rsquo;Italia&raquo;, &laquo;identit&agrave; della Padania&raquo;... Ma cos&rsquo;&egrave; questa &laquo;identit&agrave;&raquo;, termine la cui interpretazione e uso riflettono particolari visioni del mondo, ideologie e orientamenti politici? Pu&ograve; esistere davvero una nozione assoluta, unica e stabile nel tempo di un&rsquo;identit&agrave; specifica, intesa come complesso di tutti i caratteri fisici, psicologici e comportamentali che rendono una persona o un gruppo umano quello che sono, diversi da ogni altro? Credo di no. Tanto l&rsquo;identit&agrave; di un individuo quanto quella di una collettivit&agrave; &ndash; o, meglio, quanto il sistema delle varie identit&agrave; delle compagini che nel loro insieme costituiscono una comunit&agrave; pi&ugrave; o meno ampia &ndash; non sono realt&agrave; immutabili, fuori dalla storia e sempre eguali a se stesse, ma il risultato in continua trasformazione di processi articolati che alla fine producono &ndash; questo s&igrave; &ndash; un complesso di caratteri modificabile finch&eacute; si vuole, ma comunque &ndash; in tutto il mondo &ndash; tipico soltanto di quell&rsquo;individuo o di quella collettivit&agrave;. Forse, uno dei tratti che maggiormente definiscono l&rsquo;identit&agrave; di un singolo o di un gruppo (sia pur anch&rsquo;esso variabile nel tempo) &egrave; il livello di disponibilit&agrave; e capacit&agrave; di accettare le diversit&agrave;, di contaminarsi con esse, di farle proprie e riproporle ad altri. Qualche anno fa scrissi Liguria. Il mondo in una regione , pubblicato a Cinisello Balsamo da Silvana Editoriale per la Banca Carige, nel 2000. L&rsquo;editore aveva chiesto un libro strenna sui &ldquo;tesori&rdquo; della regione. Obiettai che si trattava di un argomento alquanto generico, gi&agrave; ripetutamente trattato da altri autori. Proposi in alternativa una rassegna di esempi di quanto in Liguria c&rsquo;&egrave; di non ligure; un viaggio, soprattutto per immagini, intorno alla ricchezza di quanto vi &egrave; giunto dal resto del mondo attraverso i millenni. Dalla preistoria fino ai nostri giorni. L&rsquo;idea piacque e ne scatur&igrave; un volume di oltre duecento pagine. Esso mi pare in linea con questa serie di riflessioni sul tema dell&rsquo;identit&agrave;. Ne ripropongo parte del prologo, tra le pagine 10 e 14: &ldquo;Ogni cultura &egrave; frutto di complesse vicende di scambi di elementi con altri sistemi culturali, vicini e lontani; di processi di assimilazione e rielaborazione; di rimesse in circolo in un gioco senza fine. I tempi e l&rsquo;intensit&agrave; dei fenomeni possono variare &ndash; e di molto &ndash; da caso a caso. &laquo;Veder racchiuso in breve spazio il mondo&raquo;. Frase coniata per Venezia, si presta ottimamente a descrivere anche la realt&agrave; della Liguria. Regione che, contrariamente a uno stereotipo che la vorrebbe una terra chiusa, serrata tra il mare e le montagne, abitata da gente altrettanto ostica, &egrave;, da sempre, uno dei crocevia del pianeta. Ragioni geografiche e storiche ne hanno favorito il ruolo di grande polo di interscambio tra rotte marittime e terrestri, fra il Mediterraneo e l&rsquo;Europa, e tra questi e il resto del globo. Luogo di frontiera, incontro di culture, nel quale &ndash; in quantit&agrave; sicuramente maggiore rispetto ad altri territori &ndash; si &egrave; depositato nei millenni un ricco ed eterogeneo patrimonio proveniente dall&rsquo;esterno, in una straordinaria gamma di modi e motivazioni. Si tratta innanzitutto di prodotti, di materie prime, di risorse per far fronte ai bisogni primari dell&rsquo;esistenza, accompagnati da una serie di conoscenze su come usarli e sfruttarli. Beni in transito verso altre mete &ndash; dei quali si trattiene una parte &ndash; o espressamente importati. Quando rarit&agrave; e difficolt&agrave; di approvvigionamento conferiscono preziosit&agrave;, all&rsquo;immediato valore d&rsquo;uso si sovrappongono spesso significati che procurano prestigio ai detentori, siano essi singoli individui, gruppi ristretti o l&rsquo;intera collettivit&agrave;. La semplice attivit&agrave; mercantile &ndash; per quanto predominante &ndash; e le istanze simboliche di status da sole non bastano a spiegare un ventaglio di casi assai variegato. Devozioni pubbliche e private si legano alla comparsa di oggetti di culto. Rapporti diplomatici producono scambi di doni; azioni militari bottini di guerra; dominazioni straniere testimonianze. La curiosit&agrave; e il piacere intellettuali sono componenti forti dello spirito collezionistico &ndash; che tanta parte ha nella raccolta di opere, con vette di eccellenza assoluta &ndash; laddove le disponibilit&agrave; economiche sono condizione necessaria, ma non sufficiente. Molto &egrave; di produzione locale, ma espressione di autori forestieri, o di liguri che hanno fatto proprio quanto appreso da fuori. Manufatti dello stesso tipo &ndash; a volte opera di una stessa persona &ndash; possono comparire in momenti lontani tra loro secoli: ora appena realizzati per precisi committenti o per il mercato, ora frutto di indagini e acquisizioni mirate di ricercatori e collezionisti. Nel corso dei millenni si sono cos&igrave; accumulati nella regione beni da ogni dove. Alcuni importanti come documenti storici, altri di grande &ndash; e talvolta grandissimo &ndash; valore intrinseco e/o simbolico. Non solo oggetti, ma anche un patrimonio immateriale costituito da modi di vivere e di vedere il mondo, da tradizioni, parole, alimentazione e via dicendo, nel quale si rispecchiano canali di scambio pressoch&eacute; infiniti, in una selva di diramazioni e intrecci. Pure la popolazione, del resto, rivela apporti diversi distribuiti su decine di migliaia di anni, ora con arrivi isolati, ora con spostamenti di massa. Assimilazioni pacifiche si alternano a conflittualit&agrave; pi&ugrave; o meno aspre. In genere gli abitanti radicati da tempo riescono a gestire i cambiamenti; talvolta sono costretti a subirli. &Egrave; in questo quadro che prendono forma il genius loci &ndash; lo spirito del luogo &ndash; e la stessa identit&agrave; collettiva. Entit&agrave; che non esistono da sempre, n&eacute; si generano spontaneamente, ma sono il risultato in continuo divenire di meccanismi complessi, sullo sfondo di scenari fisici modellati dalle scelte di coloro che vi vivono e ne rimangono a loro volta condizionati. Costanti di fondo e valori condivisi possono andare oltre le vite dei singoli individui, attraversando le generazioni e i secoli, ma non per questo sono immutabili di fronte al gioco dialettico tra quanto giunge da fuori e ci&ograve; che viene elaborato all&rsquo;interno. Nell&rsquo;insieme, si produce un sistema di caratteri modificabile finch&eacute; si vuole, ma comunque &ndash; in tutto il mondo &ndash; rintracciabile in questa terra soltanto. Le specificit&agrave; della Liguria hanno attratto e continuano a richiamare da ogni dove. Alcuni passano e vanno, altri si fermano. Taluni intraprendono studi, documentazioni e interventi, affiancando e qualche volta precedendo l&rsquo;azione dei residenti. In diversi scrivono &ndash; nella massima variet&agrave; di approcci e di sensibilit&agrave; &ndash; non solo diffondendo l&rsquo;immagine della regione al di fuori dei confini, ma fornendo agli stessi abitanti occasioni di conoscenza e meditazione.&rdquo; Come in Liguria, cos&igrave; in varia misura accade nel resto della Terra. Ferdinando Bonora Which Identity? Identity is a word that is often abused. It becomes a pretext for closing ourselves off, setting up an opposition between ourselves and those perceived as different, as a dangerous source of destabilisation. &laquo;Safeguarding one&rsquo;s roots and identity&raquo;, &laquo;the identity of Europe&raquo;, &laquo;the identity of Italy&raquo;, &laquo;the identity ofPadania&raquo;... But what is this &laquo;identity&raquo;, a term whose interpretation and use both reflect particular visions of the world, ideologies and political positions? Can there really be an idea of specific identity that isunique, absolute and permanent, understood as the combination of all the physical, psychological and behavioural characteristics which make a person or a human group what they are and different from every other? I don&rsquo;t think so. Neither individual nor collective identity &ndash; or rather, the system of the diverse identities of the various wholes which make up a more or less broad community &ndash; can be considered as unchangeable realities that stand outside history and are always identical to themselves. They are, instead, the continually transforming result of complex processes which in the end produce a set of characteristics that can be modified as much as one likes but are typical only of that individual or that group anywhere in the world. Perhaps one of the features that most characterises the identity of an individual or a group (which is also variable in time) is its willingness and capacity to accept diversities, to be &ldquo;contaminated&rdquo; by them, to make them its own and to pass them on to others. Some years ago I wrote a book entitled Liguria. Il mondo in una regione (Liguria. The World in a Region) , published in 2000 in Cinisello Balsamo by Silvana Editoriale for Banca Carige. The publisher had asked for a gift-book about the &ldquo;treasures&rdquo; to be found in the region. I objected that the subject was rather vague and that it had already been dealt with on numerous occasions by other authors. By way of an alternative I suggested putting together a collection of examples of what is not Ligurian in Liguria which would take the reader on a journey, primarily in images, through the riches that have come here from the rest of the world across the millennia, from pre-history to the present day. They agreed with the idea and the resulting book was 200 pages long. It seems to me to fit in well with this series of reflections on the subject of identity. The following passage is taken from the preface (pp 10-14): &ldquo;Every culture is the result of complex exchanges of elements with other cultural systems, far and near; of processes of assimilation and re-working; of putting things into circulation in a kind of unending game. The timing and intensity of phenomena may vary, even greatly, from case to case. &laquo;To see the world enclosed in a small space&raquo;. This expression was coined for Venice, but it also lends itself readily to describe the reality of Liguria. Liguria is a region which, contrary to the stereotype that sees it as a closed territory, tightly pressed between the sea and the mountains, and inhabited by people who are similarly closed, has always been a world crossroads. Geographic and historical reasons have favoured its role as a point of interchange between sea and land routes, between the Mediterranean and Europe, as well as between Europe and the Mediterranean and the rest of the globe. Frontier post, meeting point of cultures, a place where &ndash; certainly more than elsewhere &ndash; a rich and heterogeneous heritage coming from abroad has been deposited over the millennia, in an extraordinary range of different ways and for many different reasons. Above all this heritage consists of products, raw materials, resources to cope with the primary needs of existence, but these are then also accompanied by knowledge about how to use and exploit them. Goods on their way to other destinations &ndash; some of which are kept back &ndash; or expressly meant for import. When rarity and difficulty of supply make things precious, immediate use value is often enhanced by meanings which lend prestige to their owners, whether single individuals, small groups or entire communities. Simple mercantile activity &ndash; however dominant &ndash; and symbolic demands for status alone are not enough to explain a wide range of very varied cases. Acts of public and private devotion lead to the appearance of cult objects. Diplomatic relations result in exchanges of gifts; military actions spawn war chests; objects bear witness to foreign domination. Curiosity and intellectual pleasure are strong elements in the urge to collect, where having the economic wherewithal is a necessary but not sufficient condition. Many of these at times outstanding objects are locally made but are an expression of outside artists or of Ligurians who have appropriated what they have learnt outside. Artefacts of the same type &ndash; sometimes the work of the same person &ndash; can appear at moments that are centuries apart: either made shortly before for specific patrons or for the market, or later as a result of investigations and targeted purchases by researchers and collectors. In this way, across the millennia goods from all over the world have accumulated in the region. Some are important as historical documents, others are of great, at times even outstanding, intrinsic and/or symbolic value. In addition to objects there is also an immaterial heritage made up of ways of living and seeing the world, traditions, words, food and much more besides &ndash; all of which reflect the almost infinite number of channels of exchange that form a vast ramified web. The population, too, reveals various contributions distributed over tens of thousands of years, from isolated arrivals to mass movements. Pacific assimilations have alternated with conflicts of varying degrees of harshness. In general the long-settled inhabitants have managed to cope with the changes; at times they have been forced to endure them. This is the context in which collective identity and the genius loci &ndash; the spirit of place &ndash; take shape. These are not entities that have always existed, nor are they generated spontaneously; they are the result of ongoing complex mechanisms that operate against the background of physical settings moulded by the decisions of those who live there and are conditioned by them. Basic constants and shared values can go beyond the lives of individuals, crossing generations and centuries, but this does not make them immutable when faced with the dialectical play between what comes from outside and what is worked on inside. On the whole, a system is produced whose characteristics can be modified as much as one wants but which are still &ndash; anywhere in the world &ndash; detectable only in this land. The specific characteristics of Liguria have a continuing appeal all over the world. Some come and then go, others stay. Some undertake studies, compile documentation and take action, supporting and at times preceding the acts of the residents themselves. Many have written aboutLiguria, drawing on a great variety of approaches and sensibilities, and have not only spread the image of the region beyond its borders but also given its inhabitants opportunities for knowledge and reflection.&rdquo; This is what has happened in Liguria; and to varying degrees it is also what happens in all the other areas on earth. (trad.: I. Harvey)","null","null","");arrFiles[40]=new Array("cap6/tes6_2.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Viana Conti Identit&agrave; e appartenenza dell&rsquo;opera d&rsquo;arte Il problema dell&rsquo;identit&agrave; e dell&rsquo;appartenenza dell&rsquo;opera d&rsquo;arte toccala sfera della complessit&agrave;, investendo la questione dell&rsquo;autore come individuo e come collettivit&agrave;, quella della produzione e riproduzione, destinazione e diffusione dell&rsquo;opera in una societ&agrave; di massa a capitalismo avanzato, quella di un oggetto reale e intenzionale riflettente una modalit&agrave; soggettiva di una realt&agrave; oggettiva. Tale problema tocca anche la sfera dell&rsquo;investimento e della scelta dei valori materiali e immateriali. Ammettendo che un osservatore esterno, come un critico d&rsquo;arte o uno storico, possa leggere nella scrittura dell&rsquo;opera tracce della sua origine e mettere a segno il senso del suo messaggio e/o enigma, si possono fare ipotesi. Un&rsquo;esperienza sul territorio dell&rsquo;identit&agrave;, che mi ha direttamente coinvolta, di recente, come curatrice della sezione d&rsquo;arte Contaminazioni nel contesto di MEdesign forme del Mediterraneo , la rassegna promossa da Genova Universit&agrave; Design al Palazzo della Nuova Borsa, inserita negli eventi ufficiali del 2004 per Genova Capitale Europea della Cultura, mi fornisce una griglia di analisi di tale problematica. Alla richiesta di selezione di artisti provenienti da aree o culture mediterranee, ho risposto con una mappa sconfinante, in parte, dal bacino del Mediterraneo, ma espressiva di istanze e forme che in quella cultura trovano motivazioni, origine, sollecitazioni, effetti di riconoscimento e desiderio. Alla luce del fatto che l&rsquo;idea delle frontiere, che separano categorie di ogni ambito, da tempo si &egrave; eclissata, che sotto il segno del post e del trans e di fronte all&rsquo;insorgenza e diffusione planetaria della rete informatico-mediatica, si &egrave; inaugurata una condizione espressiva di osmosi energetica e di estetica relazionale , anche di rischiosa omologazione dei modelli, la mostra si &egrave; venuta connotando come un navigare intorno alla molteplicit&agrave; dei soggetti , senza verificare le carte d&rsquo;identit&agrave; dei transfrontalieri, come un raccogliere tracce senza registrare impronte Il discorso sull&rsquo;identit&agrave; e l&rsquo;appartenenza porta fatalmente con s&eacute; quello della differenza e dell&rsquo;estraneit&agrave;, al punto che &egrave; dall&rsquo;analisi di questi territori inquieti e slittanti che identit&agrave; e appartenenza si strutturano in categorie fondanti del conoscere e del riconoscere. Damir Niksic, Oriental 4 Gartner Gesher, Ponte Viana Conti Identity and belonging in the work of art The problem of identity and belonging in the work of art touches the sphere of complexity, affecting the question of the author as an individual and as a collectivity, the question of production and reproduction, the destination and the diffusion of the work in an advanced capitalist mass society, and the question of the real and intentional object as it reflects the subjective modality of an objective reality. The problem also touches the sphere of investment in, and choice of, material and immaterial values. Assuming that an external observer, such as an art critic or historian, can detect in the writing of a work traces of its origin and capture the meaning of its message and/or enigma, hypotheses can be made. Recently I had direct experience in the field of identity when I was curator of the art section &#8211; entitled Contaminazioni - of MEdesign forme del Mediterraneo, the exhibition put on by Genova Universit&agrave; Design at the Palazzo della Nuova Borsa as part of the official calendar of events for Genoa European Capital of Culture 2004. This gave me an analysis grid to approach this problem. Asked to choose artists coming from Mediterranean areas and cultures, I replied with a map of the Mediterranean basin that respected no frontiers but was expressive of demands and forms that reflect motivations, origins, requests, effects of recognition and desire within that culture. Now that the idea of frontiers which separate all kinds of categories is long since extinct, now that under the sign of post and trans and in the face of the insurgency and planetary diffusion of computers and media networks the new expressive condition is marked by energy osmosis and relational aesthetics as well as by the risky standardisation of models, the exhibition came to resemble a journey around a multiplicity of subjects where the identity cards of border crossers were left unchecked in a process of collecting traces without recording imprints. Fatally, speaking about identity and belonging leads on to speaking about difference and extraneousness, to the point that the analysis of these disquieting and slippery territories makes identity and belonging into founding categories of knowledge and recognition. Viana Conti ( trad. : I. Harvey)","null","null","");arrFiles[41]=new Array("cap6/tes6_3.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Marco Ercolani L&rsquo;identit&agrave; plurale Di fronte a innumerevoli strati di immagini, idee, affetti, ci basta una sola identit&agrave;? Siamo sicuri di averne proprio soltanto una? Esiste un&rsquo;identit&agrave; di relazione, un rapporto tra noi e il mondo, che ci soddisfa solo in parte. Dentro di noi c&rsquo;&egrave; un&rsquo;identit&agrave; pi&ugrave; segreta: il nostro esclusivo rapporto con noi stessi, segreto a tutti se non alla nostra consapevolezza. Gi&agrave;, senza cercare troppo lontano, esistono due identit&agrave;. Affiora la duplicit&agrave;. Come osserva Charles Baudelaire: &ldquo;L&rsquo;artista non &egrave; tale se non alla condizione di essere duplice&rdquo;. In che cosa apparteniamo veramente a noi stessi? Nel nostro patrimonio, nel nostro nome? Non &egrave; forse vero che apparteniamo a quello che ci distoglie da noi e ci porta fuori dalla nostra mente? Non &egrave; forse vero che obbediamo alle energie psichiche che ci attraversano? La nostra identit&agrave; &egrave; i nostri sogni e i nostri desideri. Ipotesi di libert&agrave; rispetto ai canoni noti. Da psichiatra, lo verifico nei sintomi. Da artista, lo sento nelle opere. Lo psichiatra ascolta i destini &ndash; deformi, esagerati &ndash; dei matti. Volevano liberarsi da loro stessi: hanno tentato e hanno fallito. Si fa carico della loro sofferenza, si allontana dalla sua biografia per ascoltare la loro. O meglio, la usa per tentare di sciogliere nodi che appartengono a lui come a loro. Conquista, per s&eacute; e per i matti, una distanza, una forma, una rappresentazione. Una via di salvezza. La scrittura fa lo stesso: esplora le vie molteplici dell&rsquo;identit&agrave;, le mille strade che traversano l&rsquo;anima, per poi definire una forma, un libro, un quadro. L&rsquo;identit&agrave; appare allora come una formazione di compromesso, una scommessa. Il nostro io, nell&rsquo;essere uomini e artisti, &egrave; la parte visibile di un panorama inconscio tellurico, instabile, con il quale confrontarci sempre. L&rsquo;identit&agrave; dello scrittore &egrave; ammettere di essere vaso conduttore di energie che solo lui sa restituire in quel modo. Come se un uomo, camminando in mezzo a una cascata, frastornato dal rumore assordante di milioni di particelle d&rsquo;acqua, riuscisse a definire, a se stesso, il percorso di una o poche particelle, ma ognuna delle quali risente della vibrazione sommersa delle altre. Ha ragione Thomas de Quincey quando scrive: &ldquo;Che cos&rsquo;&egrave; il cervello se non un immenso e naturale palinsesto? Il mio cervello &egrave; un palinsesto e anche il vostro, lettori. Innumerevoli strati di idee, immagini, sentimenti, sono caduti gradualmente sul vostro cervello con la stessa dolcezza delle luci. Pareva che ciascuno seppellisse quelli precedenti. Ma nessuno, in realt&agrave;, &egrave; morto&rdquo;. L&rsquo;artista &egrave; Mercurio. Mentitore, fingitore, fabbricante di illusioni. Uno che si mette all&rsquo;incrocio di tante strade. Ladro, messaggero, viaggiatore. Inafferrabile testimone di una vita che fugge, inventa, per fermarla, l&rsquo;alfabeto e la scrittura. Ma anche la scrittura &egrave; solo un modo pi&ugrave; strutturato per essere nomadi, per sentire mille identit&agrave; dentro di noi. Marco Ercolani Plural Identity In the face of so many layers of images, ideas and feelings, can we make do with only one identity? Are we certain that we really have only one identity? There is an identity of relationship, a relationship between us and the world, which satisfies us only in part. We have inside us a more secret identity: our exclusive relationship with ourselves, secret to everyone else but not to our own consciousness. In fact, without having to look too far, we can say that there are two identities; doubleness comes in here. As Charles Baudelaire observed: &ldquo;an artist is only an artist on condition that he is a double man&rdquo;. In what respect do we truly belong to ourselves? In terms of our heritage, our name? Perhaps we belong to what distracts us from ourselves and takes us outside our minds. Perhaps we obey the psychic energies at work inside us. Our identity is our dreams and desires; hypotheses of freedom from known canons. As a psychiatrist, I see it in symptoms. As an artist, I feel it in works of art. The psychiatrist hears the destinies &ndash; deformed, exaggerated &ndash; of the mad. They wanted to free themselves from themselves: they tried and failed. We take on their suffering, removing ourselves from our own biography to hear theirs. Or rather, we use it to try to untie knots that are both ours and theirs. We achieve, for ourselves and for the mad, a distance, a form, a representation; a road to salvation. Writing does the same thing: it explores the multiple paths of identity, the thousand roads that traverse the soul and later define a form, a book, a picture. Identity appears then as a compromise, a wager. Our egos, as men and artists, are the visible part of an unconscious panorama &ndash; telluric and unstable &ndash; that we always need to face. The identity of the writer involves admitting to being a conductive vase of energy which only he knows how to give back in that particular way. It is as if a man, walking under a waterfall and stunned by the deafening roar of millions of particles of water, were able to describe to himself the path taken by just one or a few particles, each of which trembles with the submerged vibration of the others. Thomas de Quincey is right when he says: &ldquo;Such a palimpsest is my brain; such a palimpsest, O reader! is yours. Everlasting layers of ideas, images, feelings, have fallen upon your brain softly as light. Each succession has seemed to bury all that went before. And yet in reality not one has been extinguished&rdquo;. The artist is Mercury, a liar, pretender, fabricator of illusions; someone who puts himself at the intersection of many roads; a thief, messenger, traveller; an elusive witness to an elusive life; and in order to freeze that life, he invents the alphabet and writing. But even writing is only a more structured way of being a nomad, of feeling a thousand identities inside us. ( trad. : I. Harvey)","null","null","");arrFiles[42]=new Array("cap6/tes6_4.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Antida Gazzola L \'identit&agrave; urbana Come ogni concetto relazionale (legato, cio&egrave;, al peso che, convenzionalmente, si decide di attribuire alle sue variabili costitutive per cui A &egrave; uguale ad A e diverso da B) l&rsquo;identit&agrave; urbana pu&ograve; essere definita in molti modi diversi che vanno dal \"complesso dei dati caratteristici e fondamentali che consentono l&rsquo;individuazione \" (Devoto-Oli) di una citt&agrave; all \'identificazione dell&rsquo;oggetto &ldquo;citt&agrave;&rdquo; come portatore di un&rsquo;individualit&agrave;, di un&rsquo;unicit&agrave;, di un&rsquo;immagine che, a sua volta, pu&ograve; essere definita &ldquo;il processo di conoscenza che si sviluppa nel tempo, sempre sufficientemente plastico da assorbire nuovi significati, nuova poesia, elaborazione ulteriore&rdquo; (K. Lynch, 1960) fino alla tendenza presente negli abitanti di &ldquo;identificarsi&rdquo; cio&egrave; di diventare &ldquo;una cosa sola&rdquo; con l \'ambito urbano e, al tempo stesso, di distaccarsene e di differenziarsene (K. Noschis, 1982) in un processo di identificazione per cui, per ogni essere umano, ogni citt&agrave; (e ogni singolo elemento urbano) offre stimoli affettivi, di riconoscibilit&agrave; emotiva, di sollecitazione sensoriale tali da produrre attrazione o rifiuto, sintonia o distonia, empatia o esopatia; in quest&rsquo;ottica un po&rsquo; antropomorfica del rapporto uomo-citt&agrave; si pu&ograve; perfino parlare di costruzione di identit&agrave; negativa quando un individuo si identifica in uno spazio urbano che giudica perverso e pervertitore. Insomma, la citt&agrave;, il quartiere, l&rsquo;abitazione, come gli individui, per avere un&rsquo;identit&agrave; devono essere simili agli altri (se non possono rispecchiarsi in qualit&agrave; note, non potranno mai riconoscersi ed essere riconosciuti) ma, al tempo stesso, diversi (altrimenti non potranno mai essere individuati); devono saper rispondere alle aspettative di molti (espresse in modo normativo e/o implicito) mantenendo la propria personalit&agrave; e devono continuare a sviluppare questi rapporti conciliando continuit&agrave; e cambiamento in quella dimensione diacronica che gli uomini chiamano vita e che, per i fatti spaziali, &egrave; la storia. &ldquo;L&rsquo;identit&agrave; &egrave; una sorta di centro virtuale al quale &egrave; indispensabile riferirsi, ma senza che esso abbia mai un&rsquo;esistenza reale&rdquo; (C. Levy-Strauss, 1977). Secondo H. Proshansky (1972), l&rsquo;identit&agrave; di luogo riguarda la dimensione del s&eacute; che risulta dalle interazioni tra i processi coscienti ed incoscienti di ogni individuo in relazione al suo ambiente. In altre parole noi identifichiamo un luogo (cio&egrave; gli attribuiamo un&rsquo;identit&agrave;) attraverso le nozioni apprese istituzionalmente (la cultura), quelle che ci sono state insegnate dall&rsquo;esperienza o dalla consuetudine (folkways, usi o &ldquo;leggende metropolitane&rdquo;), quelle che ci sono imposte dalle regole sociali (mores) e attraverso un processo inconsapevole (o inconscio) che elabora numerosissimi segnali formulati in base a codici affettivi o sensoriali che arrivano in &ldquo;sciami&rdquo; pi&ugrave; o meno fitti a un livello inferiore alla soglia di possibile decrittazione razionale. Utilizzando un linguaggio che la consuetudine con i computers ha reso familiare a tutti, ogni esperienza spaziale costringe la nostra mente ad aprire un file che per una buona parte &egrave; leggibile e &ldquo;richiamabile a video&rdquo; in qualunque momento e, per la parte restante, &egrave; &ldquo;sporcato&rdquo; da interferenze o &egrave; in memoria ma non disponibile. Ci&ograve; non toglie che sia l&rsquo;intero file a darci l&rsquo;immagine mentale di un certo luogo, immagine che sar&agrave; pi&ugrave; complessa o pi&ugrave; ridotta della realt&agrave; e delle sue riproduzioni iconografiche, mai uguale. Ogni forma spaziale ha un&rsquo;identit&agrave;, ogni identit&agrave; un&rsquo;immagine, ogni immagine &egrave; formata da segnali (o segni) e pu&ograve; essere rappresentata tramite icone (foto, film, disegni figurative che hanno con lo spazio rappresentato una relazione analogica), indici (le orme di passi sulla sabbia, le tracce di pneumatici che hanno con lo spazio una relazione causale di contiguit&agrave; fisica) e i simboli (il Duomo di Milano, la Lanterna di Genova, la Mole Antonelliana di Torino che hanno con lo spazio una relazione convenzionale). Il concetto di identit&agrave; &egrave; stato usato, anche con riferimento all&rsquo;identit&agrave; urbana o spaziale, da psicologi, psicanalisti, sociologi, antropologi, geografi e progettisti, con diverse accezioni e finalit&agrave;. Tra gli architetti oltre al gi&agrave; citato Lynch, si pu&ograve; ricordare R. Arnheim: &ldquo;Qualche lettore potrebbe obiettare che le mie descrizioni se ne vanno alla deriva nello spazio, giacch&eacute; non specificano chi &egrave; l&rsquo;osservatore e quali sono le sue condizioni storiche, sociali e individuali&hellip; a questa obiezione rispondo di sperare di comprendere perch&eacute;, nelle loro particolari condizioni, essi vedono ci&ograve; che vedono&hellip;&rdquo; (1981). G. Cullen introduce il concetto di &ldquo;visione seriale&rdquo; secondo cui l&rsquo;ambiente fisico e culturale della citt&agrave; &egrave; formato da una serie di immagini sulla base di diversi percorsi e differenti posizioni di osservatore per cui &ldquo;la lettura procede per dettagli successivi coordinati per colpi d&rsquo;occhio, dei quali il primo riveste, probabilmente un&rsquo;importanza superiore se non decisiva&rdquo; (1970). B. Hillier sintetizza in tre analisi la lettura da porre alla base delle ricerche urbane comprensive delle dinamiche sociali, culturali e psicologiche e cio&egrave;: l&rsquo;analisi dell&rsquo;oggetto in s&eacute; l&rsquo;analisi dei modi in cui la societ&agrave; usa e modifica l&rsquo;ambiente ottenendo configurazioni spaziali differenziate l&rsquo;analisi degli effetti prodotti dall&rsquo;ambiente sulle societ&agrave;. &ldquo;L&rsquo;architettura non &egrave; un&rsquo;&rdquo;arte sociale&rdquo;semplicemente perch&eacute; i manufatti sono un importante simbolo visuale della societ&agrave;, ma anche perch&eacute;, attraverso il modo con cui i manufatti stessi, individualmente e collettivamente, creano e ordinano lo spazio, possiamo riconoscere la societ&agrave;, che esiste ed ha una certa forma&rdquo; (1984). Secondo C. Norberg-Schulz: &ldquo;Lo studio analitico dell&rsquo;architettura perde di vista il carattere concreto ambientale, ossia quella qualit&agrave; che &egrave; oggetto dell&rsquo;identificazione dell&rsquo;uomo ed &egrave; in grado di trasmettergli il senso di presa esistenziale&rdquo; (1963). L&rsquo;identit&agrave; del luogo ha a che fare con il &ldquo;genius loci, cio&egrave; quel fenomeno totale, qualitativo, parte integrale dell&rsquo;esistenza e non astratta localizzazione, un insieme di cose concrete con la loro sostanza materiale, forma, tesatura e colore&rdquo; (1979). Aldo Rossi ha scritto &ldquo;Le forme del territorio e della citt&agrave; generate dai fattori geografici, sociali, economici, politici, ecc., racchiusi e leggibili nella struttura dei singoli fatti urbani, oltre a riflettere le caratteristiche ed i modi di organizzazione tipici della cultura diventano espressione del luogo se hanno caratteri unici o particolari che permangono racchiusi nella memoria collettiva&rdquo; (1966). La costante nelle varie interpretazioni rimane il fatto che &ldquo;identit&agrave;&rdquo; significa essere uguali a s&eacute; e diversi dagli altri e &ldquo;identificarsi&rdquo; significa riconoscersi in qualcuno, o in qualche cosa o in qualche luogo, e non in altri. Nella costruzione della identit&agrave; e nei processi di identificazione hanno un ruolo fondamentale le immagini e le rappresentazioni mentali e materiali che, a loro volta, sono proposte ed alimentate da segni e da simboli che &ndash; essendo codici &ndash; devono essere conosciuti e conoscibili per entrare in quel processo di comunicazione che &egrave; alla base della costruzione delle immagini che contribuiscono alla formazione dell&rsquo;identit&agrave;. Antida Gazzola Urban identity Like all relational concepts (concepts, that is, where it is important how much weight is conventionally attached to their constituent variables, according to which A is equal to A and different from B), urban identity can be defined in many different ways. It can be \"the complex of fundamental characteristics which make for individuality \" (Devoto-Oli) in a city; the identification of the object &#8220;city&#8221; as conveying individuality, uniqueness or an image which, in turn, can be defined as &#8220;the process of knowledge that develops over time and is always sufficiently plastic to absorb new meanings, new poetry, further elaboration&#8221; (K. Lynch, 1960); or the tendency present in inhabitants to &#8220;identify&#8221;, that is, to become one with the urban environment and, at the same time, to distance and differentiate themselves from it (K. Noschis, 1982) in a process whereby every city (and the individual urban elements that make up the city) offers every human being emotional stimuli, emotional recognisability and sensory stimuli such as to produce attraction or rejection, harmony or disharmony, empathy or esopathy. In this rather anthropomorphic perspective of the man-city relationship one can even talk of the construction of negative identity when an individual identifies with an urban space that is adjudged to be perverse and perverting. In short, if cities, neighbourhoods and houses are to have individual identity, they must be similar to others (if they cannot be reflected in known qualities, they will not be able to recognise themselves or be recognised) but, at the same time, different (otherwise they will not be identified); they must know how to meet the expectations of many people (expressed in normative and/or implicit ways) by maintaining their personalities and must continue to develop these relations by reconciling continuity and change in the diachronic dimension people call life and which, in spatial terms, is history. &#8220;Identity is a kind of virtual place, which is indispensable to us as a point of reference and for explaining certain things, but, in truth, it does not possess a real existence&#8221; (C. Levy-Strauss, 1977). According to H. Proshansky (1972), the identity of a place has to do with the dimension of self which results from the interaction between the conscious and unconscious processes of each individual in relation to their environment. In other words, we identify a place (that is, we attribute an identity to it) through institutionally learned notions (culture), notions which have been taught by experience and traditions (folkways, customs or &#8220;urban legends&#8221;), notions which have been imposed by social rules (mores), or else through an unconscious (or unaware) process which elaborates numerous signals formulated on the basis of affective or sensory codes that arrive in &#8220;swarms&#8221; of varying sizes at a level below the threshold of possible rational decoding. Using terms that the now routine use of computers has made familiar to everybody, each spatial experience forces our minds to open a file which is generally interpretable and can be called up onto the screen at any moment, and the rest of which is contaminated by interferences or is in the memory but not available. This takes nothing away from the fact that the entire file gives us the mental image of a certain place, a more complex or more reduced image of reality and its iconographic reproductions (which are never the same). Each spatial form has an identity, each identity an image, each image is made up of signals (or signs) and can be represented in icons (photos, films, figurative drawings that have an analogical relationship with space), marks (footprints in the sand, the traces of tyres which have a causal relationship with space of physical proximity) and symbols (the Milan Cathedral, the Lanterna in Genoa, the Mole Antonelliana in Turin) which have a conventional relationship with space. The concept of identity has been used, also with reference to urban or spatial identity, by psychologists, psychoanalysts, sociologists, anthropologists, geographers and designers, with various meanings and to various purposes. Another architect, R. Arnheim, said: &#8220;Some readers may object that my descriptions drift in space, since they do not specify who the observer is or define his historical, social and individual conditions &#8230; my reply to this objection is to say that I hope to understand why, given their particular conditions, they see what they see&#8221; (1981). G. Cullen introduces the concept of &#8220;serial vision&#8221;, according to which the physical and cultural environment of the city is formed by a series of images on the basis of various paths and different positions taken by the observer for whom &#8220;reading proceeds by a succession of details coordinated by gazes, the first of which is the most important and probably decisive&#8221; (1970). For B. Hillier there are three analyses underlying the reading upon which any urban research into social, cultural and psychological dynamics is based: - the analysis of the object in itself - the analysis of the ways in which society uses and modifies the environment to obtain differentiated spatial configurations - the analysis of the effects of the environment on societies. &#8220;Architecture is not a &#8220;social art&#8221; simply because its structures are important visual symbols of society, but also because, through the way in which the structures themselves, individually and collectively, create and order space, we can recognise societies that exist and have a certain form&#8221; (1984). According to C. Norberg-Schulz, &#8220;The analytical study of architecture loses sight of the concrete character of the environment, or in other words that quality which man identifies and which gives him a sense of the existential&#8221; (1963). Identity of place has to do with the &#8220;genius loci, that is, that total qualitative phenomenon which is an integral part of existence and not an abstract localization, a combination of concrete things with their material substance, form, extension and colour&#8221; (1979). Aldo Rossi has written: &#8220;the forms of territory and the city generated by geographical, social, economic, political, etc. factors that are enclosed and interpretable in the structure of individual urban features not only reflect the characteristics and methods of organisation typical of the culture but also become expression of place if they have unique or particular characteristics that are stored in collective memory&#8221; (1966). The constant factor in all these various interpretations remains the fact that &#8220;identity&#8221; means being equal to oneself and different from others, and to identify oneself means recognising oneself in someone (or in something or somewhere else) and not in others. Images and mental and material representations play a fundamental role in the construction of identity and in the processes of identification, and in their turn they are prompted and fed by signs and symbols which &#8211; as codes &#8211; must be known and knowable to be able to enter into that process of communication which is at the basis of the construction of images that contribute to the formation of identity. ( trad. : I. Harvey)","null","null","");arrFiles[43]=new Array("cap6/tes6_5.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Piero Fumarola Della danza delle identit&agrave; In un certo senso la questione identitaria, vista dalla &ldquo;terra del rimorso&rdquo;, dal Salento, si propose in un duplice percorso: transe-stati dissociativi e costruzione dell&rsquo;identit&agrave; locale salentina. Nel primo percorso, quello della transe, fu enorme il contributo dei prigionieri politici e degli ambienti giovanili metropolitani alla sua riproposizione con un duplice nuovo sguardo; nel secondo percorso, quello delle identit&agrave; locali, i maggiori stimoli e contributi vennero attorno alla met&agrave; degli anni Novanta dagli studi &ldquo;decostruttivisti&rdquo; dell&rsquo;antropologia, dalla ripresa di quelli &ldquo;demartiniani&rdquo; e dal pensiero meridiano di F. Cassano (1996). Furono questi gli elementi pi&ugrave; stimolanti ed efficaci per risignificare con maggiore consapevolezza i processi di costruzione di un&rsquo;identit&agrave; locale, salentina e mediterranea che, attualmente coniugata col tarantismo, sembra essere un vero e proprio laboratorio della danza delle identit&agrave; nel Salento [&hellip;]. &Egrave; nella storia del meridionalismo e dell&rsquo;antropologia, molto pi&ugrave; che nella sociologia o nella psicologia, il nodo centrale dell&rsquo;impulso a individuare nel nesso tarantismo-territorio una nuova procedura di costruzione dell&rsquo;identit&agrave; locale, quasi etnica. Se fu vero che l&rsquo;immagine del tarantismo sub&igrave; nell&rsquo;Ottocento una variazione nefasta rispetto ai secoli precedenti, che lo port&ograve; alla &ldquo;doppia marginalizzazione, sociale e simbolica&rdquo; (C. Gallini, Patrie elettive. I segni dell&rsquo;appartenenza , Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 216), &egrave; vero altres&igrave; che forse proprio a partire da Ernesto De Martino questa tendenza, da lui denunciata per oltrepassarla nella modernizzazione, viene invece dopo di lui totalmente rovesciata nella figura e nella forma. Gloria del Salento, nucleo forte identitario, non pi&ugrave; marginalit&agrave; ma resistenza, non pi&ugrave; miseria psicologica ma ricchezza spirituale le cui ascendenze vanno rintracciate nelle culture nobilitanti degli ancestri greci o messapici che siano. Ecco lo spazio entro cui &egrave; stato possibile fare di una cultura di transe, quasi del tutto scomparsa nelle sue pratiche sociali, una risorsa simbolica per la costruzione di una nuova orgogliosa appartenenza e identit&agrave;, di un nuovo modo di connettersi al nuovo mondo globalizzato, alla violenza delle sue pratiche, al suo insostenibile disincanto [&hellip;]. Talvolta penso che l&rsquo;agire locale aiuti molto il pensiero globale, ne rimescoli le carte [&hellip;]. La produzione di un&rsquo;identit&agrave; locale aperta &egrave; una delle possibilit&agrave; di un mondo diverso e migliore, pi&ugrave; umano di ci&ograve; che prospetta una globalizzazione senza vie di uscita. Tratto da P. Fumarola, Della danza delle identit&agrave; , in A. Nacci, Neotarantismo. Pizzica, transe e riti dalle campagne alle metropoli , Viterbo, Stampa Alternativa, 2004. Piero Fumarola e le identit&agrave; locali (foto A. Nacci)","null","null","");arrFiles[44]=new Array("cap6/tes6_6.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Giuseppe Lanzi Frontiere Non &egrave; semplice parlare di &ldquo;frontiere&rdquo; nel nostro mondo caratterizzato dal fenomeno denominato &ldquo;Globalizzazione&rdquo;. Frontiera &egrave; una di quelle parole che siamo abituati ad utilizzare, senza renderci conto che il suo significato, anche semantico, &egrave; in continua evoluzione. Provenendo dalla cultura europea, ho assistito alla grande trasformazione avuta da questo termine nella nostra vita quotidiana: mentre solo i nostri nonni vedevano come frontiere i margini estremi del loro villaggio, a volte della loro provincia, raramente della loro regione, tutti noi abbiamo considerato le alpi a nord ed il mare negli altri punti cardinali quali la fine del &ldquo;nostro spazio&rdquo;; andare a Vienna piuttosto che a Parigi era un viaggio, richiedeva il passaporto e controlli doganali. Nella mia esperienza di emigrato prima in Francia poi in Germania, ho vissuto la difficolt&agrave; dell&rsquo;ottenimento di un permesso di soggiorno, la conversione della patente di guida, i controlli di polizia&hellip; tutto questo oggi ci appare lontano e andare a Londra piuttosto che a Barcellona non ci spaventa pi&ugrave;; anzi, ci appare assolutamente normale. Diversa l&rsquo;esperienza africana dove possiamo dire che l&rsquo;inserimento dello stesso concetto di frontiera territoriale inizia con lo sfruttamento da parte delle potenze coloniali. &Egrave; quindi un concetto estraneo alla cultura locale ed in qualche modo viene imposto; basta guardare una cartina geografica africana e rendersi conto come i confini tra gli stati africani siano semplicemente stati studiati a tavolino senza tenere nel minimo conto le esigenze delle popolazioni che questi luoghi abitavano. Hanno ancora senso le frontiere, queste frontiere oggi? Diamo quindi una occhiata a questo fenomeno generalmente definito GLOBALIZZAZIONE: Nel 2003 la Globalizzazione ha compiuto 20 anni: vent&rsquo;anni fa non avevamo internet, non avevamo i cellulari, la CNN non sapevamo se esisteva e non era pensabile che i ragazzini di Genova come quelli di New York o Cape Town aspirassero a vestire Nike e bere Coca Cola. I voli aerei erano considerati dei lussi eccezionali ed il computer era ingombrante e non certo &ldquo;personal&rdquo;&hellip; Fu Theodore Lewitt, docente della Harward Business School ad annunciare nel 1983 che &ldquo;la globalizzazione &egrave; a portata di mano&rdquo;facendo evolvere ulteriormente il concetto di &ldquo;villaggio globale&rdquo; teorizzato 15 anni prima da McLuhan.Che trasformazioni ha portato questo fenomeno prettamente economico? Si partiva da mercati nazionali protetti e chiusi ai prodotti stranieri. Proprio gli Stati Uniti modificarono la propria politica economica aprendo delle vere e proprie battaglie in seno al WTO, ed arrivarono alla creazione del NAFTA &ndash; l&rsquo;area nord americana di libero scambio &ndash; mentre l&rsquo;Europa costruiva il suo Mercato unico. La caduta del muro di Berlino e quindi dell&rsquo;unico sistema che si poneva come alternativo a quello capitalistico, unito ad un impressionante sviluppo tecnologico hanno di fatto cancellato le distanze tra tutti i diversi punti del pianeta, e ci stanno portando verso il riconoscimento del binomio GLOBALIZZAZIONE = AMERICANIZZAZIONE. Le multinazionali, non solo americane, hanno oggi la possibilit&agrave; di intaccare le identit&agrave; nazionalculturali imponendo nuovi bisogni, nuovi modelli culturali, nuovi leader politici pi&ugrave;&hellip; disponibili. Abbiamo gi&agrave; assistito a come questi nuovi centri di potere economici, slegati dal potere politico, siano riusciti a modificare delle legislazioni nazionali in virt&ugrave; del dogma del libero mercato e del capitalismo. Ma quali sono le conseguenze per la gente comune? Per la vita di tutti i giorni? Proviamo ad analizzare le conseguenze di tutta questa trasformazione planetaria sul tema che a noi interessa: le frontiere! Da una parte abbiamo l&rsquo;esempio Europeo che &ndash; sebbene partito dall&rsquo;idea di un mercato europeo &ndash; &egrave; arrivato all&rsquo;annullamento delle frontiere interne; dall&rsquo;altro, dall&rsquo;altra parte dell&rsquo;oceano, interessante &egrave; il &ldquo;Parque dell&rsquo;amistad&rdquo; che divide Messico (Baja California) dagli USA (California). Lungo tutta la frontiera che divide gli USA dal Messico abbiamo due realt&agrave; in forte contrasto tra di loro: le &ldquo;Maquilladoras&rdquo; che sono le ditte di assemblaggio di prodotti statunitensi PER il mercato statunitense, e la &ldquo;barda&rdquo;: il lungo muro metallico realizzato con le lastre utilizzate come pista di atterraggio per i bombardieri americani durante la prima guerra del golfo&hellip; e tutto questo nonostante che il Trattato di Guadalupe Hidalgo garantisca il libero passo ai messicani negli stati ex messicani. Cosa c&rsquo;&egrave; di strano in un muro alla frontiera? In fondo gli USA - soprattutto dopo gli attentati terroristici dell&rsquo;undici settembre - non fanno altro che difendere il loro territorio&hellip; Lo strano sono gli oltre DUEMILA (2000) morti nel tentativo di raggiungere il &ldquo;Sogno Americano&rdquo;contando solo quelli di nazionalit&agrave; messicana; una cruenta guerra non dichiarata iniziata non lo scorso anno ma nel 1994, alla fine della prima Guerra del Golfo. Infatti alla fine di quel conflitto, gli americani si sono trovati di fronte ad un quesito &ldquo;ecologico&rdquo;: come riciclare le migliaia di lastre metalliche utilizzate nel deserto come piste di atterraggio per i bombardieri&hellip; rifonderle come metallo e riutilizzarle? No! Molto meglio utilizzarle come barriera tra Messico e USA&hellip; in fondo anche l&rsquo;esperienza di Berlino ha insegnato qualcosa&hellip; L&rsquo;interessante per&ograve;, &egrave; che la barriera non copre l&rsquo;intero confine: i passaggi nel deserto - dove la temperatura raggiunge i 50&deg; - o nelle montagne oltre i 1800 metri - dove l&rsquo;escursione termica &egrave; terribile e dove &egrave; facilissimo cadere &ndash; sono sempre aperti. Ed &egrave; proprio quel deserto che siamo abituati a vedere nei film western; solo che i serpenti a sonagli, la morte per ipotermia, insolazione, disidratazione e l&rsquo;impossibilit&agrave; di chiedere aiuto non sono finti; sono tristi realt&agrave; che hanno portato la morte a migliaia di persone la maggioranza delle quali giovanissime; i vecchi, i non abili al lavoro, non provano nemmeno pi&ugrave; questa triste avventura. Ma l&rsquo;economia americana non ha bisogno di braccia soprattutto per il settore agricolo? Certo, quindi cosa c&rsquo;&egrave; di meglio di una &ldquo;selezione naturale&rdquo; che faccia giungere nei campi solo giovani forti che gi&agrave; siano stati in grado di passare simili ostacoli? In fondo, terminato il raccolto o non appena non sono pi&ugrave; adatti al lavoro loro assegnato, possono sempre essere di nuovo deportati ai Paesi di origine, in attesa di nuovi disperati che siano disposti a rischiare la loro vita in cambio di un pugno di dollari! Qui siamo al primo grande paradosso delle attuali Frontiere: come &egrave; possibile pensare a delle barriere a maglia larga per le merci e in grado di causare la morte delle persone? Come &egrave; possibile auspicare, invocare la globalizzazione per i grandi capitali e al contempo impedire il movimento delle persone? Ma anche dal punto di vista economico, come &egrave; possibile cercare di chiudere le frontiere agli stranieri in quanto migranti, rispondere alle esigenze delle industrie globalizzate che chiedono manodopera ed auspicare la obilit&agrave; umana nelle sue forme economiche come il turismo? Sembra davvero il cane che tenta di mordersi la coda&hellip; Capitali immensi vengono impiegati nella costruzione di sempre nuovi muri e sempre pi&ugrave; tecnologicizzate barriere: siamo sicuri che il miliardo di dollari impiegato per la costruzione e la gestione del muro di Tijuana non avrebbe potuto essere impiegato meglio magari proprio a risollevare il Messico dalla sua crisi economica e quindi diminuendo notevolmente le aspirazioni ad emigrare? Credo che possiamo adottare in toto la conclusione di Rampini su Repubblica: &ldquo;Il terzo millennio si &egrave; aperto su un interrogativo: &egrave; iniziata la lunga notte della globalizzazione? A vent&rsquo;anni dal battesimo di quel termine, le resistenze all&rsquo;omogeneizzazione dei consumi e dei mercati sono in ascesa. Dopo l&rsquo;offensiva terroristica, &egrave; la volta della SARS che pu&ograve; minacciare l&rsquo;apertura delle frontiere. Di certo l&rsquo;allarme SARS dimostra che la globalizzazione non &egrave; un fenomeno a senso unico: se noi abbiamo bisogno della Cina, i cinesi hanno avuto un formidabile sviluppo socio-economico grazie all&rsquo;apertura dei mercati mondiali. Se la globalizzazione si ferma, il loro sogno di sviluppo sar&agrave; la prima vittima. Purtroppo non &egrave; impossibile. La storia non procede in una sola direzione. Gi&agrave; all&rsquo;inizio del novecento il mondo conobbe una prima forma di globalizzazione economica senza una adeguata governance politica: fu travolta da protezionismi, razzismi e ideologie totalitarie, dalla Grande Depressione e due guerre mondiali. Quando l&rsquo;economia corre troppo in avanti e la politica non regge il passo, si creano le condizioni per contraccolpi brutali&rdquo; Questa analisi &egrave; abbastanza condivisibile ma, a mio parere, omette un particolare importante: dire che la globalizzazione &egrave; un fenomeno positivo pu&ograve; essere condivisibile a condizione che si definisca di quale globalizzazione stiamo parlando: se &egrave; quella del mercato a tutti i costi, quella dell&rsquo;appiattimento delle culture nazionali non pu&ograve; trovarci d&rsquo;accordo. Esiste per&ograve; una globalizzazione diversa per la quale si era tentato (con poco successo) di coniare il termine GLOCIAL (ibrido tra global e social).Il premio Nobel per l&rsquo;Economia Amartya Sen sostiene che la globalizzazione va governata per ridurre la disuguaglianza sociale. Quali dunque le frontiere per il nuovo millennio? Risposte definitive non credo ne abbia nessuno ma &egrave; necessario iniziare a riflettere su queste barriere, rileggendo la loro funzione ed adattarle alle nuove esigenze che sono quelle del villaggio globale; potremmo anche arrivare a scoprire che sono qualcosa di anacronistico e superato. Oppure potremmo scoprire un nuovo modo di intenderle e gestirle. Certamente non sono i muri che possono essere considerati dei grandi progressi. Credo che, prima di tutto, vada tenuto presente che la mobilit&agrave; umana &egrave; una RISORSA prima di essere un PROBLEMA. Le culture umane sono in continuo divenire e gli arricchimenti culturali avvengono grazie agli incontri tra culture diverse. www.lanzi.ws Usa - Mexico (foto dell \'autore) Usa - Mexico / Los Angeles - Tijuana (foto dell \'autore) Giuseppe Lanzi Borders It is not easy to talk about &ldquo;borders&rdquo; in our world, which is characterised by a phenomenon known as &ldquo;globalisation&rdquo;. Border is a word that we are used to mention, without realising that its meaning, both conceptual and semantic, is constantly evolving. Coming from a European cultural background, I witnessed the huge transformation the term &ldquo;border&rdquo; underwent in our daily life. Only as far back as our grandparents, the end of their village, sometime that of their district, rarely that of their province, was seen as a border. In Italy we all used to view the Alps in the North and the sea in the South as the cardinal points delimiting &ldquo;our space&rdquo;. A trip to Vienna rather that one to Paris was a journey, requiring passport and custom control. As an immigrant first in France and than in Germany, I personally experienced the difficulties in attaining a residence permit, of converting my driving licence, and police controls &hellip; today this belongs to the past and going to London rather than to Barcelona no longer worries us; on the contrary, it seems absolutely normal. The African experience is different. We can say that the introduction of the concept of border coincides with the colonial exploitation. Thus being an alien concept somehow imposed to the local culture. The map of Africa shows at a glance that borders were artificially created, without any concern for the needs of the local population. Do these border still make any sense today? Let&rsquo;s have a look of the phenomenon we call GLOBALISATION. 2003 marked 20 years of globalisation. Twenty (20) years ago we didn&rsquo;t have internet andcellphones,we didn&rsquo;t know about the CNN and it was unthinkable that teenagers in Genoa, like inNew York or in Cape Town, aspired to wear Nike or drink Coca Cola. Flights were considered a luxury and computers were cumbersome and hardly &ldquo;personal&rdquo;&hellip; It was Theodore Lewitt, a Harward Business School professor, who in 1983 announced that &ldquo;globalisation is within reach&rdquo; speeding up the evolution of the &ldquo;global village&rdquo; theorised 15 years earlier by McLuhan. What kind of transformation did this eminently economic phenomenon bring? National markets used to be closed and protectionist policies applied to foreign products. It was the Unites States that modified their political economy starting real battles within the WTO, and created NAFTA &ndash; the North America Free Trade Area &ndash; while Europe was building its commun Market. The fall of the Berlin Wall, and thus of the only alternative to the capitalist system, coupled with an impressive technological development, erased distance from all points of view on our planet. It took us towards the recognition of the equation GLOBALISATION = AMERICANISATION. Multinationals &ndash; not only American &ndash; today can dent national-cultural identities imposing new needs, new cultural models, and new and more lenient political leaders. We have seen how their new centres of economic power, unbridled from political power, succeeding in modifying national legislations by virtue of the free market capitalist dogma. But what are the consequences for ordinary people? For everyday life? On this occasion we are not attempting to analyse the causes, or the pros and cons of globalisation. Let&rsquo;s try to analyse the consequence of these global transformation that is directly relevant to us: this is borders! On the one side of the ocean there is the European example, which, although stemmed from the idea of a European market, resulted in the removal of internal borders. On the other side, the&ldquo;Parque dell&rsquo;amistad&rdquo; which divides Mexico (Baja California) from the USA (California) is very interesting. Along the border between the USA and Mexico there are two strongly contrasting realities: the&ldquo;Maquilladoras&rdquo; and &ldquo;la barda&rdquo;. The first are the factories assembling products FOR the USA market, and the second is the long metal wall, built with recycled plates, part of the American bomber jets landing platform during the first Gulf War&hellip; And this notwithstanding that the Guadalupe Hidalgo Treaty grants free access to Mexicans in the former Mexican states. What is strange about a wall along a border? After all the USA are just defending their national territory, especially after the nine-eleven (9/11) terrorist attack&hellip; What is strange are the over TWO THOUSAND (2000) deaths in an attempt to achieve &ldquo;the American Dream&rdquo;, counting Mexican nationals only. A bloody undeclared war, which started in 1994, after the first Gulf War. In fact at the end of that conflict, the States found themselves in an &ldquo;ecological predicament&rdquo;: how to recycle thousand of metal plates used in the desert as a landing platform for their bomber jets&hellip; melt them and recycle the metal? No! Much better to build a barrier between Mexico and the USA&hellip; after all the Berlin experience taught a useful lesson&hellip; Interestingly the barrier does not cover the whole border. There are gaps in the desert &ndash; were thetemperature reaches 50&deg; &ndash; and in the mountains above 1800 metres &ndash; where the thermal excursion is extreme and where dangerous falls are very likely. And this is really the desert portrayed by cowboy movies, but rattling snakes, death by hypothermia, heat, dehydration are as real as the fact that there is nowhere to turn for help. This is the tragic reality that caused the death of the thousands of the young people who try to crossover. Older people, no longer able to work, don&rsquo;t even attempt this desperate adventure. But doesn&rsquo;t the American economy need labour, especially in the agricultural sector? Of course, and thus what is better that a &ldquo;natural selection&rdquo; that assures that only the young and the strong, able to overcome huge obstacles, reach the fields? After all, once harvesting is over, or as soon as there are no longer able to perform the job allocated, migrants can always be deported to their country of origin, as more &lsquo;desperados&rsquo; will risk their life for a handful of dollars! This is the first huge paradox of today&rsquo;s borders. How is it possible to conceive flexible barriers for goods that can cause people&rsquo;s death? How can globalisation be advocated for large capital while people&rsquo;s freedom of movement is abridged? Also from an economic viewpoint, how can borders be closed to migrants, while meeting the labour force needs of globalised industries and promote people&rsquo;s exchange in form of tourism? It is really like a dog biting its own tail&hellip; Communications, telephony, internet, television, actually erased distance. Television, marketing and themarket have created, or dilated, desires of economic emancipation in the populations of countries(euphemistically) referred as &ldquo;emerging&rdquo;&hellip; and in the mist of this all appear the new Berlin walls to stop what are the consequences of choices made by our society&hellip; Huge capitals are poured in building more and more increasingly high-tech new walls. We know that a billion dollars was used to build and manage the Tijuana wall. Couldn&rsquo;t this sum have been better spent perhaps to assist Mexico to overcome its economic crisis and thus significantly reducing the push towards emigration? I believe we can adopt in full Rampini&rsquo;s view appeared on Repubblica, [a large Italian daily paper]: &lsquo;The third millennium opened with a question: has the long night of globalisation started? Twenty years from the creation of this term, resistance to the homogenisation of consumption and markets is increasing. After a spate of terrorist attacks, it is SARS that could threaten the relaxation of borders. The SARS attack shows that globalsation isn&rsquo;t a one-way phenomenon. If we need China, the Chinese had a formidable socio-economic development thanks to the opening of world markets. Ifglobalisation stops, their development dream will be the first victim. Unfortunately this is not impossible. History doesn&rsquo;t move in one direction only. At the beginning of the twentieth century the world already experienced a first form of economic globalisation without adequate politicalgovernance . The attempt was thwarted by protectionism, racism and totalitarian ideologies, by the Great Depression and two world wars. When the economy races too fast and politics cannot keep up, the conditions for a brutal backlash arise&rsquo;. This is an analysis that can be shared, but in my opinion, it omits an important detail. We can share the claim that globalisation is a positive phenomenon on condition that we define what we mean withglobalisation. If we mean market expansion at all cost, including that of a levelling of national cultures, we cannot agree. There is, however, a different form of globalisation, for which the term GLOCIAL (an hybrid between global and social) was created, although without much success. The Economics Nobel Prize Amartya Sen argues that globalisations must be governed in order to reduce social inequality. Which are the borders for the new millennium? I think nobody has a definitive answer. But it is necessary to start pondering about these barriers, re-thinking their function to adapt them to the new requirements of the global village. We could discover that they are obsolete and anachronistic. Or we could discover a new way of conceiving and managing them. Certainly walls cannot be considered a great progress. I believe, first of all, that migration is a RESOURCE before being a PROBLEM. Human cultures are in continuous evolution and cultural enrichment occurs thanks to meetings between different cultures. www.lanzi.ws ( trad. dell&rsquo;autore)","null","null","");arrFiles[45]=new Array("cap6/tes6_7.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Daniela Marin Carabi: un&rsquo;identit&agrave; mosaico L \'arcipelago caraibico si estende nel mar delle Antille come un arco che si assottiglia verso sud; l&igrave; si trovano le isole pi&ugrave; piccole, alcune solo frammenti di terra disabitata. Per queste terre il mare e il clima sono due forze determinanti: il mare separa e unisce territori che parlano lingue diverse; cicloni e vulcani introducono un elemento distruttivo e inquietante nella bellezza della natura tropicale. Qui arrivarono gli spagnoli e poi via via portoghesi, inglesi, francesi, olandesi, danesi, svedesi&hellip; dando inizio a un magmatico rimescolamento di genti, lingue, immaginari, culture che ha fatto dire a Edouard Glissant, scrittore nato in Martinica: \"L \'identit&agrave; antillana &egrave; un mosaico \". Infatti su queste isole - in particolare parliamo delle Antille francesi - genti e culture si sono susseguite senza posa: agli arawak di indole pacifica si sostituirono i pi&ugrave; bellicosi caribi, sterminati poi dagli europei. Secondo la tradizione, l \'ultimo centinaio si gett&ograve; in mare da una rupe per sfuggire alle sevizie e allo sfruttamento. Hanno lasciato tracce nei nomi dei luoghi, della flora e della fauna, e nel folclore un \'acquatica figura materna abitante dei fiumi che si chiama \"madre dell \'acqua \"; hanno tracciato misteriose incisioni sulle rocce; hanno insegnato agli africani sopraggiunti come ricavare imbarcazioni dal tronco degli alberi e una medicina naturale che la lingua creola chiama \"rim&egrave;d razy&eacute; \". I primi corsari francesi giunsero intorno al 1625, presto seguiti da mercanti e coloni. Quando gli autoctoni furono completamente decimati dalle malattie, dall \'alcol e dai lavori forzati, fu necessario trovare altra manodopera e dalle coste del golfo di Guinea vennero deportati gli africani schiavizzati. Il primo carico arriv&ograve; a Hispaniola nel 1501: si calcola che nel corso di tre secoli15 milioni di persone furono trasferite oltre Atlantico mentre si registr&ograve; almeno il doppio di morti. La prima preoccupazione degli schiavisti fu di separare i gruppi tribali e famigliari perch&eacute;, costretti a parlare la lingua del padrone, perdessero la memoria delle loro radici. La ferita non rimarginata della tratta, la violenza sui corpi, lo stupro sulle donne, il lavoro forzato, la rigida separazione tra neri e bianchi sancita nel Codice Nero che regolava la vita nelle piantagioni, la cancellazione della cultura d \'origine, tutto questo &egrave; confluito nell \'identit&agrave; che si andava costruendo sulle isole e trovava nelcreolo un modo di espressione originale nato dalla contaminazione e dall \'incrocio. Caduta la notte, gli schiavi a cui era proibito riunirsi, si incontravano segretamente nell \'oscurit&agrave; per tramandare quanto ricordavano di racconti africani, religione degli antenati, esperienze delle stive sulle navi negriere, medicina e cucina degli antenati. I loro racconti trasgressivi nacquero sotto la copertura della dissimulazione in una lingua che su base grammaticale africana innestava un lessico europeo deformandolo e accogliendo con liberalit&agrave; frammenti sparsi di varia provenienza. Quando nel 1848 la Repubblica francese abol&igrave; la schiavit&ugrave;, per la seconda volta fu necessario importare da altri lontani territori i lavoratori per le piantagioni: indiani delle colonie francesi dell \'India meridionale e cinesi. A partire dal 1875 l \'immigrazione dal Medio Oriente (siriani e libanesi per lo pi&ugrave; dediti al commercio) arricchisce di sfumature l \' incrociarsi di tante genti. Per concludere questo breve excursus su uno dei pi&ugrave; straordinari brassages di popolazioni tra i tanti che la terra ha conosciuto e conosce, ricordiamo un fatto poco noto: sul suolo di Haiti, oggi uno dei paesi pi&ugrave; poveri del pianeta, nacque nel 1804 la prima repubblica nera del mondo il cui capo Toussaint Louverture scrisse a Napoleone una lettera indirizzata \" Al primo dei bianchi dal primo dei neri \". Daniela Marin Caribbean a mosaic identity The Caribbean archipelago stretches over the Sea of the Antilles like an arc that narrows as it approaches the south. That is where the smallest islands are, some of which are only fragments of uninhabited land. Here the sea and the climate are two determining forces: the sea separates and joins territories that speak different languages; and cyclones and volcanoes introduce a destructive and disquieting element into the beauty of tropical nature. This is where the Spaniards arrived and then the Portuguese, the English, French, Dutch, Danes, Swedes &#8230; starting a magma-like fusion of peoples, languages, imaginations and cultures that led the Martinique-born writer Edouard Glissant to say : \"The Antillean identity is a mosaic \". On these islands &#8211; in particular we are talking about the French Antilles &#8211; people and cultures have followed each other in uninterrupted succession: the peaceful arawaks were replaced by the bellicose Caribbeans, exterminated in turn by the Europeans. Tradition has it that the last hundred threw themselves off a cliff into the sea to escape torture and exploitation. They left traces in names of places, flora and fauna; folklore talks about an aquatic maternal figure living in the rivers who was called \"mother of water \"; they cut mysterious incisions on rocks; they taught newly arrived Africans how to make boats out of tree trunks and how to make a natural medicine known in Creole as \"rim&egrave;d razy&eacute; \". The first French corsairs arrived around 1625, soon followed by merchants and colonists. After the natives had been almost wiped out by disease, alcohol and forced labour, it became necessary to find other workers and so enslaved Africans were deported from the coastlines of the Gulf of Guinea. The first boatload arrived in Hispaniola in 1501: it has been calculated that 15 million people were transported over the Atlantic in the course of three centuries and at least double that number died. The first concern of slave-owners was to separate the tribal and family groups, forcing them to speak the language of their masters so that they would lose any memory of their roots. The unhealed wound of the slave trade, the violence done to bodies, the rape of women, forced labour, the rigid separation between whites and blacks set down in the Black Code that regulated life on the plantations, the erasure of the culture of origin &#8211; all these factors flowed into the identity that was forming itself on the islands and found in Creole an original means of expression that was the product of fusion and blending. When night fell, the slaves were not allowed to gather together, so they met secretly in the dark to hand down what they remembered of African stories, the religion of their ancestors, experiences in the holds of slave ships, the medicine and cooking of their ancestors. Their transgressive tales were told under cover, hidden in a language which grafted European lexis onto African grammar. Scattered fragments of various provenance were freely welcomed into this European vocabulary, deforming and transforming it. When the French Republic abolished slavery in 1848, it again became necessary to import workers for the plantations from other distant countries: Indians from the French colonies in southern India, and Chinese. Starting from 1875 immigration from the Middle East (Syrians and Lebanese who tended to be mostly traders) added extra shades to the blend of so many peoples. To conclude this brief excursus on one of the most extraordinary brassages of populations among the many which the earth has seen (and which continue even today), I would like to recall a little known event: Haiti, today one of the poorest countries on earth, saw the creation in 1804 of the first black republic in the world, whose leader Toussaint Louverture wrote to Napoleon a letter addressed to \"the head of the whites from the head of the blacks \". Daniela Marin ( trad. : I. Harvey)","null","null","");arrFiles[46]=new Array("cap6/tes6_8.htm","Identit&agrave; molteplici e globalizzazione","Identit&agrave;/Appartenenza I dentit&agrave; molteplici e globalizzazione - Multiple identities and globalisation Giuseppe Zuccarino Jab&egrave;s: il deserto e la ricerca dell&rsquo;identit&agrave; La relazione presentata nell&rsquo;ambito del seminario ha preso in esame l&rsquo;opera dello scrittore egiziano di lingua francese Edmond Jab&egrave;s (1912-1991). Dopo aver trascorso vari decenni al Cairo, Jab&egrave;s &egrave; stato costretto, in quanto ebreo, a emigrare, trasferendosi in Francia. Il forzato mutamento di luoghi e modi di vita lo ha indotto a riflettere su concetti come quelli di identit&agrave; e appartenenza, da lui sottoposti ad un ripensamento radicale. In tutte le sue opere maggiori, a cominciare dal celebre Livre des Questions , egli sostiene infatti che la scrittura presuppone la rinuncia all&rsquo;individualit&agrave; e la presa di coscienza di una condizione di esilio e sradicamento. Jab&egrave;s giudica decisiva, fra le tante esperienze che hanno caratterizzato la sua esistenza, l&rsquo;assidua frequentazione del deserto egiziano. L&igrave; il silenzio e la solitudine gli hanno insegnato a fare a meno delle nozioni acquisite e a porsi alla ricerca di un nuovo modo di essere. Gli effetti di questo mutamento interiore non si sono manifestati subito, ma solo dopo che la separazione dal paese d&rsquo;origine gli ha fatto avvertire la necessit&agrave; di trovare un diverso rapporto con la scrittura. Da ci&ograve; sono nate opere che esulano dai generi letterari tradizionali e che testimoniano di una profonda seriet&agrave; d&rsquo;intenti. In questi testi, che assumono perlopi&ugrave; la forma di Livres articolati in vari volumi, sono frequenti e significativi i richiami al deserto, luogo (reale e simbolico) che &egrave; al tempo stesso un non-luogo. Tuttavia, mentre il nomade pu&ograve; considerarsi abitante a pieno titolo persino di uno spazio vuoto come quello del deserto, lo scrittore dispone solo di una dimora ancor pi&ugrave; immateriale, costituita dalle parole dei suoi libri. Esse, inoltre, non cessano di ricordargli che per lui non sar&agrave; mai possibile sentirsi davvero appartenente ad un popolo (foss&rsquo;anche quello ebraico, da sempre condannato all&rsquo;erranza) o ad un territorio. Chi affronta in maniera profonda la scrittura non ha pi&ugrave; certezze, neppure su se stesso, a parte quella di dover sempre interrogarsi su tutto, proseguendo senza fine l&rsquo;inseguimento di una &laquo;verit&agrave; nomade&raquo;. Giuseppe Zuccarino Jab&egrave;s: the desert and the search for identity The paper presented at the seminar looked at the work of Edmond Jab&egrave;s (1912-1991), an Egyptian writer who wrote in French.After spending several decades in Cairo, Jab&egrave;s was forced, as a Jew, to emigrate to France. Having to change his place of residence and way of living led him to reflect on and radically re-think concepts such as identity and belonging. In all his more important works, starting from his celebrated Livre des Questions , he argued that writing was predicated on the surrender of individuality and a realisation on the part of the writer of his state of exile and uprootedness. For Jab&egrave;s, among the many experiences that made up his existence his frequent visits to the Egyptian desert were decisive. The silence and solitude of the desert taught him to do without acquired ideas and to look for a new way of being. The effects of this interior change did not become evident immediately, but only after separation from his country of origin made him aware of the need to find a different relationship with writing. This gave rise to works which depart from traditional literary genres and which are testimony of a radical seriousness of intent. In these works, which mostly take the form of Livres divided into various volumes, there are frequent and meaningful references to the desert, a (real and symbolic) place which is at the same time a non-place. However, while nomads can consider themselves rightful inhabitants even of an empty space such as a desert, writers inhabit an even more immaterial dwelling-place, made up of the words of their books. What&rsquo;s more, these words constantly remind writers that they will never be able to really belong either to a people (not even the Jewish people, condemned since time immemorial to wander) or to a territory. Serious writers no longer have any certainties, not even about themselves, apart from the certainty that they have to question themselves about everything, in an endless quest for a &laquo;nomadic truth&raquo;. ( trad. : I. Harvey)","null","null","");arrFiles[47]=new Array("mondo/mondo001.htm","Identit&agrave;nel mondo / Un mondo di identit&agrave;","Identit&agrave;/Appartenenza Identit&agrave; nel mondo / Un mondo di identit&agrave; - Identity in the world / A world of identity Stefania Giazzi Mantova, Italia, 3 marzo 2005 Appartenenza o meglio non appartenenza Sono stata lontana a lungo dalla mia terra, esiliata per mia volont&agrave;, respinta dalla possibilit&agrave; di rinnovare il mio dolore. Vivo in una terra che non mi appartiene, di cui non riesco a sentire il profumo, in cui ogni giorno cammino senza riconoscerla, una terra in cui ho generato mia figlia. Ho camminato a lungo per le strade del mondo, sono sfuggita a lungo al ritorno. Ma poi &egrave; accaduto: sono tornata sui miei piccoli passi di bambina, a giocare davanti al portone di casa... Davanti a quel portone mi sono fermata a chiedere di chi conoscevo allora; qualcuno &egrave; scomparso, qualcuno banalmente era al mare, potevo tornare pi&ugrave; tardi... Sono tornataa sentire il profumo del gelsomino, a mangiare le granite di gelso, di memorie proustiane... Sono tornata ad annusare i vicoli maleodoranti, a maledire di esserci nata e soprattutto a cercare mio padre. Non so nemmeno che faccia abbia, che brillantina usi, cosa gli importi di me. Non so chi sono i miei fratelli, cosa &egrave; stata per lui mia madre, perch&eacute; non mi abbia mai cercata, se &egrave; vivo. Non so davvero chisono:mi sono reinventata mille volte, cercando un \'identit&agrave;, eppureogni volta vera. Ho amato e desiderato selvaggiamente, ho taciuto a lungo, aspettando. Sono qui, non ho ancora compiuto il viaggio che mi riporter&agrave; alle mie radici, ancora le mie unghie si stanno spezzando per ritrovarle. Ricomincio a camminare per le strade del mondo.","null","null","");arrFiles[48]=new Array("mondo/mondo002.htm","Identit&agrave;nel mondo / Un mondo di identit&agrave;","Identit&agrave;/Appartenenza Identit&agrave; nel mondo / Un mondo di identit&agrave; - Identity in the world / A world of identity Carolina Cuneo Genova, Italia, 17 marzo 2005 SGUARDO SU BERLINO La scelta del luogo di un viaggio &egrave; determinata dai motivi pi&ugrave; diversi. Spesso si intraprende un viaggio non per vedere qualcosa di sconosciuto, di altro, di diverso,ma per cercare qualcosa di uguale a s&eacute;, a conferma del proprio mondo di certezze. Si guarda e si trattiene solo ci&ograve; che si vuole conservare come ricordo. Allora, mi sono domandata,che cosa stavo osservando a Berlino, che era gi&agrave; dentro di me? Credevo di scoprire in un paesaggio urbano ad una velocit&agrave; di cambiamento accelerata al massimo, i segni dolorosi di un passato di guerre e di separazione, due mondi contrapposti a poche centinaia di metri di distanza, uno occidentale e colorato e un altro orientale e grigio. Ma questa duplicit&agrave; mi apparteneva? Le fotografie sono la risposta. Il muro di Berlino &egrave; stato costruito un mese prima della mia nascita. Appartiene ad un recente passato del quale non ho esperienza diretta, ma le cui vicende mi hanno accompagnato nella vita. Per anni ha rappresentato il confine simbolico tra i paesi di due blocchi opposti: quello democratico filoamericano e quello socialista sotto controllo sovietico. Per chi lo ha visto costruire davanti a s&eacute; da un giorno all&rsquo;altro ha rappresentato la causa della privazione della libert&agrave; e dellasegregazione forzata in un luogo.La sua distruzione nel 1989 &egrave; stata un atto liberatorio da un regime oppressivo ed ha innescato una reazione a catena che ha portato alla situazione politica attuale. Dopo la caduta del Muro, i simboli urbani di quel periodo sono diventati insopportabili e sono stati rapidamente distrutti o modificati per renderli non riconoscibili. L&rsquo;euforia per le nuove costruzioni ha reso quindi difficile la ricerca dei segni del passato. Ma ancora oggi i solchi dei proiettili marcano il Muro, le macerie testimoniano la distruzione di edifici ministeriali, i murales ricordano l&rsquo;unica espressione di protesta consentita,i vecchi edifici convivono tra costruzioni avveniristiche.Inuovi nomi delle vie e le luci colorate delle strade non hanno ancora completamente oscurato i segni del tempo. Camminando nella citt&agrave; si respira un&rsquo;atmosfera densa di storia e di sofferenza che resiste alle modifiche urbanistiche. Si percepisce che la parte est e quella ovest non sonocompletamente unite cos&igrave; come si vorrebbe far vedere. Le persone portano dentro di s&eacute; la parte del muro dalla quale provengono come un segno di diversit&agrave; che il cambiamento non ha cancellato. Il cammino verso il miglioramentodella citt&agrave; non &egrave; terminato e comprende scelte dolorose che richiedono l&rsquo;accettazione di ricordi pesanti. Torner&ograve; in futuro a Berlino per osservare e riflettere&hellip;. .","null","null","");fileNum=49;
